Dal lunedì al venerdì, ogni sera, proprio all’ora di cena. Come sigla, una canzone di Gaber che recita “E allora dai, le cose giuste tu le sai”, a mo’ di manifesto programmatico della presunta sincerità di quanto espresso dalla linea del programma. Una attualità politica popolare, sincera, senza ipocrisie: probabilmente così si autodefinirebbe il talk show di 40 minuti condotto da Paolo del Debbio (e da Giuseppe Brindisi nella versione estiva) per Rete 4. Eppure quattro sere su cinque, il tema sembra essere sempre lo stesso: l’emergenza immigrazione. E sembra presentato sempre dallo stesso punto di vista, quello del Carroccio. Una imparzialità talmente sottile che il conduttore non ha temuto neppure di condurre l’intervista a Salvini durante l’ultimo comizio della Lega Nord: una coincidenza talmente poco casuale che la malizia qui non sembra in chi sospetta. Ancora una volta la televisione gioca sul populismo, sulla xenofobia popolare, gettando sotto il tappeto qualsiasi riforma scolastica, sanitaria, qualsiasi provvedimento economico che non riguardi presunti favoreggiamenti agli immigrati che vadano a danni degli italiani. Ma è soprattutto il vergognoso trattamento degli ospiti della “controparte” a suscitare indignazione: spesso zittiti, coperti, trattati solo come un tiro al bersaglio da sbeffeggiare. Non uno solo degli RVM che provi a presentare la situazione da un punto di vista diverso e a far nascere così un sano dibattito pseudo-democratico, no: chi prova ad affermare la sua opinione contraria (spesso esponenti del mondo islamico) viene immediatamente smentito ed esposto al ludibrio televisivo. Eppure non manca mai un esponente della Lega o di Fratelli d’Italia e mai l’imparzialità giornalistica che dovrebbe contraddistinguere un buon dibattito non si rivela solo un sogno d’altri tempi. I collegamenti con le piazze, presentati come manifesto di genuinità e sincerità, si risolvono nella maggior parte dei casi in un crogiolo di urla scomposte, banalità e insulti che tanto piacciono al pubblico semplice, ma che non edificano nessuno sviluppo del pensiero e dell’opinione. Al termine della puntata insomma lo spettatore non ha appreso nulla, non ha avuto la possibilità di (ri)costruire il proprio parere politico e non ha ascoltato nulla di spiccatamente differente dai “Piove governo ladro” del bar sotto casa. Una trasmissione che tocca talmente spesso il ridicolo da spingere Ubaldo Pantani a costruire un’efficace satira delle sterili parzialità e del populismo , utilizzati da Del debbio e compagni, come arma di distrazione di massa.

Il lessico è sempre lo stesso: “Invasione”, “Sfratto”, “Sostituzione del popolo italiano”, il tutto sempre preceduto dall’ipocrita cartello del politically correct “noi non siamo razzisti.” Ma è davvero l’immigrazione il primo problema dello stato italiano, o non lo sono piuttosto le mafie che sull’ondata migratoria speculano e conducono i propri affari illeciti? Sono davvero gli oppressi da guerre barbare i nostri nemici, o la causa di tanto male (soprattutto economico) non è forse – unicuique sua domus nota – da imputare ad italiani che con noi condividono il suolo da decenni? Giocare sulla xenofobia è sempre stato più facile, e gli ideatori del programma lo hanno compreso immediatamente dirottando subito il tema del programma sulla facile insofferenza dei paesani, sulle discussioni (a tratti censurabili), trite e ritrite, che costituiscono l’unico oggetto del talk show per buona parte del palinsesto settimanale.

Una trasmissione cui non sarebbe difficile imputare la moltiplicazione di stereotipi e della rabbia ignorante; nemica del vero dibattito e dell’integrazione, diseducativa e piacente solo alle orecchie di chi sente solo ciò che vuol sentirsi dire.