Chi scrive ritiene che non ci sia miglior maniera di presentare quanto segue se non quella di ricordare l’origine dell’idea che ne sta alla base: solitamente ognuno, nel corso di una giornata convenzionale, ritaglia alcuni scorci di tempo che saranno destinati a una pausa. Pausa che comprende, spesso e volentieri, anche riflessioni, resoconti della propria quotidianità, il raccoglimento delle ultime azioni svolte, un giudizio di sé. Ecco: in questo momento l’idea di cui sopra viene partorita. Divertimento e distrazione: due parole, due concetti, due momenti del proprio esistere. Spinti da curiosità – quella sana curiositas, che tanto oggi sembra essere perduta, quella genuina voglia di conoscenza, quella fame di sapere che nasce da se stessa – abbiamo cercato di analizzare i due concetti poc’anzi esposti, tentando di collegarli tra di loro. Il fil-rouge si presta agli stessi in modo così naturale da sembrare quasi sconcertante.

Anzitutto: è interessante scoprire come distrazione e divertimento non condividano la stessa radice etimologica ma si richiamino, semanticamente parlando, l’un l’altro. Infatti il termine “divertimento” deriva dal latino de-vertere, ossia «volgere altrove», «allontanamento»; “distrazione”, invece, da distrahĕre, ossia «separare» o «allontanare». E’ in modo evidente constatabile come i due termini, in senso semantico, si richiamino: il «volgere altrove» del divertimento riecheggia nella separazione della distrazione. Lapalissiano e pleonastico sarebbe evidenziare come entrambi i termini, inoltre, condividano il concetto di separazione.

Vogliamo spingerci oltre questa separazione, senza però superarla, anzi: vogliamo capire da cosa ci separiamo, e perché mai dovremmo volgere altrove la nostra attenzione. Tenteremo di illuminare questo quesito, ora oscuro, portandolo in seno all’analisi filosofica.

Blaise Pascal

E’ anzitutto imprescindibile, parlando di divertimento, non citare il concetto di divertissement che figura all’interno della teoretica pascaliana. Secondo questa teoria, infatti, il divertimento è un’occupazione umana che non richiede fatica, un passatempo il quale mira a distrarre l’uomo dalla sua – seppure per Pascal non drastica – precaria condizione d’esistenza. Pascal, all’interno dell’opera “Pensieri”, scrive:

Io comprendo che si renda felice un uomo col distoglierlo dallo spettacolo delle sue domestiche miserie, occupando tutta la sua mente con lo studio di ballar bene

Il filosofo ci rende quindi immediatamente intelligibile e conoscibile quanto da cui l’uomo deve separarsi, deve prendere le distanze: la sua condizione d’esistenza. Come è subito intuibile, infatti, il pensiero dell’autore intorno all’esistere umano non è positivo in senso assoluto: pur non considerando l’esistenza umana completamente misera, non ritiene che sia neanche la miglior condizione possibile.

L’uomo, in questo senso, tramite il divertimento può quindi volgere altrove la propria attenzione: può momentaneamente sospendere il pensiero esistenziale, indirizzando la sua attività cogitante verso altri fronti che, potenzialmente, possano regalargli piacere, godimento, soddisfazione e appagamento, seppur momentanei e transuenti, destinati a non protrarsi indefinitamente nel tempo. Considerato in quanto tale, il divertimento funziona quindi anche come separazione, come distrazione. Quest’ultima sarebbe nient’altro che diretta conseguenza del fattore divertente e del divertimento in sé e per sé. La separazione – nient’altro che la distrazione, quindi – prevede che l’attività pensante umana nei confronti di una purchessia riflessione esistenziale, tanto individualistica che universale, svii verso un quid che possa alleggerire il peso dell’esistere.

Nonostante sia necessaria la distrazione al divertimento per poter essere – la maggior parte delle volte – considerabile come tale, non è detto che essa non possa esistere senza il divertimento. La separazione data dalla distrazione è effettivamente possibile anche senza che quanto a cui ci si adoperi sia per forza divertente: il fattore divertimento potrebbe certamente rendere ancora più edulcorante la distrazione, nei confronti del peso dell’esistere, ma questo non esclude a priori e assolutamente il fatto che una distrazione, in quanto tale, possa comunque essere efficace nello stesso ruolo. Seguendo questo ragionamento, perciò, sarebbe considerabile distrazione anche il lavoro, un amico, l’amore, un dialogo, ciascuna cosa che preveda lo sviamento del pensiero dalla sua attività di pensare se stessi e la propria condizione.

Divertimento e distrazione convergono, quindi, sotto un concetto più grande che qui si vorrebbe introdurre: la teoria della fuga per l’esistenza. Volendo considerare l’essere umano nella forma più minimale, primitiva ed essenziale, potremo tutti concordare che, affinché vi possa essere una qualsiasi tipo di coscienza di quanto ci appare, è imprescindibile il pensiero. L’uomo che sceglie è l’uomo che pensa, e l’uomo che pensa è l’uomo al quale si oppone innanzi la possibilità. Spesso e volentieri è proprio a causa di questa che l’uomo teme e trema difronte alla scelta. Quando non sceglie per paura, è costretto a rimanere in una condizione di staticità esistenziale, una situazione di placida sofferenza e di quiete amara; proprio in questi momenti l’uomo pensa se stesso.

Come abbiamo visto sopra, pensare se stessi provoca tristezza, provoca amarezza, provoca inquietudine interiore, provoca noia, provoca nausea. E’ qui che subentrano il divertimento e/o la distrazione, e questo è anche fulcro della teoria che poc’anzi abbiamo introdotto: l’uomo, ottuso a causa del pensare sé, cerca in tutti i modi di separarsi da questo pensiero trovando qualcosa che possa volgere la sua attività cogitante altrove.

E’ necessario però porre l’attenzione verso il “per l’esistenza”: alla stessa maniera di come, per Schopenhauer, il suicidio non è il rifiuto della vita bensì la massima esplicitazione e volontà di godere della stessa. La fuga per l’esistenza comprende tutte quelle azioni distraenti dal pensare sé che però, considerate dall’altro lato, non fanno altro che rendere evidente la necessità di un esistere migliore. La fuga parte dall’esistenza-infelice – dal pensare l’esistenza come tale, come infelice – la quale quindi non soddisfa a pieno o minimamente l’aspettativa ideale-utopistica dell’individuo, che tenta di approdare verso un esistere migliore, più conforme e aderente all’idea che ha di esistenza-felice.

Una considerazione interessante che è possibile estrapolare da tutto il discorso sinora condotto è che l’esistere di un individuo oscilla tra la coscienza, che prende consapevolezza di sé e della condizione nella quale si ritrova ad essere, considerandola infelice e precaria, e la distrazione, che il singolo reputa necessaria per poter sviare la propria attività pensante verso altri fronti, che auspica possano rendergli piacere o godimento temporanei.

La continua dialettica sopra esposta – infelicità esistenziale-distrazione – riassume e sussume in sé tutto il cronologico e diveniente essere-umano: superare continuamente un momento di questa dialettica permette all’uomo di evolvere in sé e nel tempo, di maturare e di procedere nel suo cammino gradualmente in modo sempre più consapevole.