Eravamo abituati a vederlo, sin dal 1962, vestito con il sempre impeccabile completo doppiopetto bianco, simbolo desueto di quella rigogliosa borghesia sudista, destinata all’estinzione. Wolfe nacque a Richmond in Virginia, il 2 marzo del 1930 e fin dagli inizi, si mostrò come un acceso e estremamente dotato critico della società contemporanea in cui viveva, non mancando di colpire da una parte il mondo degli intellettuali e dei loro detrattori. Grandioso giocatore di baseball, decise però di abbandonare lo sport per dedicarsi agli studi di storia americana a Yale, ove si laureò con il massimo dei voti. Gli si aprirono successivamente le porte del giornalismo e dell’effervescente mondo dei reporter; Wolfe, assieme ad altri giganti del settore come Hunter Stockton Thompson e Truman Capote, fu uno dei massimi innovatori del campo, dando vita al “Nuovo Giornalismo” – che più tardi definì “Giornalismo Letterario” –, la rivoluzione che il mondo dell’editoria attendeva da tempo.

Ancora oggi, il mattatore dei benpensanti rimane un punto di riferimento professionale, ma anche umano e creativo. Fu Wolfe, nel corso delle due decadi ’60-’70 a coniare neologismi e a lanciare nuove forme di disapprovazione: caso rimasto nella storia fu quello della festa nel mega attico su Park Avenue di Leonard Bernstein, il famoso direttore d’orchestra. Era il 14 gennaio del 1970; qui Wolfe, analizzò l’intellighenzia di sinistra newyorkese, riunitasi per raccogliere fondi da devolvere alla formazione politica di stampo marxista-leninista delle Pantere Nere. I bolscevichi da salotto, la sinistra caviale e i liberal limousine, vennero condensati in un lapidario ed esplicativo: “Radical Chic”, l’elitista perbenista ma tragicamente incoerente, dedito più a coccolar la fuffa con snobismo che a mettere in pratica soluzioni concrete.

L’uomo che ci ha dato Il falò della vanità e Lo chic radicale e Mau-mauizzando i Parapalle, colui che ha descritto gli anni settanta come “The Me Decade”, denunciando un sempre più forte e dilagante individualismo, se n’è andato, ricordandoci il percorso tracciato già da tempo. Il pensiero, aspro e indipendente è ciò che ci manda avanti, il motore che mantiene spirito e cerebro vivi e pronti a fare i conti con l’attualità. Wolfe ci ricorda soprattutto l’importanza della critica in qualità di interpretazione del presente e necessario elemento di modifica di esso, dall’arte fino alla letteratura – questa, secondo il giornalista, doveva infatti tornare alle origini –. Ci mancherai, conservatore in abiti estivi.