A quel age avez-vous décidé de devenir écrivain?

Je n’ai pas décidé. J’avais quatorze ans. Mon professeur de Français ’a montré du doigt, devant toute la classe, en m’ordonnant d’explorer le cœur féminin. C’était pour se moquer de moi.[…]

Avez-vous des opinions politiques?

J’étais monarchiste.

Et maintenant ?

Mgr le Comte de Paris l’interdit.[…]

Et du côté catholique ?

Je suis catholique romain.

Rien d’autre ?

Je suis aussi catholique breton.

1962. François Billetdoux, drammaturgo francese, noto ai più per il suo humour feroce e iperbolico, trova davanti a sé il personaggio ideale a cui rivolgere alcune domande, apparentemente innocue. Roger Nimier, scrittore affermato e odiato dall’intellighenzia francese guidata dal “mammasantissima” Jean-Paul Sartre, sfoggia un completo beige con cravatta scura. Faccia ironica, sguardo malinconico, eleganza d’autres temps, con in dote una buona dose di insolenza, egli traccia il fil rouge che attraversa le sue risposte secche, taglienti, ma tutte ben ponderate.

Scrittore per caso, monarchico in tempi bui – perfino l’erede al trono orleanista, il conte di Parigi Enrico d’Orleans (1908-1999) pare non credere più al ripristino della monarchia – e cattolico romano, anzi – di più – cattolico romano bretone. Laddove l’aggettivo “bretone” non rappresenta semplicemente un omaggio ad una regione francese, ma acquista un significato genuinamente politico, poco noto a chi non conosce la storia della Francia degli ultimi secoli.

Dalla regione francese in riva all’Atlantico proviene, infatti, san Luigi Grignion de Montfort (1673-1716), sacerdote – afferma Pio XII, nel discorso pronunciato in onore della sua canonizzazione –

“bretone per nascita e per educazione,[…] rimasto bretone di cuore e di temperamento a Parigi, nel Poitou e nella Vandea. […] bretone per la pietà, la vita interiore, la vivissima sensibilità, […] un delicato riserbo […]. Bretone egli è pure per la sua inflessibile dirittura e rude franchezza[…]” Ma – continua il Sommo Pontefice – La caratteristica propria di Luigi Maria, che fa di lui un bretone autentico, è la tenace perseveranza a perseguire il suo santo ideale, l’unico ideale di tutta la sua vita: guadagnare gli uomini per portarli a Dio. Per il conseguimento di questo ideale, egli ha messo in opera tutte le risorse che aveva dalla natura e dalla grazia, in modo da essere realmente, in ogni campo, – e con che successo! – l’apostolo per eccellenza del Poitou, della Bretagna, e della Vandea; si è potuto scrivere, senza esagerare, che “la Vandea del 1793 era opera delle sue mani”. (Pio XII, Discorso pronunziato il giorno successivo a quello della canonizzazione del Beato Luigi Maria Grignion da Montfort (21 luglio 1947).

La Vandea del 1793 insorse contro la ferocia rivoluzionaria e giacobina in nome di Dieu et le Roi. Sorretto da una fede viva, aspra, militare e sanamente fanatica, l’autoproclamatosi “Esercito cattolico e reale” inglobava nelle sue file nobili e contadini, le cui insegne ufficiose erano costituite da un cuore rosso sangue (talvolta sovrapposto ad un altro) sormontato da una croce (simbolo dei Sacri Cuori di Gesù e Maria) e dalla bandiera raffigurante tre fleur de lys (gigli) dorati, alla cui vetta spiccava una corona, effigie della monarchia borbonica francese.

Nimier era divenuto un facile bersaglio della cultura progressista francese. Questa, nell’immediato dopoguerra, divenne serbatoio di “conformismo” spacciato per volontà rivoluzioniaria; di “disillusione” spacciata per fede nel progresso; di “apatia” spacciata per fine spirito esistenziale. Sartre aveva criticato duramente persino il suo “compagno che sbaglia” Albert Camus, reo di aver usato parole forti e dure per descrivere l’esito dell’avvento del “paradiso” comunista in terra, nel suo saggio: L’Homme révolté (L’uomo in rivolta) del 1951. 

