“No! Questa volta non glielo permetteremo, dovesse scoppiare una nuova guerra!”. Devono essere state queste le parole urlate dall’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, le stesse che riecheggiarono nella notte tra il 10 e l’11 ottobre del 1985, nella residenza del Quirinale, all’Ammiraglio Fulvio Martini direttore dei servizi segreti italiani. Era infatti da poco arrivata una prima telefonata americana, al Presidente Craxi, che chiedeva di dare ordini per autorizzare atterraggio all’aeroporto militare di Sigonella di un aereo egiziano dirottato all’altezza della Sicilia da un F-14 americano. Sull’aereo egiziano si trovavano due negoziatori palestinesi nominati da Arafat (Abu Abbas e Hani el Hassan), i quattro dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, accusati dell’uccisione di un cittadino americano ebreo, e alcuni membri del servizio di sicurezza egiziano.

Poco dopo visti gli scarsi risultati ottenuti dagli interlocutori americani, Craxi ricevette una seconda telefonata direttamente dall’allora Presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Regan. Nella telefonata, si alzano i toni, e si scontrano opposte esigenze; gli Usa vogliono catturare i mandanti e gli esecutori di un atto terroristico, il Presidente Craxi invece, è fortemente intenzionato a difendere la sovranità nazionale su Sigonella, costi quel che costi, aggiungendo tra le altre cose che “il popolo italiano non avrebbe mai compreso una tale rinuncia alla sovranità nazionale”. Dopo quella telefonata, la cronaca degli eventi ci dice che l’aereo egiziano atterrò a Sigonella alle ore 00.15 e fu subito circondato sulla pista da 30 Avieri di leva della V.A.M (Vigilanza Aeronautica Militare) armati di vetusti Moschetti Automatici Beretta, comunemente chiamati M.A.B.  Pochi minuti dopo arrivò la risposta “inferocita” degli americani; due C141 atterrarono a Sigonella e da lì ne uscirono 50 uomini della famigerata Delta Force che comandati dal Generale Steiner, si diressero verso il Boing circondando i V.A.M., armi in pugno. A questo punto l’intenzione degli americani sembra chiara: prendere i prigionieri e i passeggeri.

La situazione sembrò drammatica, e agli americani sembrò di averla vinta nuovamente. Ma a questo punto ci fu il colpo di scena; sopraggiunsero diverse compagnie di Carabinieri da Catania e Siracusa che circondarono gli uomini della Delta Force. Esistevano quindi tre cerchi concentrici intorno all’aereo e nessuno si sarebbe mosso da li senza ordini precisi. Comincia una vera e propria guerra di nervi tra l’Ammiraglio Martini, giunto nel frattempo in Sicilia e il Generele Steiner. Il Generale americano sfruttò la tecnologia riuscendo a parlare via satellite in tempo reale con gli Stati Uniti, l’Ammiraglio Martini si arrangiò come poteva: “usavo la rete telefonica della Sip” ricordò in seguito. La situazione cambiò quando il comandante Generale dei Carabinieri fece entrare a Sigonella alcuni Blindati. Erano le 5:30, gli americani mollarono la presa e ripartirono coda tra le gambe. Ma l’intricata vicenda ancora non era finita.

Si decise, infatti, di trasferire il Boeing a Ciampino scortato dai Caccia dell’Aeronautica. Poco dopo essersi alzati in volo la formazione fu disturbata da un F14 Americano, che aveva l’intento di dirottare il Boing. All’arrivo a Ciampino gli americani giocarono l’ultima carta. Un loro caccia, di fatto, dichiarando lo stato di emergenza ottenne l’autorizzazione all’atterraggio immediato. La storia ci dimostra che anche questo fu soltanto un pretesto, visto che il caccia una volta atterrato si mise di traverso al Boing egiziano. L’ammiraglio Martini, perse la pazienza e fece comunicare al pilota americano che se non si fosse tolto di mezzo entro cinque minuti lo avrebbe fatto buttare fuori pista con i Bulldozer; ne bastarono solo tre e l’aereo si alzò nuovamente in volo. L’irritazione statunitense si fece sempre più viva nei giorni seguenti, con pesanti conseguenze politiche, infatti il Ministro della difesa Spadolini, molto vicino alla Casa Bianca, ritira la propria delegazione dal governo, in segno di protesta per l’operato di Craxi.

La crisi rientrerà poco tempo dopo quando i ministri dimissionari tornarono nell’esecutivo, su la base di alcune promesse di Craxi di un futuro approccio più bilanciato sul Medio Oriente. Ottenuta la fiducia dalla Camera, Craxi però rilancia la sfida all’America – e a Israele – con un intervento in cui paragona Yasser Arafat a Giuseppe Mazzini. La battaglia di Sigonella è vinta, la sovranità nazionale salva, e lo sgambetto di Bettino Craxi all’America e a Israele perfettamente riuscito.