La salvezza del Venezuela potrebbe non essere il petrolio, ma la sua assenza. Perché il tesoro che si nasconde sotto la superfice non è tale. E’ così impuro e pesante che per raffinarlo servirebbero investimenti e tecnologia che nessuna della grandi compagni ha intenzione di impiegare
La ricchezza del Venezuela è dunque già una mezza verità prima di rivelarsi una totale menzogna. Ma questa mezza verità serve almeno a far capire la povertà del Paese, e restituisce una qualche logica in risposta alla domanda che la favoleggiata ricchezza del Venezuela suscita se lo si osserva da lontano e ci si accontenta di qualche annotazione veloce.

Il problema è un’endemica incapacità di fare i conti con una certa economia e trarne i benefici più diretti e riconosciuti. Il Venezuela non è la Norvegia, per molte ragioni evidenti e molte altre, imparentate con un cupo fatalismo equatoriale. Ma il nodo è anche nelle evidenze, raccontate male, al punto da farle diventare una favola o una trappola – a seconda dello spirito con cui ci si avvicina – e lo si scopre diverso da come ci era stato detto o lo raccontavamo a noi stessi. Le enormi quantità di petrolio sono reali ma la possibilità che siano trasformate in un prodotto competitivo sono nulle o quasi e si arrendono ai numeri: gli investimenti sarebbero colossali, i tempi coerenti con essi, ed il risultato non sembra poter seriamente interessare nessuno dei colossi dediti all’estrazione del greggio. Ecco allora che il tesoro del Venezuela sembra il lascito sporco di un mito delle Americhe, quello di El Dorado la città d’ora inutilmente cercata dai Conquistadores -e che per quelle terre e genti fu una disgrazia. Il mito ritorna per fare danni e se è solo un pretesto ne può fare di peggiori. E può essere grandine e fuoco nello stesso tempo se l’avventuriero di turno non deve procedere, lui, in una terra ostile ma è lontano migliaia di miglia, comodamente nel suo Studio ovale. Ma può distruggere ed incendiare, come fosse lì, anche se non parla la lingua di Pizarro.
