Nel tentativo di rispondere alla grande crisi economica che ha colpito l’economia mondiale a partire dal 2009, governi e banche centrali hanno applicato, soprattutto nei paesi occidentali, i concetti della teoria economica classica: ovvero una politica aggressiva sui tassi di interesse, che hanno subito molti tagli, una particolare attenzione verso l’inflazione controllata e una rigorosa predilezione per il pareggio di bilancio.

E hanno sostanzialmente fallito.

Soprattutto in Europa i risultati di tali politiche tradizionali non sono stati per nulla soddisfacenti: l’obiettivo di un “salutare” tasso di inflazione vicino al 2% non è mai stato raggiunto; la crisi economica è stata sì puntellata, ma non vi è stata una ripresa della crescita uniforme e soprattutto sono aumentate le disparità sociali, non vi è stata una adeguata redistribuzione delle risorse. I tassi di disoccupazione rimangono preoccupanti in alcune aree e si è assistito a un generale impoverimento delle classi sociali più deboli.

Alla ricerca di risposte che potessero fornire un approccio diverso, economisti come Stephanie Kelton, James K. Galbraith, L. Randall Wray e Warren Mosler hanno rielaborato negli ultimi dieci anni alcuni concetti che risalgono all’inizio del ‘900, dando vita alla Teoria Monetaria Moderna, conosciuta con il suo acronimo inglese MMT ovvero Modern Monetary Theory.

Warren Mosler, uno dei padri della MMT

Si tratta di una teoria che possiamo considerare eterodossa e post-keynesiana, che affonda le radici all’inizio del secolo scorso nel cartalismo di Knapp e Innes, ovvero il concetto secondo cui la moneta (e la sua creazione) serve agli Stati per indirizzare l’economia e non è quindi un mero strumento di pagamento. Uno dei principi basilari della MMT risiede nella convinzione che siano le tasse a indirizzare la moneta. Uno Stato prima crea la moneta contabile (il dollaro o la lira, ad esempio) e poi impone delle tasse che potranno essere pagate esclusivamente con la stessa moneta. La necessità di pagare le tasse porterà la gente a lavorare in cambio di un salario denominato in quella specifica valuta, spingendo quindi la domanda e assicurandone il valore nel tempo.

Ma nonostante i governi debbano imporre le tasse, la MMT afferma che essi non devono farlo per finanziare la spesa pubblica bensì per conseguire un duplice obiettivo: da un lato, le imposte devono fornire margine di manovra per la spesa, impedendo a quest’ultima di generare inflazione, dall’altro, devono essere utilizzate per scopi redistributivi attraverso l’imposizione progressiva sui redditi. Se l’importo delle tasse raccolte è inferiore alla somma che un governo spende, la differenza deve essere “presa in prestito” attraverso l’emissione di titoli di Stato.

Altra idea fondamentale della MMT è che la politica economica e monetaria di un paese debba avere come obiettivi la piena occupazione e un accettabile tasso di inflazione. La recessione viene spiegata (in maniera molto keynesiana) con la carenza di domanda interna, che può essere combattuta attraverso la spesa pubblica e la creazione di liquidità. Se l’inflazione aumenta in maniera eccessiva, lo Stato interviene con la tassazione, togliendo quindi denaro dalla circolazione.

Condizione necessaria per l’attuazione della MMT è che lo Stato stampi moneta, ovvero sia prestatore di ultima istanza. I paesi che possono emettere moneta saranno liberi da vincoli di bilancio: se lo vorranno potranno incrementare la spesa pubblica praticamente senza limiti. Certamente la teoria funziona meglio quando non vi è un eccessivo debito emesso in valuta estera e quando il tasso di cambio della valuta è flessibile e non prefissato. Secondo questi criteri, ad esempio, paesi come gli Stati Uniti e il Giappone sarebbero candidati ideali per l’attuazione di queste politiche.

Abbiamo visto che le misure di politica monetaria come il Quantitative Easing, ovvero l’acquisto da parte della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea di grandi quantità di titoli di Stato, al fine di abbassare i tassi di interesse di lungo periodo e fare in modo che i capitali confluissero su azioni e obbligazioni emesse da aziende private, stimolando la crescita economica, non si sono rivelate particolarmente efficaci.