Lo scrittore bretone, d’altra parte, amava sguazzarci nell’anticonformismo sin dal giorno in cui era nato a Neuilly-sur-seine, il 31 ottobre 1925. Egli proveniva dalla nobile famiglia dei conti de la Perrière ed apparteneva a quella generazione che “non aveva fatto in tempo a perdere la guerra”, come felicemente definì Giano Accame quei ragazzi che, spinti da amor patrio, volevano romanticamente onorare la loro terra difendendo eroicamente ciò che era ormai praticamente impossibile da difendere.

La sua, di guerra, non durò infatti che pochi mesi (dal marzo all’agosto del ’45), passati più a leggere l’amato Stendhal ed a rileggere per la quarta volta Le memorie di Retz che non sul fronte. L’arruolamento nel reggimento degli Ussari, peraltro, destava in lui suggestioni letterarie e idealizzazioni da cui non rimase scevro. Gli Ussari, fanteria militare leggera nonché corpo militare elegante e finemente “reazionario”, oltre che per la sua efficacia divenne in tutta Europa famoso per le ricche decorazioni che presentavano le uniformi, sui cui tessuti spiccavano gli alamari e le passamanerie dorate o argentate. Dettagli che velavano di bellezza e misticismo questo corpo, e che rimandavano a quella che l’ambasciatore francese a Vienna, mons. Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (1754-1838) definì “douceur de vivre” (la dolcezza del vivere), espressione con la quale il prelato intendeva rappresentare l’atmosfera culturale e sociale che caratterizzava l’Ancien Régime.

I mesi passati tra gli Ussari contribuirono alla costruzione dei personaggi letterari protagonisti di alcuni tra i suoi principali romanzi. Roger Nimier, infatti, da lettore passò presto ad essere scrittore prolifico, al punto che tra il 1948 e il 1953 pubblica cinque romanzi: Les Épées (1948), Perfide e Le Hussard bleu (1950), Les Enfants tristes (1951) e, infine, Histoire d’un amour (1953). Un libro più politico come Le grand d’Espagne (1950) dedicato al “maestro” Georges Bernanos e il saggio Amour et neant (1951). Sceneggerà, inoltre, cinque film, oltre al soggetto dell’episodio francese de I vinti (1952) di Michelangelo Antonioni.

A Nimier e ai suoi “sodali” (Antoine Blondin, Jacques Laurent e Michel Déon) verrà affibbiato il nominativo dispregiativo di “Ussari”. Movimento letterario, più di finzione che reale, con cui il giornalista francese Bernard Frank, in un celebre articolo (“Grognard & Hussards”) apparso sul settimanale Les temps modernes nel 1952, apostrofava questi “groupe de jeunes écrivains que, par commodité, je nommerai fascistes”

Il “fascismo” che si imputava loro, etichetta contro la quale la faciloneria radical chic aizzava una sempiterna superiorità morale, consisteva in uno stile letterario dai contorni definiti, consistenti in

una turbolenza, una casualità che poteva arrivare fino al male, un certo modo di affrontare i soggetti con un pregiudizio sorprendente, una mancanza di rispetto per i tabù dell’epoca, il disprezzo delle dottrine; il gusto di una scrittura vivace, rapida, volutamente insolente, un certo modo di considerare la letteratura come un piacere piuttosto che un dovere” (F. Marceau, Réponse au discours de réception de Michel Déon, 22 febbraio 1979).

Bernard Frank, nell’articolo già citato, ne specificherà meglio lo stile, affermando:

ls se délectent de la phrase courte dont ils se croient les inventeurs. Ils la manient comme s’il s’agissait d’un couperet. À chaque phrase il y a mort d’homme” (si dilettano nella frase breve, di cui si credono gli inventori. La maneggiano come se fosse una mannaia. Ad ogni frase c’è la morte di un uomo).

