Albert Camus è l’autore che più di tutti tentò di dire sì alla vita, pur ostinandosi a dire di no a Dio. Fu un autore complesso e sfaccettato, ma, se dovessimo dire in poche parole quale è stato il suo ruolo all’interno della crisi di coscienza che investì l’Europa nel Novecento, lo riassumeremmo così: Camus fu l’autore che tentò di trovare la ragione della vita nella vita stessa, che giunse fino al termine ultimo del nichilismo europeo ma tentò di trovarvi una ragione di ostinazione alla lotta e non una placida resa.

Egli si incanala nella tradizione del nichilismo germinante in Occidente, chiama illusione ogni richiamo alla divinità e alla trascendenza, ma a fronte di questo profondo disincanto non propende per una scelta tendente all’apatia e alla noluntas; al contrario, da questo disincanto metafisico, radicale e risoluto, trae una spinta ulteriore ad amare la vita, a viverla fino in fondo, pur nella sua transitorietà ed aleatorietà.

In questo, Camus fu l’erede più conseguente e fedele di Nietzsche, e anzi per certi versi fu perfino più nicciano del suo maestro. Nietzsche teorizzò l’avvento di nuovi filosofi, amanti della vita e della strada, nemici delle astrattezze e lontani dalle accademie, ma poi lui per primo visse una vita sobria e appartata, stracolma di letture ma povera di esperienze, di viaggi e di donne. Inoltre, professò una filosofia tutta tesa al vigore fisico e alla robustezza mentale, ma poi scontò un beffardo contrappasso e finì preda di una malattia mentale angosciante, che tradì quali gravi pensieri si celassero dietro a quell’immagine tanto inseguita di levità e leggerezza.

Camus invece fu un vero nuovo filosofo, nel senso che Nietzsche aveva solo scritto: amò la vita e i viaggi, il mare e le donne, la lotta civile e le esperienze radicali. Non visse un’esistenza libresca ma avventurosa, fino alla tragica morte in un incidente stradale. Fu filosofo ma, per lui, essere tale non significò accomodarsi in una cattedra ma essere scrittore, attore di teatro, don Giovanni e seduttore, giocatore di calcio (amava il gioco ed era un buon portiere) e attivista militante di un impegno politico sempre personale, controcorrente, insofferente ai partiti e alle mode.

Per vincere lo spettro del suicidio, che esorcizzò all’inizio del Mito di Sisifo, si convinse che serviva vivere la vita in modo pieno, radicale, totale, senza compromessi, mezze misure o placido quietismo. Visto che ricusò sempre la possibilità di Dio, Camus rifiutò sempre che la vita potesse avere una direzione, un percorso stabilito, un orientamento; pertanto pensò che il solo modo di darle senso e dignità fosse vivere ogni istante fino a consumarlo. Visto che non credeva a un senso della vita trascendente, verticale e qualitativo, dovette predicare e praticare un senso della vita immanente e orizzontale, quantitativo: come scrisse nel Mito di Sisifo, ogni uomo doveva “trovarsi davanti al mondo più volte possibile”. Era questo il solo modo possibile di vivere, di sfruttare a pieno questa opportunità, misteriosa ma inebriante, che per lui non si poteva spiegare ma si doveva cogliere. In questo fu fedele a un altro dei suoi maestri, ovvero Dostoevskij, e a un suo famoso detto: “Amate la vita, più del senso della vita”.

Il libro in cui forse si esprime meglio l’essenza di Camus, in cui si ritrovano la sua filosofia pratica e le sue convinzioni più intime sulla vita, la sua struggente emotività e la sua prosa abbagliante ed essenziale, è probabilmente La peste, l’opera che gli valse il Nobel e la gloria letteraria. L’intuizione del libro è semplice ma feconda: ad Orano, una cittadina dell’Algeria francese, scoppia un’improvvisa e imprevedibile pestilenza. In poco tempo, la città viene separata da un cordone sanitario dal resto del mondo e tutti i cittadini sono costretti a rimanervi, in un clima di resistenza sempre più faticoso e allucinato.

