La quarta di copertina è da palpitazioni. «Un’appassionata chiamata alle armi contro l’autoritarismo, il nazionalismo e per la libertà». Leni Riefenstahl non avrebbe potuto fare di meglio. «Attraverso le sue fondazioni ha donato 14 miliardi di dollari per promuovere i diritti umani». «Nemico pubblico per eccellenza dei sovranisti e populisti di tutto il mondo». «Bersaglio prediletto di movimenti antisemiti, complottisti, oltre che di Donald Trump, Viktor Orbán e Matteo Salvini». Respiro profondo. Bisogna avere pazienza, nell’affrontare Democrazia! In difesa della società aperta (Einaudi, pp. 212), il libro di George Soros appena tradotto dalla casa editrice torinese. Il personaggio è da romanzo distopico: finanziere miliardario, speculatore, principale responsabile del mercoledì nero del 1992, infine patron delle Open Society Foundations, una rete di fondazioni che promuovono a livello globale le sue idee di giustizia sociale, difesa dei diritti umani e libertà democratiche. Tutto bellissimo, no? Un riccone che fa del bene. Da favola.

Da una parte, coloro che lo difendono come fosse Cristo sceso in terra. Dall’altra, chi lo usa come obiettivo polemico con visioni semplicistiche di intrighi e macchinazioni. Nel mezzo proprio lui, Soros in persona, qui nei panni di narratore di se stesso. Più onesto di quanto si possa immaginare. Si definisce egocentrico ed egoista, si vanta dei guadagni delle speculazioni, ammette di odiare i suoi leccaculi. E chiama gli Stati dei suoi nemici politici «Stati mafiosi»: la Russia di Putin, l’Ungheria di Orbán, gli Usa che Trump vorrebbe costruire.

Allievo del filosofo della scienza Karl Popper ai tempi degli studi alla London School of Economics, Soros ha una filosofia tutta sua, una sorta di epistemologia delle scienze sociali che lo ha aiutato a capire la fallibilità dei mercati e i comportamenti degli attori della finanza. «La mia filosofia mi ha guidato sia nel fare soldi che nello spenderli per rendere il mondo migliore», scrive. Il suo modus operandi è esemplificato da un episodio di gioventù. Da studente universitario, dopo un infortunio durante un breve impiego da fattorino, era riuscito a ottenere un supporto economico dal consiglio ebraico; supporto che secondo le norme non avrebbe dovuto avere, e che invece continuò a ricevere mentendo sulle proprie condizioni di lavoratore. Sebbene avesse ingannato il consiglio ebraico, il fatto che l’inganno fosse riuscito alla perfezione valeva per lui da legittimazione: «mi sentivo moralmente giustificato perché avevano indagato su di me e non avevano scoperto che stavo mentendo». È il savoir-faire di Soros, applicato sia alla finanza che alle sue iniziative sociali. Laddove parla dei primi passi della sua fondazione in Ungheria, sostiene senza remore morali che «usavamo le risorse dello Stato stesso per indebolirlo». Chapeau, un angelo. 

D’altronde i suoi progetti umanitari – per ciò che lui scrive – sono dei veri e propri mini-Stati all’interno dei paesi. Università, think tanks, associazioni, gruppi di pressione, tutto finanziato con le risorse delle Open Society Foundations, «il cui budget annuale si aggirava intorno ai cinquecento milioni di dollari e sta ora viaggiando verso il miliardo», sottolinea Soros, per un totale di 15 miliardi di dollari dalla data di fondazione al 2018. E la torta non è tutta sua. La forza di tali progetti è la collaborazione con altre associazioni e soprattutto l’apporto ricevuto dalla società civile; va da sé, non è difficile trovare persone disposte a partecipare ai giocattoli di un vecchio e affabile finanziere miliardario. Ogni paese in cui Soros ha messo piede possiede un’organizzazione “indipendente”, da lui promossa e finanziata, ma dotata di «un consiglio direttivo, una dirigenza e un personale autonomi con i quali manteniamo rapporti di stretta collaborazione». Promozione del fine vita, legalizzazione graduale delle droghe leggere e sostegno ai valori di tolleranza sono solo alcuni dei coloratissimi scopi dell’impero umanitario di Soros. Nel 2014, allo scoppio della guerra civile in Ucraina, effetto collaterale del colpo di Stato di piazza Maidan, fu in prima linea a sostegno di un’azione militare europea contro la Russia. «Tutte le risorse disponibili» scriveva «si dovrebbero destinare allo sforzo bellico», poiché «in mancanza di una resistenza unitaria, non è realistico aspettarsi che Putin rinunci a spingersi oltre l’Ucraina». I tentativi russi di promuovere la tregua tra le due parti in guerra hanno poi dimostrato che le manie guerrafondaie di Soros erano infondate. Di fatto, indicando Putin come nemico dell’Europa intera, cercava di dare forza a un’Unione poco unita, a prezzo di scatenare una guerra fratricida. Il suo «salvando l’Ucraina, l’Unione europea salverebbe se stessa» tradiva il totale disinteresse tanto verso il destino di milioni di russi e ucraini, tanto verso gli europei che sarebbero stati spinti a morire sul rinato confine orientale.