Se questa tipologia di interventi ha aiutato sicuramente a far crescere i mercati azionari, che hanno inanellato record su record, è anche vero che ha aumentato in maniera sostanziale la disparità di ricchezza tra le classi più abbienti e quelle più deboli. La vera sfida della MMT è quella di perseguire l’obiettivo della piena occupazione, in modo tale che la crescita economica porti a un miglioramento generale delle condizioni di vita e non al divario sempre maggiore tra poveri e benestanti.
Il principio chiave è quello del “datore di lavoro di ultima istanza”: accettando il fatto che il capitalismo, lasciato a se stesso, non impiegherà mai tutti coloro che sono disposti a lavorare, allora i singoli Stati, attraverso programmi mirati finanziati da investimenti pubblici, dovrebbero offrire lavoro a tutti quelli che sono in grado di lavorare ma impossibilitati a trovare un impiego.

Uno dei padri della MMT, Warren Mosler, non può essere decisamente classificato come il classico economista che ha dedicato la propria vita a dimostrare complicati teoremi. Mosler è stato fondamentalmente un trader di successo, un operatore sui mercati finanziari che, grazie alla sua attività, ha sviluppato alcune interessanti intuizioni. A suo modo rivoluzionaria è stata la sua idea sul deficit pubblico: ribaltando la teoria economica comunemente accettata, che voleva gli Stati intenti prima a tassare o prendere a prestito soldi per poi eventualmente spenderli, Mosler sostiene invece che è lo Stato a dover prima spendere, altrimenti per i cittadini non vi sarebbero soldi con cui pagare le tasse o comprare titoli del debito pubblico.

La MMT toglie quindi ogni giustificazione all’austerità, ovvero il meccanismo per cui gli Stati aumentano le tasse e tagliano la spesa pubblica perché “non ci sono soldi”. In uno Stato dove vige sovranità monetaria, ovvero dove è possibile emettere titoli di debito pubblico nella valuta che si può stampare, non si rischia mai il default. Il denaro dal punto di vista operativo viene sempre anticipato dalla Banca Centrale e girato poi allo Stato, che provvede a spenderlo.

Riassumendo, quindi, la Teoria Monetaria Moderna si basa su pochi e semplici concetti: gli Stati possono creare moneta a loro piacimento; il valore intrinseco della moneta è dato dalla tassazione; gli Stati che controllano le loro banche centrali e non prestano in valuta estera non possono fallire; le tasse non servono a finanziare la spesa pubblica. Questa teoria non è stata risparmiata dalle critiche, in alcuni casi talmente pesanti da metterne in dubbio l’efficacia e la validità.

Alcuni economisti, ad esempio, sostengono che in realtà gli Stati abbiano dei precisi limiti di spesa fissati dall’inflazione, e che quindi non sia possibile aumentare a piacimento la spesa pubblica mascherandosi dietro la creazione di moneta. Secondo la teoria classica vi è l’assoluto bisogno di avere banche centrali che non siano in alcun modo controllate dai singoli Stati e che possano tenere sotto controllo l’inflazione, in modo da garantire la stabilità e dare maggiori garanzie ai detentori del debito pubblico, pur assumendosi il rischio di creare una quota anche importante di disoccupazione sistemica.

Un’altra critica importante alla MMT è quella di ignorare completamente le aspettative, che influenzano i comportamenti delle persone. Se ad esempio i risparmiatori hanno la certezza che il governo sia pronto a spendere per raggiungere le sue priorità, indipendentemente dalla situazione economica, facendo così aumentare i prezzi, è molto facile che tendano a comprare beni durevoli prima che diventino troppo cari o ancora siano pronti a comprare valuta estera ottenendo un duplice effetto: un aumento significativo dell’inflazione e un crollo del valore della moneta stessa. Infine, i critici più feroci affermano che la MMT, mancando di studi formali sistematici non sia in grado di verificare le proprie ipotesi in maniera rigorosa, perdendo quindi valore dal punto di vista accademico.

Dal canto nostro, non siamo in grado di stabilire se la Modern Monetary Theory possa essere considerata una valida risposta alle evidenti storture provocate dalle politiche tradizionali. In un mondo dove spadroneggiano le teorie iperliberiste e dove la logica del profitto a qualsiasi costo sembra essere l’unico punto fermo, crediamo sia comunque importante accogliere qualsiasi contributo che possa stimolare il dibattito e incentivare nuove idee e politiche economiche che abbiano come obiettivo, per una volta, il miglioramento delle condizioni di tutti e non il rafforzamento dei privilegi di pochi.