Tientsin, oggi.

Il viaggiatore passeggia lento per Guwenhua Jie, ribattezzata dall’Ente nazionale per il turismo della Cina in “Strada dell’antica cultura di Tientsin”. Nome invitante per una via artefatta con una lunga rassegna di bancherelle di chincaglieria, gioiellerie da nuovi ricchi, gallerie di quadretti con putti dagli occhi a mandorla, draghi d’argento, ciondoli di giada realizzati in serie, liuti Yueqin della dinastia Plastica, vasi della dinastia Capitale, porcellane della dinastia Visa. L’antico è prefabbricato, lucidato, finto. Ma è un’assolata giornata di aprile, ed è bello camminare a Tientsin, città ricca di Storia del novecento. Il viaggiatore si ferma all’ingresso di un piccola bottega di vecchie cianfrusaglie e ninnoli antichi, monetine, francobolli ingialliti, poster della rivoluzione culturale. Roba di poco valore, sicuramente, ma di un qualche fascino. Una mappa ingiallita di un secolo fa mostra com’era divisa la città. I diversi colori della mappa identificano differenti zone d’influenza. Con l’ingerenza delle grandi potenze negli affari cinesi tra il XIX e il XX secolo, nascono le diverse concessioni, vere e proprie ambasciate commerciali delle grandi potenze, delle specie di basi avanzate e privilegiate per l’import e l’export, ben affacciate sul fiume Hai He che si tuffa nel Pacifico. L’Impero Britannico in arancione, la Francia in azzurro, la Russia in marrone, il Giappone in viola, il Reich germanico in blu, l’Impero austro-ungarico in rosa, il Belgio in giallo. L’Italia è in verde. È uno spicchio di terra stretto tra gli austriaci ad ovest, a est i russi, a nord la ferrovia, a sud il fiume, e al di là di esso, la concessione del Sol Levante. Via Marco Polo, via marchese di San Giuliano, corso Vittorio Emanuele III, piazza Regina Elena, via Torino: memorie di un angolo italiano nel golfo di Bohai; Roma dista 8.251 chilometri in linea d’aria, camerieri cinesi servono vermouth Cinzano sui tavolini di un caffè liberty di una piccola, strana Viareggio del Mar Giallo. Ma in quella bottega di oggetti impolverati e vecchie storie c’è dell’altro che cattura l’attenzione del viaggiatore. Mette le mani su un volume con la copertina di cuoio logoro, nessun titolo o nome su essa. È un diario abbandonato su uno scaffale in compagnia di alcune malmesse copie del libretto rosso di Mao. Lo apre. Probabilmente è il primo a farlo da chissà quanto tempo. Ha le pagine consumate dai decenni ma la scrittura elegante in inchiostro nero è perfettamente leggibile. Diario di guerra di Aldo Furlan 1914-1919, recita in elegante corsivo, la terza pagina. Lo sfoglia, legge alcuni passaggi e precipita nel novecento. Ora il viaggiatore non esplora più lo spazio, ma il tempo.

 

Trieste, 11 agosto 1914

Partiamo! È pomeriggio di sole caldissimo a Trieste. Eccoci alla stazione centrale, i fanti giuliani del 97° K.u.K. Kaiserlich und Königlich Infanterie Regiment “Freiherr von Waldstätten”, circondati dalle famiglie, dalle fidanzate che lanciano fiori ai loro eroi dell’Impero, dalle madri che innaffiano di lacrime le banchine, dai funzionari civili che valorosamente mollano pacche d’incoraggiamento sulle spalle sudate di chi andrà al mattatoio al posto loro, dalle tube d’ottone della banda militare, dalle bandierine della Duplice Monarchia – Doppelmonarchie, dai vecchi rottami dell’esercito che ciarlano i discorsi patriottici, di questa patria che non esiste, che è un miscuglio di patrie, semmai. Quasi la metà di noi soldati con la divisa del 97° è slovena, poi c’è una bella fetta di serbi, un’altra di croati, mentre uno su cinque è di lingua italiana, poi qualche tedesco, qualche bosniaco, qualche ladino. Che babele, che vociare caotico. Nei giorni dell’addestramento ci è stato consegnato un libretto con gli ottanta comandi in tedesco da imparare a memoria, tradotti da quindici lingue diverse, per farli capire a tutti, o a quasi tutti. Kompanie, halt! Kompanie, marsch! Io, archivista del museo civico di storia e arte di Trieste, conosco benissimo il tedesco e me la cavo con lo sloveno, ma amo l’italiano, così voglio parlare, così voglio scrivere. L’Italia, la mia Italia, è laggiù, dopo l’Isonzo, e un giorno non lontano sarà anche qua Italia, e Trieste smetterà di essere Küstenland e sarà litorale con il tricolore. Ci chiamano irredentisti. Sì, la mia malattia si chiama Irredentismo, ed è una malattia che colpisce cuore, mente, corpo, tutto. Tuttavia, su questi vagoni del treno, stracolmi e bollenti, siamo pochi ad essere così appassionati alla causa, la maggior parte di questi camerati pensa già a portare a casa la pellaccia, diritto sacrosanto, e tutti noi, irredentisti e non, ci chiediamo perché dobbiamo andare fin laggiù, in Galizia, ai confini orientali dell’impero, a combattere una guerra che non ci appartiene contro i russi dello Zar. La locomotiva fischia, viaggiamo verso est, ad uccidere ed essere uccisi in nome di Francesco Giuseppe.

