Quando si pronuncia il nome di Aldo Moro, viene subito dinanzi agli occhi l’immagine del prigioniero smunto, svilito, che stringe tra le mani una copia de La Repubblica, con alle spalle la famigerata stella, simbolo dei suoi sequestratori. Aldo Moro non è solo questo. La sua storia non ha inizio in via Fani il 16 marzo del 1978 e non termina in una Renault 4 rossa il 9 maggio in via Caetani. Aldo Moro è prima di tutto un uomo, nel senso più alto del termine e, come a lui stesso probabilmente piacerebbe essere definito, un professore. La sua integrità di persona, la capacità di mediazione, il suo impegno nel governare all’insegna di un nuovo Umanesimo, i suoi valori ed alti ideali etici ci toccano da vicino e costituiscono l’eredità più grande che lo statista ha voluto trasmettere alle nuove generazioni.

La sua storia inizia a Maglie, piccola cittadina nel Salento, il 23 settembre del 1916, dove il padre, Renato Moro, originario di Tricase (LE), svolgeva il suo lavoro di professore. Aldo trascorre i primi anni della sua vita in una famiglia estremamente riservata, con davanti a sé il modello di due genitori tutti dediti al lavoro e alla cura dei rapporti familiari. Accanto al padre, uomo rigoroso, metodico e del tutto equilibrato, che era stato costretto ad accettare la tessera del PNF solo per conservare il suo posto di lavoro, vi era la moglie, Fida Stinchi. Di origini calabresi, era un’ex insegnante molto devota alla famiglia e ai suoi cinque figli, di cui Aldo era il secondogenito, nonché al culto religioso cattolico, che praticava quotidianamente.

Fida Stinchi e Renato Moro, genitori dello statista

Dopo aver trascorso i primi sei anni a Maglie, Aldo Moro si trasferisce con la sua famiglia a Taranto, seguendo il padre che intanto aveva ottenuto l’incarico di ispettore scolastico. Qui si dedica agli studi, fino a quelli liceali, nel prestigioso liceo “Archita”. Erano anni cruciali per l’Italia. A Taranto, che dal 2 settembre 1923 diventerà capoluogo di provincia, nel 1920 si era costituito il fascio tarantino. L’ideologia fascista, che gradualmente si accingeva a permeare di sé l’intera società italiana, trovava nell’istruzione e nelle associazioni paramilitari il suo centro di propulsione. La gioventù degli anni Venti e Trenta era coinvolta in adunate e raduni che forgiavano le coscienze, infiammavano gli animi, ma limitavano la libertà. L’unica associazione alternativa a quelle fasciste era rappresentata dall’Azione Cattolica, che il regime tentò di soffocare nel 1931 ma che continuò, nonostante tutto, ad esistere con il nuovo nome di Gioventù Italiana di Azione Cattolica.

Il giovane Aldo frequenta tale associazione anche sulla scia dell’educazione religiosa familiare. Intanto, dà il meglio di sé negli studi sia scientifici sia umanistici e, dopo aver conosciuto l’Immanuel Kant della Ragion Pura e della Ragion Pratica, inizia a far propria quella “legge morale” che lo porta, già negli anni liceali, a concepire l’idea della necessità di una riforma della coscienza umana e civica dell’uomo, prima ancora di una riforma delle istituzioni dello Stato. Nel 1934, come racconta Campanella nel suo Aldo Moro: politica, filosofia e pensiero, la famiglia Moro si trasferisce a Bari e quattro anni dopo Aldo si laurea in giurisprudenza con la tesi su La capacità giuridica penale, dopo essere stato segnalato dai suoi docenti già l’anno prima come uno degli studenti migliori, tanto da partecipare ai Littoriali della cultura e dell’arte della gioventù universitaria del regime. Nonostante tale partecipazione, però, egli non aderì mai all’ideologia fascista, ma trovò un’oasi di pensiero libero nella FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica, di cui divenne presidente nazionale nel 1939, collaborando con la rivista Studium.