Camus analizza, con una lucidità tagliante, essenziale, lontana da qualsiasi retorica e da qualsiasi artificiosità barocca, le reazioni dei vari personaggi di fronte al pericolo incombente della morte. Orano, infatti, all’inizio del romanzo viene descritta come una città tipicamente moderna, in specie nel suo rapporto con la morte: il pensiero che si debba morire è, secondo la bislacca pretesa della modernità, estromesso dalla conversazione pubblica e dalla socialità, diventa un tabù impronunciabile, un ospite lugubre che non può essere nominato. La gente è tutta presa febbrilmente dai propri affari e dalle proprie distrazioni edonistiche, senza farsi grosse domande sulle questioni metafisiche e ultime della vita, e quando accade che qualcuno muoia, lo fa in silenzio, senza che molti se ne curino, in anonime case di riposo, senza reclami e senza rumore. Il morire nella modernità è un affare imbarazzante, che si consuma in modo veloce e penoso.

Ma a Orano gli eccessi del clima, l’importanza degli affari che vi si trattano, il poco rilievo dell’ambiente, la rapidità del crepuscolo e il genere dei piaceri, tutto richiede una buona salute. Un malato vi si trova proprio solo. E si pensi allora al moribondo, preso al laccio dietro centinaia di muri crepitanti di calore mentre nello stesso minuto tutta la popolazione, al telefono e ai caffè, parla di tratte, di polizze e di sconto; s’intenderà quanto vi può essere di scomodo nella morte, anche moderna, quando sopravviene in un luogo sì arido.

Ma la peste, naturalmente, cambia tutto: chiunque è un potenziale malato, potenziale moribondo. La morte, ospite sinistro e discreto in tempo di salute, che può essere ignorato o estromesso dalle distrazioni del lavoro o dell’edonismo delle osterie, in epoca di epidemia diventa così prossimo e pressante da non poter più essere ignorato. La peste è la morte imprevedibile e incontrollabile che ridisegna le priorità e i progetti dell’uomo moderno, che pretendeva di prevedere tutto, tutto controllare. La peste è ciò che spazza via tutta la vanità a cui una città moderna ha votato la sua esistenza: gli affari, i traffici, le distrazioni, il gioco d’azzardo e l’ebbrezza delle osterie, il culto del lavoro e quello del tempo libero. Essa riporta tutto all’essenziale.

In un contesto di abbondanza, di benessere e di salute si può vivere per abitudine, distraendosi; ma di fronte alla possibilità quotidiana, probabile e pressante, della morte, ogni uomo deve guardare dentro di sé, cercando le ragioni profonde che lo spingono ad andare avanti. Per certi versi, senza voler schematizzare o irrigidire un romanzo bellissimo, polifonico e corale, in cui ogni personaggio sembra emergere dalla pagina per la cura dei tratti psicologici e la potenza dei dialoghi, si può dire forse che ogni personaggio rappresenta una diversa reazione di fronte alla morte, al suo alitare inquietante sul collo di ciascuno.

In questa carrellata folgorante, una contrapposizione che emerge netta è quella – fondamentale per Camus – tra astratto e concreto. L’autore francese usa questa dicotomia per chiarire delle riflessioni che all’epoca (ricordiamo che il libro è del 1947) dovevano suonare ancora indigeste a buona parte dell’intellighenzia europea, compresa quella comunista, con cui da lì a poco Camus avrebbe tagliato i ponti. Per Camus l’unica cosa che conta, l’unico vero fondamento sostanziale, vorremmo quasi dire tangibile, della morale, è il prossimo, ovvero l’uomo vero: quello che incontro girando l’angolo, nella sua concretezza e irripetibilità. È inutile fare accorati appelli per la difesa dell’umanità, della giustizia e dell’uguaglianza, o altri termini astratti, molto attraenti quanto vacui, se non si è disponibili ad aiutare l’uomo concreto in cui ci imbattiamo, nella frenesia di una giornata, tra i mille impegni di ogni giorno. Aiutare il prossimo non significa compiere gesta eroiche, ma spesso semplicemente “farlo esistere”: ricordarci il suo nome, interessarci alla sua storia, ascoltare le sue parole, dare peso e dignità alle sue confessioni. Tenere a mente, insomma, che egli è un uomo, proprio come noi.

