Recentemente la stampa italiana ha dato ampio spazio a un personaggio americano poco noto al pubblico nostrano ma molto conosciuto in America e, cosa più importante, al centro di una (reale o immaginaria?) rivoluzione globale a sfondo populista. Si tratta di Stephen (Steve) K. Bannon, giornalista e produttore cinematografico statunitense, nonché Capo Stratega (chief strategist) della Casa Bianca al fianco di Donald Trump dal 20 gennaio al 17 agosto 2017. Personaggio controverso di cui si dice tutto e il contrario di tutto, Steve Bannon sfugge a un più accurato studio, necessario quantomeno per le posizioni di rilievo da lui ricoperte e per la sua stessa levatura intellettuale (molte persone intervistate dai più svariati quotidiani hanno pressoché all’unanimità dichiarato la grande erudizione e cultura di Bannon, famoso per consigliare libri ai colleghi). Eppure troppo spesso si sorvola sul significato reale della sua presenza in terra europea, nonostante lo si veda sempre più spesso al fianco di Nigel Farage, Marine Le Pen, Viktor Orban e, più di recente, Matteo Salvini ed esponenti pentastellati.

Dopo il voto di marzo, l’Italia, secondo la sua analisi, è diventata il centro del mondo in rivolta. Sarebbe stato lui stesso ad aver spinto per una alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle. Secondo sue recenti dichiarazioni, avrebbe persino conversato per diverse ore con il leader del Carroccio per convincerlo ad allearsi con Luigi Di Maio.

Siete i primi a poter davvero rompere il paradigma sinistra-destra. Potete mostrare che il populismo è il nuovo principio organizzatore,

avrebbe detto a Salvini. Lo stesso avrebbe fatto con alcuni esponenti del partito di Grillo.

È stato come mettere assieme Bernie Sanders e Donald Trump,

ha dichiarato una volta che il governo è stato formato. Una sorta di miracolo ai suoi occhi, un sogno che diventa realtà.

Da marzo 2012 ad agosto 2016, e poi da agosto 2017 a gennaio 2018, Steve Bannon è stato direttore esecutivo (executive chairman) di Breitbart News, piattaforma online di notizie e commenti politici famosa per esprimere posizioni di destra e per essere il megafono dell’alt-right americana. Il 17 agosto 2016 Bannon è diventato il coordinatore della campagna elettorale di Trump, e quando nel gennaio successivo è stato nominato Capo Stratega della Casa Bianca (una posizione creata ad hoc), sono cresciute le voci che vedono in lui il vero esperto politico, la fortuna di Trump, o addirittura il grande manipolatore, come ha titolato il Time magazine dedicandogli perfino una intera copertina, domandandosi poi: è Steve Bannon il secondo uomo più potente del mondo?

A partire dal suo ancora enigmatico allontanamento dalla Casa Bianca, Steve Bannon si è dedicato a tempo pieno a sostenere diversi partiti europei vicini al populismo: il Front National di Marine Le Pen, con cui è in grande sintonia e di cui è profondamente amico; l’Alternative für Deutschland in Germania, partito che si è recentemente rivolto proprio a Bannon per una ristrutturazione della comunicazione del gruppo; Fidesz in Ungheria, guidato da Viktor Orban, definito da Bannon come “il Trump originale”, e che, secondo l’ex capo stratega, insieme a Matteo Salvini è destinato a dare nuova forma alla democrazia europea; il partito dei Democratici Svedesi, con cui sta pianificando un incontro imminente; il Partito della Libertà, nei Paesi Bassi; il famoso e famigerato UKIP, noto per il ruolo sulla Brexit («Senza il supporto di Breitbart London sono sicuro che non avremmo avuto la Brexit» ha detto lo stesso Nigel Farage); l’Unione Democratica di Centro, partito svizzero che ha invitato Bannon a marzo 2018; il Partito della Libertà austriaco.

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È proprio alle elezioni europee del 2019 che Bannon guarda con crescente interesse e speranze. Infatti in questa scacchiera globale l’Unione Europea così come si presenta oggi rappresenterebbe una minaccia:

Bannon odia l’Unione Europea. La considera solo uno strumento del globalismo,

ha riferito Ben Shapiro, noto volto conservatore e già autore di Breitbart. La proposta di Bannon è quella di creare nel Vecchio Continente, citando le sue stesse parole, una vera e propria unione di nazioni e non una sorta di copia degli Stati Uniti, e cioè identità forti e popoli coscienti di sé, non semplici territori delimitati da qualche vetusto confine sempre più irrilevante e d’intralcio per la logica economica. Parlando degli USA, Bannon ha recentemente detto:

Siamo una nazione con una economia, non una economia in un mercato globale senza confini.