Scatto di Aldo Moro

L’insistenza sulla dottrina sociale, il personalismo cristiano vicino alla lezione del filosofo francese Jaques Maritain, l’approfondimento della filosofia di Tommaso d’Aquino della Summa Theologiae, l’educazione alla responsabilità individuale e la conseguente formazione alla libertà, furono fondamentali per la costruzione del pensiero politico di Aldo Moro. Nonostante però il suo impegno culturale e civico di questi anni, egli non sembrava ancora intenzionato ad aderire in toto ad alcun partito specifico. Da più parti sono stati ricercati i motivi della sua mancata iscrizione al partito della DC, già dopo l’armistizio del 1943. In realtà questa scelta fu dovuta ad una particolare situazione che si era creata in quegli anni a Bari. Ne dà testimonianza Renato Moro che, in un suo saggio contenuto in Aldo Moro nell’Italia contemporanea, di Perfetti ed Ungari, fa riferimento agli studi compiuti da Vincenzo Robles e Roberto Paolo Violi. Se Moro, quindi, dalle colonne de Il Risveglio proclamava l’affermarsi di un “Cristianesimo integrale”, fortemente incentrato su azioni concrete da realizzarsi nella vita quotidiana, Natale Lojacono, allora segretario della DC barese, sottolineava una stretta connessione del partito con l’esperienza popolare di Luigi Sturzo.

La generazione di Moro, formatasi nel ventennio fascista, era quindi guardata con sospetto, perché si pensava fosse in qualche modo compromessa dal contatto con il regime. Tant’è vero che la nuova rivista La Rassegna, fondata da Moro nel 1943 e guardata con interesse dalle forze militari alleate, insieme al gruppo di intellettuali che ad essa facevano capo, fu bollata come filomonarchica e clerico-fascista. Questa situazione portò Moro a sottolineare l’atteggiamento di totale chiusura alle nuove idee ed ai cambiamenti, inevitabili nella nuova società post-guerra, da parte dei partiti politici del Comitato di Liberazione Nazionale. I partiti, al contrario, non dovevano essere esclusivi ed unilaterali, ma dovevano alimentare la loro azione dal confronto continuo con la realtà sociale in cui essi operavano. Altrimenti, si sarebbe generata una crescente sfiducia da parte dell’opinione pubblica verso la politica in generale. Per superare davvero il fascismo, quindi, era necessario non guardare indietro ma:

“Riuscire ad essere migliori come uomini, prima che come programmi, perché i programmi contano poco, molto poco, se uomini non ne incarnano gli ideali” (Aldo Moro, Due direttive fondamentali, La Rassegna, 04/06/1944)

Moro insieme ad Andreotti, giugno del 1966

Il fine ultimo che Moro si proponeva era quello di portare l’intero popolo italiano all’interno dei sistemi politici di massa, riferendosi in tal modo non solo alla DC, ma a tutti gli organismi maggiormente rappresentativi della nuova società dell’epoca, come sottolinea Francesco Saita nel suo studio Aldo Moro politico, dalla Costituente a via Caetani, sviluppo e crisi del pensiero di uno statista. Un ruolo di rilievo era quindi da Moro attribuito proprio agli organismi intermedi, come i partiti, le associazioni e i sindacati: essi dovevano captare le esigenze che provenivano dalla società di quegli anni e farsene portavoce presso le istituzioni. Partendo quindi dall’osservazione diretta della realtà, Moro teorizzava, al contrario di quanto aveva fatto il fascismo, una società in cui l’uomo fosse al centro di tutto. Una società che desse ampio spazio al confronto ed alla collaborazione. Una società che guardasse ai valori del cristianesimo, pur su un piano prettamente laico, come largamente indagato da Paolo Acanfora nel suo Un nuovo Umanesimo cristiano. Tutto questo per far sì che mediazione, inclusione ed attenzione per l’altro non restassero concetti astratti, ma diventassero le basi per parlare di Stato democratico:

“Una democrazia, cioè un atto di rispetto per l’uomo, per ogni uomo, per tutto l’uomo, per tutte le esperienze in cui si esprime e si concreta la sua libertà, non può che riconoscere, difendere e arricchire questo vasto e vario contesto sociale” (Aldo Moro, Lo stato del valore umano, Opuscolo Spes n. 152, Roma 1959)

Tali principi, insieme ai diritti inalienabili dell’uomo, sono scolpiti nella Carta Costituzionale, alla cui stesura Moro collaborò. Egli, infatti, esortato dall’arcivescovo di Bari, si candidò alla Costituente. Nel 1946 il suo nome comparve tra le liste di voci autorevoli che guidavano associazioni cattoliche nell’orbita della DC. Nella circoscrizione di Bari-Foggia egli fu eletto con 27801 voti. Prese parte ai lavori della Commissione dei 75, in particolare alla I Sottocommissione, chiamata a dibattere sul tema “Diritti e doveri dei cittadini”. È nominato vicepresidente del gruppo democristiano alla Costituente ed è apprezzato per la sua straordinaria capacità di ascolto, di analisi e mediazione anche da chi, come Palmiro Togliatti, era abbastanza lontano dalle posizioni democristiane.