 

Leopoli, 29 agosto 1914

Cadiamo a migliaia. Siamo arrivati da solo due giorni e subito ci siamo gettati nella battaglia di Galizia. I russi hanno forze molto superiori. La 3° armata austriaca ha attaccato con violenza le posizioni nemiche tra le colline e gli acquitrini melmosi a sud di Leopoli, e con violenza è stata respinta. Le divisioni di Nicola II sono al contrattacco su tutta la linea lungo il fiume Gnila Lipa.

“Urrà!” Sentiamo gridare dai cavalieri cosacchi, diavoli con la sciabola sguainata e lanciati alla carica contro i nostri cannoni.

Dal cielo piovono bombe, usiamo i crateri fangosi per ripararci dalle pallottole, rimaniamo rannicchiati, tremanti, anche ora sono a scivere queste righe sdraiato in terra, mentre attorno a me è orrido concerto di urla ed esplosioni. È il caos, non arrivano più ordini precisi. Il tenente è morto stamattina, il capitano non si trova, nessuno sa più nulla. Il baccano della battaglia ci sta facendo impazzire, non c’è tregua. Stanno arrivando.

 

Leopoli, primo settembre 1914

I cosacchi mi hanno tolto tutte le mie povere cose, ma mi permettono di tenere questo diario. Mi sono arreso ieri. Quando tutto stava crollando, e non capivamo più nulla, i russi hanno sfondato il settore tenuto dal reggimento. L’ordine di ritirata è arrivato troppo tardi, quando il nemico era già in mezzo a noi con le baionette lunghe e nere, e ad ogni modo io non sarei riuscito a correre via, una scheggia di granata mi ha ferito la gamba destra, ma non gravemente – Dio ti ringrazio – non la perderò.

Circondati! In mezzo ai cadaveri dei nostri camerati, noi superstiti abbiamo alzato la mani.

È già finita la mia guerra?

 

Nell’immensità russa, 7 settembre 1914

Non so esattamente che giorno sia, nè so dare un nome a questo posto, è un non-luogo, una campagna piatta, gialla e polverosa, apparentemente senza fine, vuota, che si perde ai confini della Terra. Marciamo tutto il giorno, io con la stampella aiutato dai miei compagni di prigionia, e quando non ce la faccio più sono pietosamente raccolto da un carretto delle guardie. Il sole ci picchia sulla testa, abbiamo le labbra spaccate, la faccia bruciata e lurida e quando rallentiamo il passo i russi ci picchiano con il frustino. Forse sono morto in Galizia, e questa è la strada per l’inferno.

 

Mosca, Natale 1914

Freddo, gelo, neve, ghiaccio. I miei camerati si ammalano, muoiono, le nostre baracche nel campo ai margini della grande città sono ghiacciaie. I cenci pulciosi che ci hanno dato da indossare sopra le nostre divise estive ormai logore e stracciate non ci bastano. I pidocchi festeggiano il Santo Natale: almeno loro sono contenti a far baldoria nelle nostre barbe schifose. Dormiamo sulla paglia e il vitto consiste in pane nero, tè e 100 grammi di minestra che odora di piedi ammuffiti. Stamattina, grande adunata nel piazzale innevato del campo. Ci hanno separato, slavi dagli italiani. I russi vogliono dividere le varie etnie dell’Impero, vogliono minarne la multinazionalità. Dicono che ci smisteranno in tutte le province della Russia. Come in un gioco d’azzardo la cui posta è il mio destino, non so se puntare la mia vita su Siberia, Caucaso, Regioni Artiche, o Estremo Oriente.