Tale è il modello che l’ex Capo Stratega sta cercando di applicare all’Europa. Ma l’ascesa di partiti populisti in Europa e l’elezione di Trump in America sono solo due tasselli di un più grande puzzle, due semplici frammenti di un disegno globale. Secondo l’analisi di Bannon, è in corso un sommovimento nazionalista e populista mondiale. È per questo motivo, ha detto, che ci sono movimenti nazionalisti in Egitto, in India, nelle Filippine, in Corea del Sud, e in Giappone. Direi che anche Putin in Russia e Xi in Cina sono nazionalisti.

Ma quel è l’obiettivo di Bannon? È presto detto: favorire l’insorgenza di movimenti populisti in tutto l’Occidente e dargli voce attraverso un’alleanza di diverse testate giornalistiche anti-sistema sorte in più paesi e raccolte intorno a Breitbart. Lo scopo è, quindi, la creazione di una rete populista nel Vecchio Continente da agganciare all’alt-right statunitense. Nondimeno, un simile proposito non esaurisce l’entusiasmo e la determinazione con cui l’ex Capo Stratega si sta dedicando alla causa populista. Sicché è necessario uno sguardo alla sua formazione intellettuale.

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Verso la fine degli anni ’70 Bannon si è dedicato allo studio di tutte le religioni mondiali, impegno durato per oltre un decennio. A quel tempo si consacrò a un nomadismo spirituale che lo ha portato dal cattolicesimo tradizionale al misticismo cristiano fino alla mistica orientale del buddismo zen, itinerario conclusosi con un ritorno al cattolicesimo, sebbene nella sua forma più tradizionale e, per così dire, ostile alle aperture di cui si è fatta promotrice la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II (la sua stessa famiglia partecipava quasi esclusivamente alle messe tridentine), tanto da aver recentemente affermato di essere allarmato dalle idee di papa Francesco. In questo percorso Steve Bannon si è imbattuto nelle opere di René Guénon (1886-1951), intellettuale francese dedito allo studio della cosiddetta Tradizione primordiale, una verità universale risplendente in tutte le autentiche tradizioni religiose e speculative. Anche Guénon aveva compiuto un itinerario religioso sui generis, portandolo dal cattolicesimo all’adesione massonica fino al sufismo islamico. Obiettivo ultimo dell’intellettuale francese era uno studio critico della società moderna (celebre il suo testo dal titolo “Crisi del mondo moderno”) e la restaurazione di una civiltà tradizionale, cioè ruotante intorno al sacro, nell’ormai secolare e corrotto Occidente.

Sulla strada della riscoperta della Tradizione (con la T maiuscola) Steve Bannon non poteva non incappare nelle opere di Julius Evola (1898-1974), filosofo e pittore italiano, profondo oppositore della società moderna (scrisse un testo dal guénoniano titolo “Rivolta contro il mondo moderno”), intellettuale vicino al fascismo. In Italia Gianfranco De Turris, che dirige la Fondazione Julius Evola, ha reagito così:

È la prima volta che un consigliere di un presidente americano conosce Evola, o forse ha una formazione tradizionalista. Se Bannon ha queste idee, dobbiamo vedere quale sarà la loro influenza sulla politica di Trump.

Nondimeno, le precisazioni di De Turris sul caso Evola sono importanti, specialmente per l’incompatibilità tra populismo bannoniano ed elitismo spirituale evoliano.

Steve Bannon ha inoltre tratto profonda ispirazione dalla lettura delle opere del filosofo anglo-irlandese Edmund Burke (1729-1797), sostenitore dell’indipendenza statunitense dalla Gran Bretagna e oppositore della Rivoluzione francese, fondata, a suo dire, su idee e nozioni astratte piuttosto che su pratiche consolidate e abitudini tramandate da generazione in generazione, venendo così a creare una società basata su un’astrattezza perniciosa perché senza reale radicamento popolare. Bannon ha applicato la critica di Burke alla generazione dei baby boomers, rea di aver abbandonato i valori dei propri genitori (religione, nazionalismo, modestia, patriarcato, gerarchia) in favore di nuove e nocive astrazioni (secolarismo, pluralismo, libertà sessuale, egualitarismo). A lungo andare un simile rimpiazzo diventa insostenibile e provoca profonde crisi e fratture insanabili nella società, indebolendo inesorabilmente i valori giudaico-cristiani e distorcendo istituzioni come la democrazia e il capitalismo, ha sostenuto.

