Nell’agosto del 1936 Mussolini poteva definirsi soddisfatto del proprio lavoro, dopo un anno veramente decisivo: da meno di due mesi, grazie alla conquista dell’Etiopia, aveva proclamato l’Impero, suscitando enorme entusiasmo nel popolo italiano, sinceramente convinto della bontà dell’impresa africana. La guerra, lungi dall’essere una semplice passeggiata in colonia, aveva finalmente vendicato l’onta sanguinosa di Adua del 1896 e dato agli italiani quel posto al sole a lungo agognato. Il consenso nei confronti del Regime raggiunse il punto più alto, tanto che Italo Balbo, quadrunviro e trasvolatore oceanico, suggeriva addirittura al duce di indire libere elezioni il cui esito avrebbe legittimato la dittatura, mentre i gerarchi più intransigenti, come Roberto Farinacci, auspicavano di sfruttare il favore popolare per eliminare definitivamente la monarchia. Mussolini permetteva tali dicerie, forte del prestigio internazionale guadagnato in seguito all’esito trionfale d’un conflitto che aveva visto l’Italia protagonista dello scenario mondiale, colpita dalle sanzioni economiche e decisa a imboccare il cammino autarchico e totalitario.

In questo scenario idilliaco, gli antifascisti si maceravano nell’inedia: intellettuali e politici dissidenti, come Croce, Orlando, Albertini, Labriola, abbagliati dall’apparizione fatale dell’Impero abbandonarono anni di lotte plaudendo, più o meno sinceramente, al Fondatore dell’Impero. L’antifascismo militante, dopo aver sperato nel crollo del regime durante le fasi più incerte della guerra, viveva ora una delle ore più tragiche, impossibilitato ad operare in Italia, completamente inerme all’estero. Fallita l’esperienza dello scontro frontale con il Fascismo, i comunisti decisero allora di elaborare una nuova strategia, basata sull’affinità che il movimento marxista poteva rintracciare con il programma Sansepolcrista del 1919: si cercava un’inedita alleanza tra camerati e compagni per combattere insieme la borghesia e il capitalismo nazionale. Questo tentativo d’accordo, opportunamente taciuto e coperto nel dopoguerra dal PCI, verrà sostenuto da un documento programmatico, “L’appello ai fratelli in camicia nera”, di cui riportiamo uno stralcio:

[…] La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti. Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d’oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande. Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute. (…) I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori […]

FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI!

Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi. LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perché l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremo trascinati tutti nella rovina […] ti diamo una mano perché vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione. È l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto […]

Il testo fu firmato da oltre sessanta dirigenti del PCdI, tra cui Palmiro Togliatti, e si richiama al noto programma dei Fasci di Combattimento del 23 marzo del 1919, elaborato da Mussolini insieme a sindacalisti rivoluzionari, socialisti interventisti, anarchici, futuristi. L’appello dei comunisti cercava di risolvere idealmente la dolorosa spaccatura che, nell’ottobre del 1914, l’uscita di Mussolini dal Partito Socialista aveva provocato nel mondo della sinistra italiana, unendo finalmente gli italiani in un unico blocco proletario opposto al grande capitale e alla borghesia.

Togliatti, come già Antonio Gramsci nel 1926, aveva intuito che il Fascismo mussoliniano non era solo reazione capitalistica: la rivoluzione delle camicie nere era legittimata da una base sociale, essenzialmente proletaria e piccolo borghese, che metteva in discussione le fondamenta stesse dell’ordine sociale ed economico, rivendicando il ruolo dello Stato, tramite il sistema corporativo, nell’economia e nei rapporti sociali. Per questo, i “fratelli in camicia nera” potevano rappresentare una sponda possibile per il processo rivoluzionario.

L’utopia comunista dell’agosto 1936, seppur animata da una necessaria dose di opportunismo politico, non era del tutto campata in aria. Gli anni successivi all’Impero saranno caratterizzati dal terzo tempo dell’azione Mussoliniana: il periodo 1937-1943 sarà caratterizzato da un susseguirsi di attacchi alla borghesia, al capitalismo italiano, mentre si diffonderà sempre più l’esigenza di andare verso e per il popolo, fino ai provvedimenti della socializzazione delle fabbriche nella RSI.