 

Samarcanda, marzo 1915

Ho lottato contro il gelo, la febbre, la fame e ho vinto. Non tutti sono stati così fortunati … Avevamo una fievole speranza di essere liberati, il comandante del campo, un massiccio uzbeko in groppa ad un cammello con il manto imbiancato dalla neve, ci disse che lo Zar, magnanimo, ha offerto al Regno d’Italia noi italiani prigionieri, noi taliansky. Ma il Regno ha rifiutato, in quanto nazione neutrale! Forse l’entrata in guerra dell’Italia potrebbe essere determinante per la fine di questo incubo, ma non sappiamo quando e se avverrà mai.

 

Samarcanda, giugno 1915

È arrivata fin quaggiù la notizia, in ritardo, ma è arrivata. La novità tanto attesa ha ripercorso l’antica via della seta, lungo le coste dalmate e greche, attraverso la terra di Siria e dell’antica Babilonia, di Persia, le acque del Caspio, le regioni timùridi di Tamerlano, il khanato di Khiva, i feudi dei bey turco turco-ottomani e le lande dell’emiro di Bukhara per giungere tra le sudicie catapecchie dei prigionieri di guerra confinati nel Turkestan russo alla periferia di Samarcanda, la fortezza di pietra nata all’inizio del mondo.

La notizia è che Italia è in guerra al fianco di Francia, Inghilterra, Russia contro gli austriaci e i tedeschi. Vesto ancora la divisa del nemico, vorrei bruciarla.

Aspettando eccitati di venir riconosciuti come italiani di terre ancora sotto il dominio straniero, rompiamo la noia di giorni tutti uguali con le visite che ci permettono di fare in città. Sono rimasto come un pesce ebete a bocca aperta ad ammirare il complesso del Registan  sulla piazza delle tre scuole coraniche e quasi accecato dai raggi del sole che s’infrangono sulla facciata della Madrasa Sherdar; sono rapito dalle forme sinuose dell’architettura islamica, dalle cupole turchesi, dai mosaici di un miliardo di tessere, dal dolce e seducente canto del muezzin all’imbrunire, dalle spezie, profumi, costumi e colori del gran bazar, dalle botteghe tatare ingombre di tappeti, dalle donne velate che come fantasmi spaventati si defilano veloci al nostro passaggio.

 

Samarcanda, agosto 1915

Un anno lontano da casa. Il capitano della guarnigione tagika ci ha comunicato un altro trasferimento, in una località sul fiume Volga, nella Russia europea e quindi più vicino alle nostre terre. Che sia la volta buona per abbracciare l’Italia?

Stasera alla baracca degli italiani abbiamo cucito una bandiera con pezzi di stoffa acquistati al bazar. Verde, bianco, rosso. Il tricolore sventola sotto la mezzaluna del cielo di Samarcanda, nel regno delle mille e una notte.

 

Samara sul Volga, agosto 1916

Due anni lontano da casa. Da quando abbiamo firmato la richiesta di essere riconosciuti come cittadini italiani (per noi irredenti momento di grande gioia benché così lontani dai confini della nostra vera Patria), la nostra condizione, almeno sulla carta, è migliorata. Non siamo più prigionieri ma ospiti in attesa di rimpatrio, siamo però ancora sorvegliati a vista, reclusi, non possiamo allontanarci dalle nostre baracche. Formalmente è cambiato tutto, in realtà poco o nulla. Dopotutto, abbiamo sì dichiarato la volontà di essere italiani, ma le nostre terre d’origine non sono ancora “redente”, rimangono ancora sotto i vessilli degli Asburgo-Lorena. Io ed altri idealisti, ci siamo offerti persino come volontari per andare a combattere gli austriaci, nostri vecchi padroni, tra le fila del Regio Esercito in lotta contro gli Imperi centrali al fianco dell’Intesa. Sogno un giorno di liberare Trieste, e farla italiana.

 

Samara sul Volga, agosto 1917

Tre anni lontano da casa. Il tramonto è arancione sulla spiaggia di Samara, e dopo il bagno nelle acque del Volga, il fiume che sembra mare, con alle spalle le colline Žiguli e il campo degli taliansky, mi lascio prendere dalla malinconia, ormai dubito di rivedere l’Adriatico. Sorrido a Irina, la mia ragazza di qua, le accarezzo le spalle bianco latte, mi bacia. Vorrebbe che io la sposassi, che mettessi su casa con lei, un’isba sul fiume … figli, una famiglia … Spero di non farle troppo male, quando sarà il momento di tornare all’ombra del Carso.

