Esiste un momento fondamentale nella vita di ogni scrittore, un cambio in corsa dove il passato si fa futuro dentro un presente lavico. Il periodo di tempo che si posiziona tra il 1945 e il 1946, rappresenta per il saggista rumeno Emil Cioran, il definitivo mutamento della scrittura; non solo nei toni dei temi, ma nel passaggio finale all’uso della lingua francese. “Razne – Divagazioni” figura presumibilmente l’ultima opera scritta in lingua romena, esce per la prima volta in italiano per traduzione e cura di Horia Corneliv Cicortas con il contributo di Massimo Carloni e Costantin Zaharia, Lindau edizioni. Abbracciare una differente modalità di espressione, veder vivere le proprie parole in un nuovo dizionario, sottolineano nello scrittore un movimento ricurvo verso la malinconia. Malinconia, che distintamente in Cioran, si cristallizza in melanconia; l’humor nero dentro uno scoramento inesorabile.

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La copertina del libro edito da Lindau

Il vivere, l’essere nell’accadere della vita, disegna un atto puramente inspiegabile che non trova più soluzione alcuna. La volontà di esistere, nelle digressioni del saggista, è la dimostrazione della malattia del vivere; lo stimmung come stato d’animo malinconico tratteggia la guida più affidabile all’interno del vuoto. Giacché lo spleen, portato da Cioran alle vette più estreme, si rende timoniere solo in funzione di un fallimento: la frattura della protesta o l’inesistenza della ribellione. Entità, che si insinuano nello scrittore come vitalità da abbattere, poiché non mostrano alcuna via di fuga dal mostro che è da sempre il male di vivere. Se il mondo non può essere mutato, cosa vale affannarsi nel vortice del nulla? Al contrario, nella pacata accettazione di tale fissità, nasce la possibilità di non soccombere alla disillusione. Pertanto la malinconia delinea il risultato di un meccanismo vizioso; si fa virgiliana nell’inferno di Cioran. Inferi, che nel vuoto, accadono all’unisono al purgatorio e al paradiso: l’inconsistenza custodisce ogni luogo del vivere. Un’eccezionale sollecitudine può alleviare, anche solo momentaneamente, il regno del nulla: la panacea di un ideale. Oltre l’idea stessa, il balsamo è dentro la possibilità di perseguirla; rincorsa che distrae lo sguardo dall’ineluttabile caduta nel vano. Inconsistenza che si fa allegoria dell’”urlo pietrificato” di un D’Annunzio o metafora Kierkegaardiana nella conduzione degli uomini verso il silenzio come unica forma di guarigione. Invero, l’ideale così come la protesta, non figurano altro che due immaginette funeree, guardiane di una sospensione che allevia, ma non guarisce. Appare vitale, nel paradosso, l’inesistenza di un senso all’esistenza; un accadimento necessario per l’essere umano. Insistendo nella volontà di esistere, la creatura persevera nell’errore che la vita sia messaggera di un senso e dunque continua a vivere in tale certezza, eludendo il tratto inespugnabile verso la morte.

“Ogni punto nello spazio è un crocevia di strade che portano tutte alla morte, così come ogni punto nel tempo è la misura della distanza che ci separa da essa. Qualunque strada si voglia prendere, è lo stesso. I passi, comunque orientati, hanno sempre la stessa direzione. Come mai le ossa dei morti non si sono incendiate in quest’universo che corre sul carro funebre?”

Se la malattia può solo godere di istanti di sospensione, forse la tregua peculiarmente lenitiva, viene indagata da Cioran, anche in altre situazioni, nell’ipotesi dell’atto suicidale come unico gesto di libertà. Il male si neutralizza nel male; invischiati nelle paludi   del nulla, impelagati negli acquitrini di un’esistenza inorganica, l’unico squarcio di luce si trova nell’eventualità di contemplare il suicidio. Tale presupposizione disegna la sola forma di libero arbitrio che l’uomo è in grado di esercitare davanti al morbo della sopravvivenza forzata. Una via di fuga dalla morte nella morte. Atto, verso il quale lo stesso Cioran, continuerà a sostenere solo nella teoria. Nulla si farà mai pratica anche nella fine – seppur lucida nella mente – dei suoi giorni. Nella diagnosi patologica, la morte giunge in maniera naturale.

