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Tradizioni eurasiatiche: il mito dell’occultamento

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Vincenzo Colao

Riteniamo possa essere molto interessante per i lettori condividere un excursus breve, ma efficace sul percorso, religioso, filosofico e storico, sul quale si sviluppa il tema dell’occultamento del mito nelle tradizioni eurasiatiche.

Perché può essere interessante il mito dell’occultamento nelle tradizioni eurasiatiche

Da cosa era contraddistinto lo spazio esistenziale dei popoli indoeuropei

Innanzitutto ci sembra utile definire una parola antica e cioè Turan. Si tratta nello specifico di un nome iranico antico, utile per identificare lo spazio geografico dell’Asia centrale.

Il termine ha una matrice indoeuropea se parliamo dell’aspetto etimologico. Infatti indica nello specifico la terra dei Tur e cioè si riferisce al popolo nomade dei Turiya.

Forse non tutti sanno che quest’ultimo era nemico degli Irani, considerati stanziali e sedentari.

A un certo punto però questo termine inizia a riferirsi ai popoli Turchi. Ma questo avviene solo con lo Shahnameh di Firdusi. Anche se in realtà non c’era un collegamento concreto tra la cultura degli antichi turchi e quella turanica.

In pratica quindi se parliamo di occultamento del mito dobbiamo riferirci all’iranismo e al turanismo, i quali sono due interpretazioni differenti del logos europeo. Diciamo così perché l’iran è una terra abitata da tribù, che provengono dallo spazio turanico.

Quest’ultimo nel corso dei mesi ha perso le caratteristiche originarie e cioè quelle pastorali e nomadiche della cultura europea. Invece il Turan in realtà è considerato non a caso la madrepatria della cultura India europea e nomade.

In pratica viene considerato il centro, dal quale poi si diffondono i popoli che abitano queste dimensioni. Per quanto riguarda invece lo spazio esistenziale dei popoli indoeuropei, dobbiamo considerare che era contraddistinto da una concezione spirituale del mondo, che era fondata sulla dipendenza reciproca tra ordine fisico e metafisico e uomo e natura

Altre cose da sapere sul mito dell’occultamento nelle tradizioni euroasiatiche

Differenze tra visione turanica del mondo e cosmovisione iranica

Continuando a parlare dello spazio esistenziale dei popoli indoeuropei, e della loro concezione spirituale, aggiungiamo che l’uomo era un prodotto della luce, mentre la morte veniva vista come un sereno ritorno all’origine della luce. L’anima viene sulla terra solo con lo scopo di ascendere in futuro in un’ottica di gerarchia e verticalità.

Quest’ultima era espressa sia nello schema trifunzionale di Re, guerriero e contadini utilizzato da Georges Dumézil per parlare della società tradizionale ed Europea.

Ma la verticalità era stata anche espressa nelle tombe a tumulo della civiltà di Kurgans raccontata in maniera impeccabile dall’archeologa e linguista lituana Gimbutas.

Seguendo questa prospettiva e questa concezione spirituale, il male veniva definito come lontananza dal bene e quindi come rifiuto dell’ordine gerarchico per quanto riguarda l’induismo.

Quest’ultimo era identificato da René Guenon come la tradizione più vicina a quella primordiale. Sempre continuando a parlare del mito dell’occultamento, ricordiamo che la Cosmovisione iranica si fondava su un principio di dualità, all’interno del quale bene e male nonché oscurità e luce, si contendevano il predominio sul mondo e sull’uomo.

Però la cosmovisione Iranica era diversa dalla visione turanica, che vedeva il mondo come una ipostasi terrena della sorgente di luce eterna.

Invece secondo la cosmovisione Iranica il male non aveva solo la funzione di tentare l’uomo con le sue lusinghe e minacciare, ma in alcuni casi. Quanto meno temporaneamente poteva vincere sul bene.

Ma il tempo nel logos filosofico e religioso iranico avrà il valore di speranza nella risurrezione e quindi nel trionfo definitivo di bene sul male.

In questa prospettiva si colloca il mito Zoroastriano del Saoshyant. Quest’ultimo nella Redenzione cosmica finale dovrà guidare il bene a vincere contro il male.

Idea dell’impero come potere frenante: il concetto di Katechon

Un’altra cosa importante da ricordare quando si parla del mito dell’occultamento è che lungo l’orizzonte iranico esistenziale si sviluppa l’idea ripresa successivamente dal cristianesimo con il concetto di Katechon dell’impero considerato potere frenante.

In pratica il re sacerdote ha il compito di ristabilire il rapporto tra ordine metafisico e fisico minacciato dal male.

Questo compito lo può portare a termine attraverso la consacrazione dello spazio, che è sottoposto alla sua autorità.

In pratica Il re nella tradizione iranica preislamica era a capo, nonché apparteneva allo stesso tempo alla casta dei magi. Questo ruolo era possibile in virtù della sua gloria solare e legale di intelletto soprannaturale.

Queste caratteristiche lo accumunavano agli Imam dello sciismo e cioè ai capi religiosi e politici allo stesso tempo.

Questi ultimi erano capaci di comprendere la realtà per quello che era e non solo relativamente alle forme sensibili che sono illusorie.

Parliamo di uomini che fanno parte di un ordine metafisico, il cui centro lo si trova nell’essere che si contrappone fisiologicamente al divenire.

Il loro occultamento è legato non solo al fatto di voler scappare da un mondo pervaso dal male, ma anche e soprattutto al passaggio della natura immortale. Parliamo di soggetti che non sono esuli come gli uomini mortali ma partecipano al Divino.

Ma per via del loro occultamento, provocato da una vittoria momentanea del male, sarà il paradiso ad occultarsi fino alla redenzione finale.

Non dimentichiamo nemmeno che il mito dello sfruttamento del Divino fa parte di varia e tradizioni eurasiatiche da Oriente a Occidente sin dall’antichità. Zeus nasce e poi vive i primi momenti della sua vita nel Dikteon Andreon Di Creta. Successivamente viene nutrito dalla Ninfa Amaltea in forma  caprina, per sfuggire alla Furia del padre Kronos, dio del tempo e della fertilità.

Conclusioni

In pratica Kronos era atterrito da quella profezia che sosteneva che il suo trono sarebbe stato distrutto proprio per mano del figlio.

In quella grotta il giovane Epimenide si addormentò per risvegliarsi,57 anni dopo. Ma la cosa era legata al fatto che non era mutato in tutti quegli anni dal punto di vista fisico. Quella grotta era un centro sacro fuori dal tempo. Quindi al suo interno nessun altro poteva nascere o morire.

L’idea della Grotta, come nascondiglio e luogo di esistenza fuori dal tempo, ritornerà poi in maniera evidente nella vicenda dei sette dormienti di Efeso. Queste sono solo alcune delle  cose da dire sul mito dell’occultamento e del Divino nelle tradizioni eurasiatiche, che magari approfondiremo in un altro articolo.

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