Tessera di Aldo Moro membro dell’Assemblea Costituente

Durante la I e II Legislatura (1948-1958) mantiene la carica di deputato e nel 1957 è nominato ministro della Pubblica Istruzione nel breve governo Zoli e successivamente nel secondo governo Fanfani. In qualità di professore di Diritto Penale prima presso l’Università di Bari e poi di Roma, Moro dimostra particolare sensibilità alle problematiche dell’educazione e formazione dei giovani. Fortemente convinto che bisognasse combattere per ottenere il riscatto dall’ignoranza e dall’incapacità tecnica, egli propone una scuola al servizio della vita, dell’espansione economica e del progresso sociale:

“Una scuola per tutti, sul fondo comune, articolata secondo le vocazioni, secondo le competenze, secondo le esigenze sociali […] per l’arricchimento dell’uomo e la concreta affermazione della dignità umana” (Aldo Moro, Due direttive fondamentali, La Rassegna, 4 giugno 1944)

Nel 1959 è eletto Segretario politico della DC, carica che conserverà fino al 1963. Durante questi anni, Moro prosegue ma allo stesso tempo innova profondamente la linea politica del suo predecessore Amintore Fanfani, che aveva guidato la DC verso una progressiva indipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche che, negli anni del centrismo, avevano posto il veto all’allargamento a nuove forze politiche. Moro prosegue questo progetto, convinto che nella società di quegli anni erano emerse forze nuove, portatrici di ideali significativi, che spesso presentavano notevoli punti di contatto con l’ideologia della DC. Egli denuncia già anche:

“Il pericolo di una passionalità ed irrazionalità latenti nel paese che, coniugandosi alla fragilità delle strutture dello Stato, possono travolgere la democrazia italiana” (Aldo Moro, Due direttive fondamentali, La Rassegna, 4 giugno 1944)

Aldo Moro in una foto dell’ottobre 1961 insieme all’ex segretario della DC Amintore Fanfani

Occorreva, dunque, canalizzare le forze propulsive dei cambiamenti sociali in atto in un largo orizzonte politico-istituzionale. La DC, pertanto, si avviava verso la sua seconda fase, quella della formazione di una classe dirigente che si auto percepiva libera, pur non trascurando le esigenze reali della società, in linea con i valori del cristianesimo. Conseguenza di questa frenetica attività di mediazione tra forze politiche di diversa ispirazione è il I governo Moro (1963-1964) di centro-sinistra, comprendente DC, PSI, PSdI e PRI. Vicepresidente: Pietro Nenni. Tale formazione sarà riconfermata nel 1964 e fino al 1968. Sono anni di grandi rivolgimenti per lo Stato. Anni in cui il governo deve rispondere politicamente ad un progresso economico che sembra quasi inarrestabile:

“Possiamo dire che in complesso non di colpevole inerzia si tratta, ma di un progredire della società, nelle aspirazioni e rivendicazioni, a un ritmo più veloce che non possa essere quello delle realizzazioni, tenuto conto anche della disponibilità dei mezzi” (Aldo Moro, Invito alla partecipazione dei giovani, Il Popolo, 20 marzo 1968)

Sono gli anni della contestazione giovanile, fenomeno guardato da Moro con estremo interesse. Il suo legame con i giovani è vivo durante tutta la sua vita. Vedeva in loro la freschezza della partecipazione, la volontà di un impegno politico per la realizzazione di una società nuova, l’esigenza di libertà che anche lui aveva provato durante gli anni Trenta. Significative sono le lettere che invia, durante i 55 giorni di reclusione nella prigione del popolo, ai suoi studenti universitari, scusandosi peraltro di non poter ottemperare agli impegni accademici. Condanna, però, con fermezza tutte quelle iniziative di violenza che sempre nell’università trovavano la loro piattaforma di gioco.