Julius Evola

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Ma è soprattutto una specifica e particolare teoria della storia ad aver stregato Steve Bannon, quella, cioè, elaborata da William Strauss e Neil Howe nel libro The Fourth Turning: An American Prophecy (1997), sul quale Bannon ha anche basato il documentario da lui prodotto Generation Zero. La lettura della storia da parte dei due studiosi è alternativa sia ad una visione lineare (progresso o decadenza), sia alla credenza nella intrinseca caoticità del flusso degli eventi, la quale non renderebbe intelligibile il corso della storia. Piuttosto, i due adottano una versione circolare che ricalca grossomodo la maniera di intendere il tempo nelle società tradizionali, sebbene su scala infinitamente più ridotta (Guénon sarebbe stato fiero). Secondo una simile teoria, ogni vent’anni si produrrebbe una svolta (turning), un cambiamento di paradigma, tale che nel giro di ottant’anni, al termine della successione di quattro svolte, il ciclo ricomincerebbe dall’inizio. La Prima Svolta, che viene dopo un periodo di crisi, è caratterizzata da istituzioni robuste e da un forte senso di appartenenza comunitaria, quando la società stessa è sicura di sé ed è conscia dei propri limiti e dei propri obiettivi. La Seconda Svolta vede l’emersione di valori e principi individuali e individualistici che ancora, tutto sommato, non intralciano il corretto funzionamento della collettività né sono apertamente antitetici allo spirito di corpo comunitario. La Terza Svolta vede prendere il sopravvento di un’attitudine individualista a discapito delle istituzioni e delle virtù civiche, nonché un forte indebolimento dell’autorità riconosciuta. La Quarta Svolta, l’ultima, è contraddistinta da una profonda crisi, ove la struttura sociale è ricostruita dal basso in risposta a una minaccia esterna; è solo grazie a un nemico esterno che l’autorità riacquista il suo ruolo e la struttura civica può risollevarsi dallo stato di disgregazione e mollezza in cui era caduta. La Quarta Svolta ricostituirebbe e ridefinirebbe l’identità nazionale e anche l’assetto istituzionale delle comunità politiche.

Le foreste necessitano di periodici incendi; i fiumi hanno bisogno di periodiche esondazioni. Così anche le società. Questo è il prezzo che dobbiamo pagare per una nuova età dell’oro,

ha dichiarato Neil Howe, uno dei due autori del testo. Secondo i calcoli dei due, l’America è entrata nella sua Quarta Svolta nel 2008, destinata a durare fino al 2030. In questo periodo di crisi, quindi, Steve Bannon si sarebbe conferito il ruolo di traghettare l’America e, con essa, l’intero Occidente, fino a un riassetto politico e culturale prossimo venturo.

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Detto ciò, non risulta ancora chiaro il motivo che spinge Steve Bannon a sposare la causa populista ovunque si trovi. Ecco dunque che la sua visione filosofica si allarga e si concretizza nell’analisi della politica e, specialmente, dell’economia contemporanea. In una conferenza risalente al 2014 e tenuta in Vaticano, Bannon ha parlato di una profonda e pericolosa crisi, crisi della Chiesa, crisi della fede, crisi dell’Occidente e crisi del capitalismo. Ha dichiarato:

credo che il mondo, e in particolare l’Occidente giudaico-cristiano, sia in piena crisi.

Questo senso di precarietà sarebbe dovuto a una crisi del capitalismo, un sistema oggi controllato da élite finanziarie e gruppi di poteri globalisti e secolari intenti solamente ad arricchirsi, un capitalismo distorto e corrotto che considera le persone come merce, le oggettivizza e ne fa uso, trattate come unità di produzione e di consumo, e niente più. Tutto ciò rappresenta una grave minaccia per la democrazia, sempre più dirottata da ragioni economiche e finanziarie aliene al più genuino dibattito politico. Bannon parla sovente del cosiddetto partito di Davos, un’espressione da lui coniata per indicare il gruppo di potere finanziario transnazionale che ha distorto le istituzioni del capitalismo (Davos è la città svizzera dove ogni anno si riunisce il Forum economico mondiale), che ha fiaccato lo spirito imprenditoriale delle persone a causa dei poteri monopolistici e corporativi, e che ha finito per decidere delle politiche dei partiti leader dell’Occidente, al punto tale che in America né i repubblicani né i democratici sarebbero immuni da influenze esogene – per questo motivo l’outisder Donald Trump rappresentava al meglio la rottura con il corrotto sistema delle élite globaliste. Ha detto lo stesso Bannon:

L’ho potuto vedere con i miei occhi quando lavoravo per la Goldman Sachs (negli ultimi anni Ottanta, ndR). Ci sono persone a New York che si sentono più vicine a gente di Londra e di Berlino piuttosto che agli abitanti del Kansas e del Colorado.