Lo stile di Nimier – in particolare – che diede il tono agli Hussards, prendeva a prestito glorie del passato, come i già citati Stendhal e Jean-François Paul dei Gondi (autore de Le memorie di Retz), ma anche Alexandre Dumas, Charles Dickens e Louis-Ferdinand Céline; quest’ultimo fu tra i primissimi e più entusiasti ammiratori de L’ussaro blu di Nimier, assieme al già premier nobel per la letteratura (1952) François Mauriac, che si complimenterà dicendo: “Siete un caso unico nella vostra generazione. […] Voi libererete la letteratura dall’«impegno» che la imprigiona”, come riporta la splendida prefazione di Alessandro Gnocchi alla riedizione italiana dell’opera (A. Gnocchi, Prefazione, in R. Nimier, L’ussaro blu, Edizioni Theoria, 2018, p. XV).

Al contempo, tuttavia, si apriva alla sperimentazione, di cui Le Hussard bleu ci offre una magnifica rappresentazione, aprendosi al “monologo interiore”. Alessandro Gnocchi scrive: “In un articolo del 1945, [Nimier] esprimeva ammirazione per la trovata di Roger Vailland: inserire il monologo interiore nel tessuto narrativo in terza persona” (Ivi, p. XVI), arte fondata e dominata da Stendhal, secondo Nimier.

Gli Ussari contrastavano a piè sospinto la pubblicistica progressista attraverso riviste come La table ronde che fronteggiava apertamente Les temps modernes, fondata da Sartre e Simone de Beauvoir. L’apice dello scontro avvenne in occasione della guerra d’Algeria. Nimier, insieme a 185 personalità francesi (a cui ben presto se ne aggiunsero molte altre), sottoscrisse il Manifeste des intellectuels français pour la résistance à l’abandon contrari a che la Francia abbandonasse l’impegno coloniale in Algeria. 

Uno dei passaggi chiave dell’appello a favore dell’Algeria francese, in riposta al Manifeste des 121, promosso da Sartre ed a favore dell’indipendenza dello stato africano, affermava:

C’est une imposture de dire ou d’écrire que la France combat le peuple algérien dressé pour son indépendance. La guerre en Algérie est une lutte imposée à la France par une minorité de rebelles fanatiques, terroristes et racistes, conduits par des chefs armés et soutenus financièrement par l’étranger” (È un’impostura dire o scrivere che la Francia combatte il popolo algerino addestrato per la sua indipendenza. La guerra in Algeria è una lotta imposta alla Francia da una minoranza di ribelli fanatici, terroristi e razzisti, guidati da leader armati e sostenuti finanziariamente da stranieri).

Il disimpegno in Algeria, che De Gaulle finirà con l’accettare, unito al disprezzo per la grandezza francese ed all’amor patrio calpestato ed infangato che una minoranza colta, ben inserita nei gangli della cultura e dei giornali, imponeva ad una nazione, spronò Nimier a continuare in quella insolenza che era diventata il suo marchio di fabbrica.

Il personaggio letterario da lui creato, François Sanders, uno dei principali protagonisti de Le spade e de L’Ussaro blu spiega più di ogni altra cosa il personaggio reale, Roger Nimier. Sanders è un ragazzo cinico, disinteressato a diventare adulto perché non crede nei dogmi della modernità. Dopo un breve passaggio nelle file della Resistenza, durante la seconda guerra mondiale, comprende di essere dalla “parte sbagliata” perché la storia ha scommesso proprio su di loro per la vittoria. Cosa insopportabile. 

Nel ’44, Vichy mi rompe più che mai, ma i nazisti mi appassionano. Ho intuito la grandezza della catastrofe tedesca e gli ultimi sforzi del suo genio. Al confronto, i movimenti di resistenza mi parevano meritassero un semplice paragrafo nei manuali di storia. Vedevo in anticipo questo piccolo paragrafo, bianco e gelido, noto appena ai bravi allievi […] Non dubitavo della vittoria dei rossi. Loro portavano con sé la verità della storia – noi avremmo avuto la verità dei vinti, tanto più inebriante”. Nella fila della “Milizia”, dei vinti in anticipo, ma che nonostante tutto combattono fino all’ultimo sangue, trova dei “figli di papà in rotta con l’ideale, vecchi fascisti tubercolosi, bretoni amatori della Vandea e qualche pregiudicato – il sale della terra, come si dice.

