La Democrazia Cristiana, nata nel 1943 dalle ceneri del Partito Popolare di Don Luigi Sturzo, ha svolto un ruolo fondamentale nella storia dell’Italia Repubblicana. Il ruolo di governo che tale partito ha svolto ininterrottamente durante la stagione della Prima Repubblica ha addirittura dato origine al concetto di Partito-Stato, ossia di organismo politico onnipresente in tutti i gangli vitali della Nazione, con la conseguenza logica che per quasi quarant’anni fu facile identificare l’Italia con la Dc e viceversa. Si può quindi parlare di ideologia democristiana, o, più correttamente, di un’ideale politico a cui lo scudo crociato si ispirò durante gli anni di governo?

Ogni ideologia ha un documento programmatico, un’elaborazione dei principi ispiratori dell’azione politica: per la DC vale il “Codice di Camaldoli”, elaborato nel luglio 1943 nell’omonimo Monastero, da circa 50 giovani dell’Azione Cattolica guidati da Aldo Moro, Giorgio La Pira, Giulio Andreotti. L’opera si ispira alle famose encicliche “De Rerum Novarum” e “Quadragesimo Anno“, cardini dell’opera sociale della Chiesa e del Cristianesimo Sociale, ed al pensiero politico di San Tommaso d’Aquino. Mentre il Fascismo crollava sotto i bombardamenti Alleati, a Camaldoli venivano poste le basi del nuovo Stato democratico e dei principi a cui l’economia si sarebbe dovuta ispirare. I 76 enunciati interessano tutti i settori della comunità politica: il  Fine dello Stato è la promozione del bene comune, cioè a cui possono partecipare tutti i cittadini in rispondenza alle loro attitudini e condizioni; l’educazione consiste nella formazione dell’uomo, quale egli deve essere e quale deve comportarsi in questa vita terrena per conseguire il fine per il quale fu creato.

Importanza fondamentale ha il capitolo IV, quello sul Lavoro, redatto da Ezio Vanoni insieme a Pasquale Saraceno e Sergio Paronetto:

Il lavoro ha una sua dignità che non può essere sminuita ne dalla fatica che esso comporta ne dalle particolari modalità con le quali esso deve essere svolto.

Naturalmente avversi la collettivismo marxista, i redattori però non credono nel capitalismo liberista, di matrice anglosassone, ugualmente materialista e avverso al messaggio Evangelico.

Le difficoltà che incontra il lavoratore a fronteggiare con le sole sue forze le avversità della vita sono rilevanti e spesso insormontabili nell’attuale stadio di organizzazione produttiva . Dunque, è necessario l’intervento dell’autorità , affinché si tuteli il risparmio assicurando una corretta gestione degli istituti bancari, assicurativi e finanziari che hanno il compito di convogliare il risparmio monetario della collettività verso impieghi produttivi e sia regolato il processo di distribuzione del reddito nella comunità, con particolare riguardo all’assistenza dei lavoratori durante le malattie e la vecchiaia. Vi è anche un curioso accenno alla Socializzazione delle imprese, poiché le forme di organizzazione aziendale nelle quali i lavoratori partecipano secondo combinazioni varie insieme ai capitalisti alla gestione dell’azienda sono da favorire in confronto della forma dominante che attribuisce redditi e responsabilità, nella loro interezza, ai soli capitalisti.

La volontà dell’opera è quella di andare “oltre” il capitalismo ed il marxismo, rinvenendo nel Vangelo e nel Cristianesimo i principi ispiratori di un nuovo rapporto lavoro-capitale, in cui la lotta di classe si esaurisce nell’ottica del bene comune. Nell’ultima parte dell’opera, viene affrontato il tema della Produzione e dell’Attività Economica: la giustizia sociale è principio direttivo della vita economica; i beni materiali sono destinati da Dio a vantaggio comune di tutti gli uomini. La proprietà svolge un importante ruolo sociale, specie se riguarda il possesso di beni strumentali, utili all’intera comunità: se non impiegata in maniera opportuna, è dovere dello Stato intervenire nel processo economico per garantire il bene comune. L’intervento della comunità nella attività produttiva può altresì aversi quando l’iniziativa privata si mostri manchevole o insufficiente a soddisfare determinati interessi collettivi. Tale intervento potrà svolgersi, a seconda dei singoli casi, sia agevolando l’iniziativa privata, sia associandosi ad essa con forme di proprietà mista, sia infine mediante la gestione diretta di beni strumentali posti nell’ambito della proprietà collettiva. Il compito dell’attività pubblica nell’economia, mira quindi creare condizioni perché le forze di lavoro disponibili trovino un’adeguata occupazione, promuovendo eventualmente attività economiche trascurate dalla iniziativa privata, giudicate profittevoli al bene comune; dedicare ogni cura e mezzi adeguati perché al lavoratore capo famiglia sia concesso di disporre e possibilmente di essere proprietario di una abitazione adeguata ai suoi bisogni; favorire nelle fasi di profonda e rapida trasformazione economica e sociale i processi di assestamento delle forze di lavoro; tutelare il risparmio nazionale.

Una volta al governo, la Dc dovette provvedere alla Ricostruzione di un Paese totalmente distrutto dalla guerra: con l’aiuto non disinteressato degli USA, fu possibile porre le basi della rinata Italia repubblicana, applicando, pur con molte resistenze e perplessità, i caratteri “sociali” della politica democristiana, grazie ad elementi quali Fanfani, Taviani, Vanoni.In conclusione. Il segno forse più evidente dell’esperienza democristiana fu la cosiddetta economia mista, ossia quel complesso sistema di economia pubblica e privata, amministrata dal Ministero delle Partecipazioni Statali in concorso con IRI ed Efim, che permise all’Italia di divenire in pochi lustri una delle maggiori potenze economiche del Mondo, garantendo un benessere diffuso e capillare in tutta la nazione.