Queste riflessioni non sono affatto banali e meno che mai dovevano esserlo all’epoca, quando le ideologie e le grandi narrazioni storiche avevano ancora una potenza attrattiva enorme. Non erano pochi coloro che sarebbero stati pronti a giurare che, per il buon fine di una causa, per le necessità storiche, per addivenire a uno scopo più grande – la rivoluzione o il progresso – si poteva ben sacrificare un singolo uomo, un uomo singolo nella sua evidenza concreta. Invece Camus recide il suo rapporto con chiunque faccia simili ragionamenti e sconfessa questo modo di pensare. In un singolo uomo ucciso senza ragione e senza pietà, egli dice, ogni scopo, ogni nobile finalità, ogni rivoluzione, ogni progresso, è già tradito una volta per sempre. Le sue riflessioni echeggiano quelle di un grande e forse sottovalutato scrittore italiano, Ignazio Silone, di cui Camus era grande ammiratore, che ne “L’Avventura di un povero cristiano” giunse più o meno alle stesse dirompenti conclusioni.

Ignazio Silone

In La Peste, Camus si pone questa domanda: senza più sistemi filosofici e morali di riferimento, senza ideologie e narrazioni che distinguano giusto e sbagliato, cosa può orientare le nostre azioni, i nostri gesti; cosa può edificare la nostra morale, se non proprio universale quantomeno quotidiana, che giorno per giorno ci consenta di vivere? La risposta non è astratta o ideologica, non si può spiegare in modo didascalico o argomentando, senza svilirla e farla sembrare stucchevolmente emotiva.

Prendiamo i due personaggi principali del romanzo, il medico Rieux e il capo dei volontari Tarrou. I due sono i personaggi che in modo più instancabile si sono dati da fare per debellare il morbo, uno con la sua attività di medico, l’altro fondando i servizi volontari che hanno consentito di arginare il contagio, malgrado la penuria di dottori e di mezzi. Tarrou era figlio di un giudice accusatore, e aveva assistito sin da bambino alle arringhe di suo padre e alle conseguenti pene capitali inflitte agli accusati. Suo padre gli mostrava questi spettacoli per suscitare nel figlio ammirazione per il proprio ruolo di accusatore e riprovazione per gli accusati, assassini o delinquenti a cui veniva comminata la pena capitale e la conseguente esecuzione. Ma al contrario, queste esecuzioni instillarono in Tarrou da un lato un radicale disgusto per tutte le ragioni astratte, ciniche e in definitiva sempre bugiarde per cui la gente e la morale pubblica giustificano l’assassinio di un uomo e la sua condanna a morte; dall’altro un istintivo senso di solidarietà, addirittura di fratellanza, con quegli imputati, quegli uomini di carne ed ossa che, per una manciata di parole e in nome della legge, venivano fucilati senza battere ciglio.

Per questo Tarrou si spende tanto per salvare ogni uomo dalla peste: perché questo senso di fratellanza e di istintiva compartecipazione per le vicende dell’altro, per i suoi dolori e le sue pene, è la sua sola morale, che si costruisce senza riferimenti a mete astratte o a ideali lontani, e anzi, per certi versi si costruisce contro di essi. Egli vorrebbe essere, come dice a un certo punto, un santo senza Dio. Egli non aiuta l’uomo per una morale astratta, proveniente dal cielo o dal futuro: aiuta un uomo perché quell’uomo malato di peste o condannato a morte, semplicemente, poteva essere lui. Per certi versi, è lui stesso. Quando Tarrou interroga Rieux su quale sia invece la motivazione che spinge lui a curare gli appestati, egli gli dà una risposta simile. Non ha riferimenti metafisici e morali granitiche, non crede in Dio o in nessuna ideologia. Crede solo di essere un dottore, e sa che quello che deve fare è curare i propri pazienti, fare bene il proprio lavoro, il proprio bene quotidiano. Ecco esattamente la sua risposta.