Quel “sale della terra” che Sanders-Nimier ama, perché vinti, perché disprezzati, perché ostracizzati a prescindere. Cattolico, monarchico e nazionalista… dalla parte del male, insomma, era del resto anche il suo maestro Georges Bernanos. 

Godetevela la vostra vittoria, fa dire a Sanders ne L’ussaro blu:

Il vostro comfort, il vostro progresso, vi consigliamo di applicarli ai migliori sistemi di sepoltura collettiva. Vi assicuro che ne avrete un gran bisogno. Perché, lentamente, scomparirete da questo mondo […]. Ecco vent’anni,  imbecilli, che nei vostri congressi preparavate il confronto tra la gioventù del globo. Ora siete soddisfatti. Abbiamo reso possibile questo confronto noi stessi, un bel giorno, sui campi di battaglia.

La disillusione, l’assenza di compassione e il cinismo che traspaiono dagli scritti di Nimier celano volontà di riscatto e desiderio di rompere gli equilibri, di eliminare schemi preconfezionati che sfuggono anche ad una superficiale dicotomia destra-sinistra. Ecco allora che lo strumento ideale per ritornare all’ordine, alle parole feconde di senso e spurie di retorica, è quello di épater le bourgeois. Brevi, intense, scioccanti, violente come schegge che impallinano quei benpensanti che hanno distrutto la Francia e l’Europa da almeno due secoli, sono le frasi e lo stile di Nimier e dei suoi Ussari. Occorre scandalizzare e violentare le parole per ridonare senso e significato alle cose.

L’anarchia esistenziale, però, non deve confondere l’ingenuo lettore. L’anarchia è solo apparente, essa trova appagamento nel ritorno all’Ordine. 

Ormai, conosco il mio ruolo in terra – fa dire al rude Sanders  – ma non so chi sono. […] Il volto sbarrato del cielo ti minaccia, e al tempo stesso ti guida. Vivere, dovrò vivere ancora, per qualche tempo in mezzo a loro. Tutto ciò che è umano mi è straniero. La sua indifferenza e freddezza, tuttavia, non è – alla maniera di Camus – disillusione cosmica nei confronti dell’umano, crisi mistica irremovibilmente restia ad aprirsi alla speranza. Poche righe prima, Nimier scrive:“Facevo ritorno in Francia. Le avrei chiesto tanto. Una civiltà, una patria, una religione, parole che hanno un significato. Imbecille chi attribuirà simili avventure all’umanità. Nauseante malattia degli uomini, attitudine tronfia, mai, no, mai… Di colpo affiorava la piccola frase insolente che aveva ossessionato la mia giovinezza, in cuor mio sconvolgendo le autorità e le leggi, regnando e straziando: “Tutto è possibile.

“Tutto è possibile”. All’insegna di questa frase si racchiude la diversità di Nimier dalla sua generazione. Egli non credeva agli uomini, ma aveva fede negli eroi. Maurizio Serra ne L’esteta Armato (Mulino, 1991) lo descrive come

l’ultimo erede degli esteti armati […] i condottieri del Bello e insieme dell’Azione […] l’aristocrazia sensuale e guerriera che nella civiltà europea degli anni Trenta teorizzò una rivolta contro la decadenza.

La bellezza e l’azione lo accompagnarono anche il 28 settembre del 1962. Roger Nimier, alla guida della sua amata Aston Martin DB4, è in compagnia della bionda scrittrice ventisettenne Sunsiaré de Larcône. Ama a tal punto le auto sportive, da possedere anche una Jaguar e una Delahaye, dopo aver avuto una Peugeot Darl’mat, rigorosamente decappottabile.

Il contachilometri segna 150 km/h quando si sfracella contro il guard rail all’altezza del comune natale di Hillaire Belloc, La Celle Saint-Cloud. Chissà se in quegli ultimi istanti di vita, avrà pensato a quanto faceva dire al suo alte ergo Sanders:

Chi parlava della morte? Il nostro generale […], i politici, tutta la feccia insomma. Dio, molto più cortese, ci invitava alla vita eterna. E il suo sole ci scaldava il viso, come le mani di una donna innamorata […].