La sopravvivenza dell’Unione europea è una sua personale psicosi. Pur di salvarla, secondo Soros «è necessario riformarla a ogni livello: a livello dell’Unione stessa, degli Stati membri e dell’elettorato». Di grottesche proposte di riforme siamo ormai pratici, ma la “riforma dell’elettorato” ci incuriosisce particolarmente. A dispetto del sottotitolo sorosiano – Elogio della società aperta – l’unica traccia della sua filosofia politica è l’idea di ingegneria sociale gradualistica, quella che Popper chiamava piecemeal social engineering, e che al di là degli imbellettamenti di Soros non significa altro che usare milioni di dollari per finanziare una élite che gradualmente condizioni i comportamenti, i valori, le credenze e la vita delle persone. Soros è talmente noioso e banale da rappresentare da sé la migliore rassicurazione. Stiano buoni i complottisti: se Soros fosse una minaccia, avreste vita lunga. Volete disprezzarlo per le speculazioni finanziare e i fili con cui manovra la rete di fondazioni? Potete. Credete che sia lunico o il maggiore? Sbagliate.

Per quanto talvolta banale ai limiti della mediocrità, Soros è un fuoriclasse. La sua grandezza sta nell’armonia con cui unisce il proprio egoismo ai propri scopi “filantropici”, nella semplicità con cui ammette di avere incassato tesori principeschi facendo lo speculatore. «Quando la sterlina fu costretta a uscire dal sistema monetario europeo» scrive «divenni noto come luomo che ha gettato sul lastrico la Banca dInghilterra”. Accadde perché non negai il ruolo svolto in quella circostanza dal mio fondo speculativo; i mezzi di comunicazione poi lo ingigantirono. Lasciai deliberatamente che ciò succedesse, per creare una piattaforma dalla quale potessi esprimermi su altre questioni. E funzionò». Una simile disinvoltura è invidiabile, ed è la qualità che gli ha permesso di muoversi per decenni pressoché indisturbato in ogni angolo del pianeta. «Dove la disinvoltura è intatta non può esservi dubbio sull’entità del potere», dice Ernst Jünger, e lo stesso vale per i grandi accentramenti di denaro.

Soros ha speculato, e dietro questo verbo impersonale ci sono glorie finanziarie che hanno certamente annichilito molte storie personalissime. Eppure c’è chi gioisce nel vedere Soros usare i suoi unti miliardi per le battaglie “civili”, come il misero facchino che leva inni ad Allah perché Egli ha ricoperto di ricchezze il felice Sindbad. I nostri sono tempi in cui l’abbondanza di denaro risveglia la cattiva coscienza dei pochi che ne dispongono, e questa li spinge a nobilitare le proprie cause. No, Soros va al di là delle ipocrisie: «considero l’altruismo e la filantropia non un dovere, ma un piacere e una fonte di soddisfazione. È un lusso che i ricchi possono permettersi». Un uomo di tanta signorilità e garbo non può che conoscere il mondo meglio di idealisti e sognatori di mondi impossibili. Il nostro modesto antimanicheismo ci spinge a cercare del buono dove meno ci aspettiamo di trovarlo. Ecco allora tre pulci che Soros ci ha messo nellorecchio su Euro, futuri orwelliani ed economisti falliti.

L’euro, moneta da terzo mondo. È il paladino di molti convinti eur(ope)isti, ma è arrivato là dove ancora loro arrancano. Per Soros – che all’instabilità finanziaria europea ha dedicato un libro nel 2012, Financial Turmoil in Europe and the United States – il progetto della moneta unica ha fin dalla nascita numerosi difetti, come l’assenza di una tesoreria comune a fronte dell’esistenza di una banca centrale. A suo giudizio la più grave disfunzionalità è il completo trasferimento del diritto di stampare moneta alla BCE, ente indipendente dagli influssi politici dei singoli paesi europei. «In un Paese avanzato con una sua valuta, il rischio di bancarotta è assente perché si può sempre stampare moneta». Delegando il controllo della moneta a una banca centrale che sfugge al controllo politico, i paesi europei «si mettono nella posizione dei Paesi del terzo mondo che prendono prestiti in una valuta straniera».