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“Non vale la pena uccidersi, dato che ci si uccide sempre troppo tardi”

Sostanzialmente la mestizia è una necessità di tristezza, bisogno che appare chiaramente nell’immagine di copertina del libro, in un’opera di Caspar David Friedrich, Der Träumer. Oltre l’immagine pittorica, allegoria di un definito stato d’animo, sin dalle prime divagazioni si affacciano temi tanto cari al romanticismo tedesco nello sgomento del sublime. Il prolungamento è nella bellezza che prende e fa proprio il sapore della morte.

“Quando osservo il silenzio ultramondano dei paesaggi, l’impassibilità sublime degli alberi, lo sperpero del sole sopra cristallizzazioni verdi che stupiscono e sconvolgono lo spirito, quando dai giacimenti della sensibilità risale alla superficie del cuore una nostalgia senza contenuto, che abbraccia lo spazio con una maestosità soave e funebre, allora la bellezza mi appare come il veleno più forte mai assaporato dall’anima”.

XKH141499 The Painter Caspar David Friedrich (1774-1840) (oil on canvas) by Kugelgen, Franz Gerhard von (1772-1820); 53.3x41.5 cm; Hamburger Kunsthalle, Hamburg, Germany; German, out of copyright

David Caspar Friedrich in un ritratto di Gerhard von Kügelgen

La bellezza, pur nelle vesti di una forza mortale, non trascina mai dentro un istinto di morte. La fine si lascia nella polvere dell’inconoscibile; si abdica in favore della vita, fosse anche quella più terrificante. Tra due misteri, l’individuo s’incammina sul sentiero che suppone di conoscere, quello della vita. Ma chi vive nel presente, ascolta il perenne richiamo di una nostalgia priva di argini; un bisogno di passato, un’occorrenza di futuro, tutto nella negazione dell’istante di un accadere che nel presente, è già momento di tristezza. La malinconia è finanche quella per la banalità, qualsiasi scappatoia che permetta all’individuo di non guardarsi dentro. Tale il lavoro, la tensione sempiterna a un’operosità emancipata dal senso e un’attività forzata, pur di non scendere dentro l’animo umano sino alle viscere e farsi consapevolmente impotenti. Sono divagazioni che ruotano sempre intorno allo stesso mostruoso pianeta: la malattia del vivere che figura come l’unico filo conduttore in un oceano di digressioni nel non senso o nella ricerca dello stesso. La più potente arma di seduzione in tale vigoroso spargimento di idee, risale dalla fascinazione esercitata dal male. Lo spirito fatica a elevarsi in tanta vanità; nel fatuo, solo nella solitudine trova la forza di elevarsi.

Copertina dell'opera in lingua romena

Copertina dell’opera in lingua romena

Nell’ultima opera scritta in lingua romena, si avverte ancora un inconfutabile sforzo nella ricerca di una parola che possa infine esprimere il senso, quel senso. Tanto più un universo è zeppo di emozioni e suggestioni, quanto più il fardello si fa pesante nella volontà di narrare. Non esistono nomi che si facciano sostanza, non accadono termini che traducano fedelmente un’emozione senza scivolare dentro un tradimento. La parola, non di rado, interviene a disertare il senso e nel foglio si stende come un limite invalicabile. Ed è in tale zona che Cioran si affida alla definizione e infine alla divagazione per armeggiare nella delimitazione del nulla.

“Tutto ciò che non è pura visione del nulla è un castello in aria”

Dentro tale voragine, lo scrittore è mestamente consapevole che l’individuo non può vivere privato da un atto di deificazione. Il culto è vitale quanto la tristezza:

“Anche coloro che non credono, credono nel fatto di non credere”

Nel cuore di un credo, di un ideale o di una rivolta, sopravvivono delle creature non lusingate dal fallimento: i neutri. Sono coloro che restano fuori, vivono una temperatura tiepida dove nulla arde o gela: le creature che esistono lontano dall’eccesso. Ma cacciati dal tracollo, non sono in grado di percepirsi in un’anima. La stessa che in Cioran è rintracciabile nel verso dell’esagerazione, l’immagine simbolica della presenza umana nel mondo. Le digressioni dello scrittore rumeno non custodiscono una morale e ancor meno propongono una soluzione definitiva. Figurano un brutale universo da calpestare per non cadere nella pietrificazione di una parola che mai vive l’edulcorazione. Oltremodo, di fatto, la vita non si svolge nel dulcis:

“La vita è la morte quotidiana della Convinzione”.