Urge aggiornare il piritollese. La lingua piritolla, infatti, ha una nuova locuzione: “Dream team”. L’ha usata, un’espressione simile, il prefetto Franco Gabrielli – un superpoliziotto nel pronto accomodo del disastro romano – destinato ad alti destini. Un altro americano a Roma. Nuovo nella comitiva dei supereroi, il signor Prefetto, ha spiegato questa cosa in un’intervista firmata da Francesco Merlo su La Repubblica e così – sull’orlo della vanità – ha ceduto al renzenglish, idioma i cui Platone e Aristotele, si parva licet, sono Gianni & Riotto e Joe Servergnini, i due sensali dell’happy regime (quello volto un giorno allo ‪#‎staisereno‬ e un altro al ‪#‎cenefaremounaragione‬).

Va da sé che lo devo spiegare cos’è il piritollo. Non è un’onomatopea parente del pernacchio, no. Il piritollo è uno la cui meta etica è la ficaggine. Nuova maschera dell’arcitaliano, il piritollo – un tapino nella fortezza vuota della ubris – abita un’apnea. Quella autoreferenziale dell’Ego dove tutto è tempestivo e possibile come in una pugnetta. La lectio filologica del Giuseppe Sottile del Basto, suprema autorità sul lemma, così sentenzia: “Piritollo deriva dal verbo greco piritollomai, è il gattonare dell’infante; in senso figurato è lo sgomitare della scimmia sapiente”. E’ trendy, insomma, il piritollo. E’ cittadino di un asilo d’infanzia chiamato Chigi dove la riforma del lavoro, va da sé, è il jobs act; il taglio della spesa, ovviamente, è spending review e la modernità – mentre la città di Roma, più che un dream, si conferma nell’incubo di una cloaca – è risolta nello smart, nel clic delle slide.

E’ certamente un qualcosa di gassoso, il suddetto. Non abita i bassifondi digerenti, al contrario: etereo, il piritollo è colui che se ne sta col ditino alzato e, forte di presunzione, invece di dire “squadra operativa”, se ne esce con un “dream team”, giusto per fare in un figurone di sgraziata vanità. E’, il piritollare, un atteggiamento mentale assai in voga ormai, nell’empireo del potere, dove il piritollo – figlio degenere dello yuppie degli anni ’80 – sputato il paninazzo ha incontrato la sinistra. Piritollo per antonomasia, infatti, è Jovanotti, già paninaro, oggi guru. Ben accetto in società, il piritollo è un gagà del sentimento diffuso. Va a New York, incontra Philip Roth e già pensa di essere Roth. Scola aperitivi e già si sente Hemingway. Provinciale e mezzacalza è il bru bru accolto nel mare grande della mediocrità conformista dove il darsi un tono international – per sentirsi un po’ Sergio Marchionne, un po’ Davide Serra, sempre di più però Federico Rampini – coincide con lo storytelling di Italy.

E’, il piritollo, il cosmopolita italiota che sublima ogni ansia sociale col tradurre i propri traccheggi d’arrampicatore sociale nella Kansas City di americani immaginari. Il linguaggio, si sa, non è mai innocente. Perfino il filo interdentale della divina Nicole Minetti, ai tempi del Cav., necessitava di quel nonnulla di piritollo. La lingua batteva il dente del “briffare” ed era, quel briffarsi, un modo di “raccordarsi” tra novizie e navi scuola in appositi breafing. Tutto ciò nel frattempo che l’Italia, scambiando i ruoli tra Silvio e Matteo, da luogo di Priapo diventava un loft per Mericoni Nando. In una ficaggine di sole parole e nulla più.

Fonte: Fatto Quotidiano