Il segretario Aldo Moro, interviene durante l’VIII congresso nazionale della DC nel 1962, a favore dell’alleanza con i socialisti

Sono anche gli anni in cui Moro inizia a concepire un’idea di governo più rappresentativa delle esigenze di tutte le classi sociali. L’esperienza di al ministero degli esteri, carica che egli ricoprì dal 1969 al 1973, lo portò a prendere posizione in varie congiunture politiche di carattere internazionale, non perdendo però mai di vista la stabilità interna dell’Italia. Egli era, infatti, un politico attento e realista che cercava sempre di correlare la politica estera con quella interna.

Il suo interesse verso le problematiche internazionali si era manifestato già dal 1959 quando, come ricorda Luciano Manzoli nel suo saggio Aldo Moro e la politica estera italiana, dopo essere divenuto segretario della DC, espresse un giudizio favorevole al processo di distensione tra le grandi potenze mondiali, sempre tutelando però l’Alleanza Atlantica. L’elezione del nuovo residente americano Richard Nixon, politico navigato e ambizioso, ma meno interessato alle questioni europee, portò Moro a concepire un nuovo ruolo per l’Italia in ambito internazionale.

Aldo Moro durante i lavori della Conferenza su Sicurezza e Cooperazione in Europa del 1975. Nello scatto stringe la mano di Leonid Breznev

L’Italia, quindi, sarebbe stata parte integrante di quell’Europa, nuova potenza civile, che avrebbe avuto il compito di spezzare il dualismo politico dei blocchi contrapposti ed aprire la strada alla multipolarità. Un’Europa che sarebbe diventata così centro di dialogo culturale, con la stessa Italia garante del confronto tra tutti i popoli del Mediterraneo, all’insegna della pace e dell’accoglienza. Già da qualche anno, infatti, Moro aveva avviato una serie di azioni che aprissero un dialogo costruttivo con gli Stati del Mediterraneo.

Fu il primo presidente, per esempio, che si recò in visita ufficiale nella Jugoslavia comunista, così come mantenne rapporti di confronto con la Grecia, dopo il colpo di stato del 1967. Sempre nello stesso anno, si espresse a favore della risoluzione n.242 del Consiglio di Sicurezza, che tutelava il rispetto reciproco di Israeliani e Palestinesi, ribadiva la libertà di circolazione nelle vie d’acqua internazionali e poneva una soluzione al problema dei rifugiati. Tutto questo perché l’obiettivo ultimo del pensiero e della politica dello statista pugliese era l’uomo, con il suo benessere, non solo economico, ma soprattutto sociale ed etico. Echeggiando Publio Terenzio Afro, lo statista sostiene che:

“Niente di quel che è umano ci è estraneo” (Aldo Moro, Governare per l’uomo, a cura di Michele Dau, Roma 2016)

Il professore Aldo Moro assieme ai suoi studenti universitari

Un Mediterraneo più collaborativo ed unito rientrava, d’altra parte, anche negli obiettivi delle sinistre italiane. Alle elezioni del 1976 la DC ed il PCI risultarono largamente rappresentativi della nuova realtà italiana. Aldo Moro, presidente del suo quinto governo, non poté non prendere atto della volontà degli elettori. Riconfermò quindi la sua abilità di mediatore, prospettando la necessità di un dialogo tra le forze politiche, facendo del PCI di Enrico Berlinguer l’interlocutore privilegiato. Nell’Italia dei cosiddetti anni di piombo, della crisi economica e del terrorismo nero e rosso, era necessario dare stabilità alla democrazia e questo era possibile solo attraverso l’ascolto ed il dialogo.

“Se continua così, questa società si sfascia, le tensioni sociali, non risolte politicamente, prendono la strada della rivolta anarchica, della disgregazione” (Aldo Moro, L’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi, in La Discussione, n. 23 del 12 giugno 1978)

La storica stretta di mano con il segretario PCI Enrico Berlinguer, la quale simboleggia il compromesso storico raggiunto

Consapevole, però, che i tempi non erano ancora maturi per l’ingresso di esponenti del PCI nel gruppo di governo e considerando la particolare congiuntura internazionale e le pressioni che gli provenivano dal presidente Gerald Ford e dal suo segretario di Stato Henry Kissinger, Moro proseguì per gradi. Delineò, così, le tre fasi della democrazia italiana. La prima era quella dell’ingresso del PCI nella maggioranza parlamentare, progetto a cui egli lavorò fino a poco prima del rapimento; la seconda fase, invece, avrebbe visto esponenti del PCI nel gruppo di governo.