Il paradigma del nuovo millennio: l’informazione come merce. C’è solo una cosa che Soros teme più di Putin: la Cina, che descrive come il più ricco, forte e avanzato regime autoritario del mondo, dunque il presidente Xi Jinping, «il nemico principale di coloro che credono nell’ideale di società aperta». Il miliardario ungherese teme che il sistema di accumulo di informazioni sotto controllo dei colossi del web possa essere messo al servizio dei regimi. I sistemi di controllo costituiscono una minaccia mortale per le società aperte, mentre diventano campioni nazionali nel caso degli Stati autoritari. «È ciò che ha permesso ad alcune aziende cinesi di proprietà statale di stare al passo e persino superare le multinazionali». L’occhio attento di Soros coglie quel cambio di paradigma nell’economia globale, di cui noi tutti siamo testimoni. Da un modello industriale, in cui a primeggiare era colui che aveva capacità produttive maggiori per quantità e qualità, passiamo progressivamente a quello che il sociologo americano Manuel Castells chiama «informazionalismo».

Se all’interno del paradigma industrialista c’era la continua ricerca della crescita economica nei termini della massimizzazione della produzione, l’informazionalismo va invece nella direzione dello sviluppo tecnologico, cioè nell’accumulo di conoscenza (vi dicono nulla i big data?). Ne abbiamo un esempio concreto nel palmo della nostra mano: quando sul telefono utilizziamo servizi o piattaforme informatiche gratuite, il prezzo che stiamo pagando è la consegna di informazioni sulle nostre generalità e i nostri gusti. L’informazione è la merce più importante. I giganti del web, Google e Facebook su tutti, vincono grazie alla capacità di acquisire facilmente informazioni sugli utenti, che utilizzano poi per vendere pubblicità. Questo cambio di paradigma ha effetti sempre più evidenti dal punto di vista politico, sociale ed economico. Il rinascimento cinese passa da qui. Più lo Stato riesce ad accumulare informazioni sui suoi “utenti”, i cittadini, più è efficiente.

L’economia, scienza fallita? La crisi del 2008 dovrebbe servire come monito di diffidenza verso i cosiddetti “esperti”. È l’anno che ha definitivamente archiviato i tentativi di rendere l’economia una scienza esatta sul modello della fisica. Soros ha formulato una sorta di theory of human actions, sulla base di tre concetti: fallibilità, riflessività, principio di indeterminazione umana.

1) La fallibilità è l’incapacità umana di comprendere, da sola, il tutto del mondo;

2) La riflessività è l’idea per cui gli esseri pensanti, all’interno di una situazione sociale, svolgono una funzione cognitiva (cercano di comprendere la situazione) e una funzione manipolativa (la modificano);

3) Il principio di indeterminazione umana è l’incapacità di prevedere né con assoluta certezza né con probabilità quantificabili gli stati futuri di una situazione sociale. 

Nulla di complicato, in realtà, e tanto di già detto – le Ricerche sul metodo delle scienze sociali di Carl Menger sono del 1883, ma sono sfuggite a molti. In sostanza, Soros afferma che a differenza di quanto accade nelle scienze naturali, in cui l’osservatore esterno è impegnato nella funzione cognitiva, le scienze sociali (nel nostro caso l’economia) hanno come oggetto il soggetto stesso. La comprensione umana della società influenza la società medesima; se pensiamo a un mercato, non esiste un rapporto fisso tra il pensiero dei partecipanti, che sono osservatori e agenti allo stesso tempo, e il corso effettivo degli eventi all’interno di quel mercato. È ciò che Popper rimproverava sia a Marx che a Freud.

E la finanza che cosa c’entra? C’entra eccome. In primo luogo, dal principio di fallibilità capiamo che «i prezzi di mercato delle attività finanziarie non riflettono con molta cura il loro valore fondamentale», poiché «ciò che riflettono sono le aspettative dei prezzi futuri», soggette appunto a fallibilità. In secondo luogo, «i mercati influenzano i fondamentali che dovrebbero invece riflettere», ed è vero che i mercati finanziari non operano soltanto da un punto di vista “cognitivo”, bensì anche manipolativo – Soros cita il caso di aziende che per un certo periodo «possono migliorare i guadagni delle azioni emettendo azioni a prezzi gonfiati». Infine, il principio di indeterminazione umana cancella l’idea dell’equilibrio come condizione assoluta dei mercati finanziari. Gli agenti si muovono in base alla loro imperfetta comprensione delle circostanze, perciò non possono dare vita a un mercato in perfetto equilibrio.