E così l’ex Capo Stratega, di contro alle istanze del partito di Davos, intende dare voce alla dimenticata classe media, proprio come asserito nel discorso inaugurale di Trump, co-edito da Bannon, in cui è espresso a chiare lettere che la ricchezza della nostra classe media è stata strappata dalle loro case e ridistribuita in tutto il mondo – prassi inaccettabile cui i vari movimenti populisti danno una risposta per il tramite delle rivendicazioni particolaristiche (come nel caso del celebre “America first” di Trump, ripreso poi dal motto “Prima gli italiani” di Salvini).

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Di contro a un capitalismo scellerato perpetrato dal partito di Davos, Steve Bannon propone quello che lui chiama un capitalismo illuminato, poggiato sui valori giudaico-cristiani (espressione ricorrente nei suoi discorsi), il capitalismo dei nostri antenati (d’altra parte Bannon si definisce un forte capitalista che crede nei benefici del capitalismo), un tipo di capitalismo ove (parole di Bannon)

l’uomo capitalista costantemente si domanda: “Qual è lo scopo di ciò che faccio con una simile ricchezza? Qual è la mira di ciò che faccio con l’abilità che Dio mi ha donato, quella di essere creatore di posti di lavoro e di ricchezza?”

I valori giudaico-cristiani dovrebbero ritornare a definire e a plasmare le manovre capitalistiche: solo così l’uomo tornerebbe ad essere non più oggetto tra oggetti, cosa tra cose, bensì soggetto portatore di diritti e persona intraprendente e libera. Una simile presa di coscienza, un siffatto ritorno a virtù e principi vieppiù calpestati e screditati dalla secolarizzazione galoppante, è inteso da Bannon come uno scenario credibile e verosimilmente imminente: i nazional-populismi svolgerebbero tale funzione, divenendo attori principali di una lotta contro il “partito di Davos”, una presa di coscienza da parte dei popoli nazionali di contro alle élite scientiste, manageriali, ingegneristiche, finanziarie e corporative interessate unicamente al proprio tornaconto. Il nazionalismo populista metterebbe nuovamente al centro l’identità tanto spesso espunta dal dibatto politico e culturale per paura di sponde razziste e associazioni xenofobe.

Nella narrazione bannoniana c’è posto anche per un altro attore: l’Islam. A dire il vero, l’obiettivo polemico di Bannon è quello che chiama fascismo jihadista islamico, gruppi, cioè, come al-Qaeda e lo Stato Islamico, con cui l’Occidente è in guerra, una guerra globale, una guerra esistenziale, spiega. E purtuttavia, da quello che emerge da articoli e note di Breitbart e discorsi sparsi dell’ex Capo Stratega, il bersaglio sembra talvolta essere l’Islam tout court. Nel 2010, ad esempio, Bannon dichiarava che l’Islam non è una religione di pace; eppure recentemente, nel 2017, ha smorzato i toni, dichiarando che l’Islam in sé non è una minaccia, e ha addirittura parlato molto bene del sufismo (d’altra parte come avrebbe potuto essere altrimenti per un lettore di Guénon?) Nondimeno, il jihadismo è e rimane una minaccia. Ed è forse in questo attore terroristico che, insieme al cosiddetto partito di Davos, Bannon individua il nemico esterno della Quarta Svolta della teoria di William Strauss e Neil Howe, il nemico che permetterebbe la rinascita delle identità culturali e la ricostituzione delle virtù civiche.

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Ad ogni modo, Steve Bannon è una figura particolare, una sorta di eminenza grigia del populismo globale, il canalizzatore e coordinatore delle istanze nazionaliste, non un semplice studioso ma un uomo d’azione, altamente pragmatico. Ha un profondo rispetto per il dovere, ha dichiarato la sceneggiatrice Julia Jones, che ha lavorato con Bannon per un certo periodo. La parola che usa di più è “dharma”, termine che, come ha ricordato la stessa Jones, Bannon ha assorbito dalla lettura del testo sacro induista della Bhagavad Gita. E non a caso L’arte della guerra di Sun Tzu è un’opera che l’ex Capo Stratega consiglia praticamente a tutti. Comunque, oggi l’Italia si trova alla testa dell’ondata nazional-populista occidentale. Volenti o nolenti, anche noi italiani facciamo parte del gioco. Ora però non dobbiamo soltanto assecondare il cambiamento quanto piuttosto guidarlo coscientemente.