Solo quando DC e PCI avessero dato prova della loro capacità di gestione della vita politica, sociale ed economica del paese, si sarebbe giunti alla terza fase, quella delle alternanze di governo. Si capisce bene come, dopo trent’anni di governo della DC, affermazioni del genere sembravano assurde e quasi incomprensibili, soprattutto se derivavano dall’uomo più rappresentativo del partito e colui che aveva sempre operato per un suo rinnovamento. Si trattava, in realtà, di lungimiranza politica e attenzione estrema per il dato reale, oltre che di una lucida onestà intellettuale.

Moro e Cossiga

Idee incomprensibili anche per chi fece di Moro il simbolo del sistema capitalistico ed imprenditoriale che da tempo ormai opprimeva la società italiana. Le Brigate Rosse decisero, quindi, di colpire il sistema. Vollero aprire una crepa nello Stato per infondere terrore e generare, o evidenziare, contrasti e rivalità tra le forze al potere, fino alla loro autodistruzione. 16 marzo 1978. Ore 9:00. L’onorevole Giulio Andreotti si accinge a presentare il suo nuovo governo, con l’appoggio per la prima volta del PCI di Enrico Berlinguer. La prima fase del progetto di Moro stava per realizzarsi.

In via Fani un commando delle BR rapisce il presidente, dopo aver sterminato tutti i membri della sua scorta. Partono così i cinquantacinque giorni di reclusione nella prigione del popolo, tra tentativi di mediazione, comunicati brigatisti, lettere del presidente invocanti lo scambio di prigionieri politici, appelli per la salvezza del prigioniero da parte dell’allora papa Paolo VI, vicino a Moro fin dai tempi della FUCI. Tutte le sigle sindacali, CGIL, CISL, UIL, già poche ore dopo il rapimento, proclamano lo sciopero generale, per testimoniare la vicinanza e l’impegno dei lavoratori nella difesa delle istituzioni democratiche. Bandiere di ogni colore scendono in piazza per un unico obiettivo.

Moro prigioniero delle BR

La DC fa quadrato attorno al segretario Benigno Zaccagnini, mentre il ministro degli Interni Francesco Cossiga mobilita forze speciali per la liberazione del prigioniero. Il “Palazzo” non deve scendere a compromessi, come sostenuto da Agostino Giovagnoli, nel suo lavoro Il caso Moro, una tragedia repubblicana, Deve piuttosto dimostrarsi forte, forse troppo forte, forte, almeno fino a quel 9 maggio 1978, quando tutto fu compiuto. Tante le indagini, le ipotesi, le confessioni, le accuse, le ricostruzioni. Tante le voci che si sono espresse, ricordando non solo i giorni della prigionia, ma soprattutto la figura dello statista ed i suoi interventi a proposito della società e della costruzione di uno stato democratico, da Tina Anselmi a Luciano Lama, da Sergio Mattarella ai presidenti dell’Accademia di studi storici Aldo Moro che si sono succeduti negli anni. Ricordi ed interventi tutti raccolti nel lavoro di Alfonso Alfonsi e Luciano d’Andrea, Aldo Moro. Un percorso interpretativo.

Aldo Moro sulla spiaggia di Terracina con la figlia Agnese

Resta l’impegno di un professore, che guardava alla politica come ad una naturale e spontanea inclinazione dell’uomo. Restano le idee che, concretizzatesi nella Carta Costituzionale, permeano lo stato democratico italiano. Resta la laboriosità di una politica che ascolta, medita, accoglie, si confronta, riflette su sé stessa e sui propri errori e costruisce ponti. Resta l’immagine di un uomo che, per quanto potesse apparire distaccato, fin troppo intellettuale, a volte quasi poco comprensibile, procedeva veloce, ma si fermava a parlare con chiunque ne avesse voglia, un uomo che non “sentiva” ma “ascoltava” e, soprattutto, riprendendo le parole della figlia Agnese nel suo ricordo Un uomo così:

“Non scordava mai né una faccia, né un nome, né una storia”