È dalla primavera che sono scomparsi i ritratti di Nicola II, la monarchia è caduta, i russi continuano a fare la guerra contro gli Imperi centrali, nonostante il disordine che regna intorno a noi. Girano delle voci. Ne ho sentite tante, non so quanto prenderle per buone. Queste voci parlano di un maggiore italiano dei Carabinieri Reali, un certo Cosma Manera. Pare che agli ordini di un altro ufficiale dell’esercito, tal Achille Bassignano, stia organizzando una speciale “Missione Militare Italiana in Siberia” e che stia concentrando prigionieri e sbandati nella cittadina di Kirsanov sul fiume Vorona nel governatorato di Tamboff, a 600 chilometri a ovest da qui. Probabilmente l’intento è quello di una grande evacuazione via nave dal porto artico di Arcangelo sul Mar Bianco. Dobbiamo tentare di raggiungere Kirsanov; noi, italiani dimenticati nel territorio della Gubernija di Samara, scriveremo lettere e telegrammi alla Croce Rossa, all’ambasciatore a Pietrogrado, al giornalista de La Stampa di Torino Virginio Gayda, al Ministero della Guerra di Roma, a tutti, scriveremo a tutti.

 

Samara sul Volga, 15 novembre 1917

Caos, paura. Tutto si è disgregato, la Russia è implosa. I sodati della guarnigione, spesso soldati di seconda scelta rispetto alle truppe migliori mandate al fronte, sono smarriti. Molte, le diserzioni. Sulla facciata del municipio e sul teatro M. Gorkogo hanno issato vessilli rossi. È il colore dei bolscevichi, hanno preso il potere a Pietrogrado, Mosca e anche quaggiù. La statua equestre dello Zar è rotta in mille pezzi. Di notte, spari. I gendarmi, spariti. Guardo bagliori arancioni illuminare l’oscurità: sono le chiese date alle fiamme. Sui marciapiedi ho visto ebrei uccisi, e bande urlanti saccheggiare i loro quartieri.

Nessuno, nemmeno i russi, ha un’idea chiara sulla situazione di questi giorni di anarchia. Abbiamo perso ogni contatto con la Missione del maggiore Cosma Manera.

 

Samara sul Volga, 10 marzo 1918

Pace ad ovest. La Russia si è arresa ai tedeschi, ai turchi, agli ungheresi, agli austriaci, ai bulgari. Per noi italiani reclusi è un disastro, se prima c’era una qualche debole possibilità di rientrare in qualità di ex-prigionieri austriaci desiderosi di arruolarsi come soldati italiani, alleati ai russi nella guerra, ora la poca speranza che ancora avevamo in questo infinito calvario è svanita.

Le guardie ora sono rosse. Hanno stelle cucite sui colbacchi, tra loro si chiamano tovarish, compagni.

 

Samara sul Volga, 3 giugno 1918

A distanza di quattro anni, odo di nuovo il tuono dei cannoni. Un esercito è alle porte di Samara (ma chi sono?). Le guardie rosse ci hanno confinato nei nostri alloggi, ben chiusi a chiave, ai trasgressori è promessa la fucilazione. Sono nervosissimi.

 

Samara sul Volga, 8 giugno 1918

Sono stati giorni di battaglia. Incredibile, chi ha conquistato la città cacciando i rossi da Samara è un esercito di cecoslovacchi; si fanno chiamare Československé legie – Legioni cecoslovacche, hanno combattuto contro Vienna e Berlino con il sogno di marciare attraverso i Carpazi, la Slovacchia, la Moravia, la Boemia e issare la loro bandiera nazionale sul Castello di Praga. Questa Grande Guerra ha mosso popoli interi! Guardo questi fanti sfilare fieri a migliaia sulla Sobornaya sotto lo Zar in bronzo Alessandro II, decapitato mesi fa. Marciano con gli stivali lucidi cantando, mi spiegano che dopo l’uscita dalla guerra della nuova Russia dei soviet sarebbero dovuti essere imbarcati per la Francia, per continuare a combattere il Kaiser e gli Asburgo, per liberare la loro terra. Ma i bolscevichi hanno stipulato altri patti con i tedeschi, volevano trattenere quegli ospiti poco desiderati, senza riuscirci. Ora sono in rivolta, e torneranno a casa aprendosi varchi a fucilate: determinatissimi.

 

(Continua)