Dovevamo arrivarci, ci siamo arrivati. L’anticomplottismo dei complottisti ha appicciato la viscida targhetta del complotto anche sulle macabre cronache di Bibbiano. Mentre giovedì ci recavamo al convegno inerente l’inchiesta “Angeli e Demoni”, organizzato presso la Camera dei Deputati da Armando Manocchia di ImolaOggi e dall’Onorevole Maria Teresa Bellucci di Fratelli d’Italia, i social secernevano il fetore di post e tweet senza remore, pronti a gettare fango su chiunque si permetta di parlare di Bibbiano.

Hanno ragione da vendere. Come opportunamente ricordato durante il convegno dall’avvocato Francesco Morcavallo: «Il permanere di questo tipo di vicende si è sempre nutrito del silenzio». Morcavallo è un uomo con la schiena talmente dritta, da aver abbandonato la toga di giudice del tribunale dei minori di Bologna nel 2013, dopo anni di battaglie portate avanti contro le nefandezze relative al sistema degli affidi all’interno del collegio. L’avvocato cosentino non lascia spazio a fraintendimenti. La notizia, nello scandalo di Bibbiano, non è rappresentata dagli abusi commessi nei confronti dei bambini, è il contesto ad inquietare: «Le istituzioni che dovevano garantire che ciò non succedesse hanno contribuito in modo efficiente al fatto che certi fatti accadessero».

È un sistema malato quello degli affidi, una gigantesca tenia che scava negli intestini del silenzio, nutrendosene alacremente. I tribunali spesso e volentieri sfornano provvedimenti d’affido non fondati su fatti e prove, bensì su soffiate, presupposizioni, delazioni, chiacchiericcio. «Perché in tutti i processi contemplati dall’ordinamento si decide su fatti e su prove e nel processo minorile no?», una risposta potrebbe offrirla il Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, interrogato a tale proposito di recente in Parlamento: «Le questioni sollevate investono solo in parte lo spettro delle competenze del Ministero», con buona pace del principio del giusto processo e dell’articolo 111 della nostra Costituzione.

Nel corso del suo intervento Maria Teresa Bellucci ha ricordato l’imminente istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare riguardante i tragici fatti della Val d’Enza, uno strumento sul quale i vari relatori non nascondono alcune perplessità: «Da chi sarà composta? Una parte non può farla in quanto referente politico dei gestori, un’altra in quanto referente politico di altri gestori, un’altra che ancora propone gente che è stata garante dell’infanzia quando queste cose odiose accadevano. Chi la fa la commissione d’inchiesta? Diventerà una riunione di condominio».

Prende poi la parola l’avvocato Francesco Miraglia, difensore legale di tante parti lese coinvolte nell’inchiesta “Angeli e Demoni”: «Non passi l’idea che questo problema riguardi solo l’Emilia Romagna: a Venezia un bambino di tre anni veniva allontanato in modo da abituarsi all’adozione; in un’altra regione un bambino doveva essere allontanato in quanto troppo effemminato, dato che aveva come punti di riferimento la mamma e due sorelle. Il papà non c’era più. Oppure potrei ricordare di un bambino allontanato per quattro anni in comunità perché la mamma era troppo amorevole». Per spazzare via il marcio da questo sistema infame c’è bisogno di un’azione combinata tanto sul piano processuale quanto su quello dell’informazione: parrebbe più accessibile il primo del secondo. A questo proposito, Miraglia riporta un aneddoto piuttosto umiliante per chi è solito insozzarsi le mani con questo sudicio mestiere: «Abbiamo passato due giorni a illustrare questo sistema marcio a una giornalista di uno tra i quotidiani più importanti d’Italia, questa persona è entrata anche in contatto con alcune delle famiglie coinvolte. Il giorno prima che il pezzo dovesse essere pubblicato, mi ha chiamato, vergognandosi, e dicendomi che il caporedattore, dopo tre giorni di lavoro, ha impedito la pubblicazione dell’articolo». Il sistema degli affidi illeciti è una gigantesca tenia che si ingurgita di silenzio. E di minori.

Dietro l’omertà della grande informazione si celano più ragioni: il traffico di denaro è certamente tra queste. Qualche numero l’ha riportato Alessandro Meluzzi: «50.000 bambini sottratti alle proprie famiglie naturali, per un business che vale un miliardo e mezzo di euro». Una montagna di soldi. Altra magagna riguarda il conflitto di interessi, quello in cui sarebbero invischiati i giudici onorari dei tribunali dei minori. Un caso emblematico richiamato nel corso dell’evento dà il polso della situazione: «Una psicologa, che accusa una mamma per violenza sessuale nel momento in cui questa voleva indietro la sua bambina dopo 3 anni in comunità, era allo stesso tempo: responsabile del centro aiuti al bambino, consulente della procura e responsabile della comunità. Non solo: addirittura fu poi la stessa psicologa ad adottare questa bambina». La soluzione è condivisa: stanare i colpevoli all’interno della magistratura e disporre, finalmente, provvedimenti disciplinari ferrei. Il legislatore non si affanni, le leggi ci sono già. Occorre solo farle rispettare.

Una chiosa finale dedicata alla ciclopica macchina del fango che già parrebbe essersi messa in moto da qualche giorno a questa parte contro Bibbiano. La trama è sempre la stessa: i debunker da strapazzo, i giornalistucoli delle redazioni benvolute dai ministri della verità e i loro sodali spargono il pestilenziale incenso del complotto sulle vicende più periferiche della questione – pensiamo ai ripetuti attacchi contro il PD di questi giorni. I cani da riporto di un giornalismo composto da lecchini e invertebrati si aggirano latrando ai margini della vicenda, su questioni apparentemente inique, leccandosi i baffi mentre avvertono l’odore del sangue, il vero obiettivo delle loro sudicie, mollicce penne: si parte dalle sciocchezze e si punta dritti al nocciolo della questione. Ridurre Bibbiano, la val d’Enza e lo scandalo affidi a una cronachetta da quattro spiccioli. Un caso isolato tra tanti. Puntano dritti lì, alla decostruzione del fatto. E all’annichilimento delle vittime.

È invece necessario dire le cose come stanno. Bibbiano è l’estrema sintesi dei mali del nostro tempo: neoliberismo miscelato a una buona dose di malthusianesimo. L’inchiesta sulla Val d’Enza è una lieve spennellatina su una mastodontica montagna di merda: eventi come quello organizzato ieri alla camera non possono che aiutare un lungo e difficile percorso di ricostruzione di verità storiche e processuali. Nella speranza che non si replichino tempi biblici come quelli che hanno contraddistinto l’orrenda vicenda del Forteto.