Per idolatria (dal greco eídolon, idolo, e latréia, culto) generalmente si intende l’adorazione delle rappresentazioni delle divinità. Per diversi ordini di ragioni, che non stiamo qui ad illustrare, fin dai primi secoli, il Cristianesimo ha accusato il mondo pagano di essere idolatra, evidenziando grandi differenze tra le proprie icone (eikón) e i suoi idoli (eídolon), al fine di prendere le distanze dal nemico veneratore di false divinità. Con questo tentativo, la religione cristiana avrebbe circoscritto il fenomeno idolatrico ad un determinato periodo storico, passato e mai più presente.

Di diverso avviso è Jean-Luc Marion, docente di filosofia presso la Sorbona di Parigi e l’Università di Chicago. Come mostra Martino Feyles, nel suo saggio L’idolo e l’immagine, Marion “sposta” la questione idolatrica dall’oggetto venerato, al processo soggettivo che lo costituisce. È lo sguardo dell’osservatore, e non la cosa osservata, a determinare l’idolatria, come afferma il filosofo francese in Dio senza essere: «la qualità di idolo dipende dallo sguardo». Inoltre, continua Feyles: «L’idolo è attraente e in virtù dello splendore della sua apparenza trattiene lo sguardo, impedisce al soggetto di rivolgersi ad altro e in particolare di rivolgersi all’Altro». Anche Marion considera le icone come l’esatto opposto degli idoli (le prime, infatti, invertono la relazione idolatrica, visto che non sono l’effetto di una visione, ma ciò che la provoca), ma non le circoscrive in epoche distinte. Di fatto, come sintetizza Feyles: «ogni epoca ha i suoi idoli, perché in ogni epoca il soggetto tenta di ridurre il divino alla sua capacità di comprensione e possesso»; per questo, ogni uomo, a livelli differenti, è minacciato dalla tentazione idolatrica.

Secondo Marion, dunque, anche il nuovo millennio non sarebbe al riparo dagli idoli, anzi, in un certo senso, rappresenterebbe una delle epoche tra le più prolifiche in merito. Basti pensare ai loghi multinazionali, ai volti dei personaggi famosi e a tutte quelle immagini che nell’era post-moderna cercano di riempire la vita delle persone. Viene da chiedersi, allora, com’è possibile che un concetto tipicamente religioso trovi così tanta popolarità in un secolo sempre più secolarizzato, dove la religione, almeno quella cristiana, è più un’etichetta che una vera fede. Per rispondere a questa domanda, ancora una volta, Marion “sposta” la questione, distinguendo due tipi di idolatria, “estetica” e “concettuale”: se la prima forma risulta essere anacronistica per “l’uomo occidentale datato alla fine della metafisica”, la seconda è quanto mai attuale in un’epoca in cui si cerca di imbrigliare il divino all’interno di categorie finite, riducendolo in maniera sostanziale. Come osserva Feyles: «Il sapere assoluto, nelle varie forme in cui storicamente si presenta, è sempre un’idolatria». Effettivamente, c’è un sapere che oggi si presenta come più assolutistico di quello tecno-scientifico, che crede di poter ridurre tutto ad un piano orizzontale, ignorando totalmente quello verticale? A ben vedere, no. In questo senso, l’era post-moderna, col decretare la fine delle meta-narrazioni e nella sua assenza di verticalità, permette quello che Marion definisce “il barbaro dilagare degli idoli”, ovvero il perpetuarsi dell’idolatria nella quotidianità della gente: i vari oggetti che invadono l’immaginario comune, altro non sono che l’esito di questo processo.

Nel suo brillante saggio, Feyles parla di un terzo tipo di idolatria, definita “pratica” o del “cuore”. Questa, messa in luce attraverso le Lettere di Paolo, corrisponderebbe ad attività concrete (come ad esempio l’accumulazione di denaro), divenute nella vita delle persone dominanti, idolatriche e per questo erronee (visto che l’oggetto ultimo del desiderio dovrebbe essere sempre Dio). Centrale, in proposito, è il passo di 1 Corinzi, 10, 14 e 21: «Perciò, miei cari, fuggite dall’idolatria. […] non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni». Pur rimanendo un fenomeno prettamente estetico, l’idolatria non può essere ridotta solamente ad un dispositivo artistico, visto che deriva, come si è visto, da diverse attività umane. Conclude Feyles: «perché accanirsi con gli idoli materiali, se sono quelli spirituali i più pericolosi?». In effetti, quanti decidono quotidianamente di banchettare coi demoni contemporanei e a spese degli umili?