Non so niente, Tarrou, le giuro che non so niente. Quando ho intrapreso questo mestiere, l’ho fatto astrattamente, in qualche maniera: ne avevo bisogno, era una posizione come un’altra, una di quelle che i giovani si propongono. Fors’anche, perché era particolarmente difficile per un figlio di operaio come me. E poi, bisognò veder morire. Lei sa che ci sono persone che rifiutano di morire? Ha mai sentito una donna gridare: “No”, nel momento di morire? Io, sì. E mi sono accorto, allora, che non potevo abituarmici. Ero giovane allora, e il mio disgusto credeva di rivolgersi all’ordine del mondo. Poi, sono diventato più modesto. Semplicemente, non sono sempre abituato a veder morire. Non so nient’altro. Ma dopo tutto…”

“Dopo tutto?” Disse piano Tarrou.

“Dopo tutto (…) è una cosa che un uomo come lei può capire, nevvero, ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace”.

“Sì”, approvò Tarrou, “posso capire. Ma le vostre vittorie, ecco, saranno sempre provvisorie”

Rieux sembrò rattristarsi.

“Sempre, lo so. Non è una ragione per smettere la lotta.”

Anche qui, la morale non emerge da qualche sistema astratto bensì dall’incontro con l’altro, dalla partecipazione al suo sentire; in questo caso, al suo dolore. Rieux non sa perché vuol curare le persone: sa soltanto che, essendo un uomo, non può accettare di veder morire. In tutto questo Dio non è proprio assente, anche se viene negato. E’ il nome che si dà alla fatalità arbitraria e ingiusta: è un destino che, con uno sforzo titanico, si vuole combattere, o almeno procrastinare.

Danza macabra, Clusone (Wikimedia Commons)

Questa morale, diciamo così, orizzontale, questa morale e questo senso di vita non scomodano il cielo o le astrazioni, ma trovano nell’incontro con l’altro, nell’energia misteriosa che si promana da quest’avvenimento, una giustificazione sufficiente per compiere il bene ed amare la vita, malgrado tutto. Questo atteggiamento non si forma solo in negativo, nella solidarietà istintiva che ci suscita assistere a una condanna a morte o all’agonia di un moribondo, si crea anche in positivo: nel senso vero di amicizia che nasce nella passione di una lotta comune, della resistenza alla peste che matura e sopravvive soltanto stando insieme. Ad un certo punto, Rieux e Tarrou si trovano soli di fronte al mare. Durante la pestilenza i bagni in mare sono stati proibiti, ma i due sono tra i responsabili delle cure, perciò decidono di concedersi una pausa da quell’estenuante fatica quotidiana, per tornare per qualche istante alla vita, all’amicizia, alla meraviglia di fronte alla bellezza.

Il mare ansava dolcemente ai piedi dei grandi blocchi del molo, e quando li ebbe superati, apparve spesso come un velluto, flessibile e liscio come una belva. Si misero sugli scogli rivolti al largo. Le acque si gonfiavano e calavano lentamente. La calma respirazione del mare faceva nascere e sparire dei riflessi oleosi alla superficie delle acque. Davanti a loro la notte era senza limiti. Rieux che si sentiva sotto le dita la faccia butterata dagli scogli, era pieno di una strana gioia. Rivolto verso Tarrou, egli indovinò sul viso calmo e grave dell’amico la stessa gioia che non dimenticava nulla, neanche l’assassinio. Si spogliarono, e Rieux si tuffò per primo. Prima fredde, le acque gli sembrarono tepide quando risalì. Dopo alcune bracciate seppe che il mare, quella sera, era tepido, del tepore dei mari autunnali, che tolgono alla terra il calore accumulato per lunghi mesi. Egli nuotava regolarmente. Il battito dei piedi gli fuggiva lungo le braccia per aderire alle gambe. A un greve tonfo capì che anche Tarrou si era tuffato. Rieux si voltò sul dorso, rimanendo immobile davanti al cielo rovesciato, pieno di luna e di stelle; respirò a lungo. Poi respirò sempre più distintamente un rumore di acqua battuta, stranamente chiaro nel silenzio e nella solitudine del mare. Tarrou si avvicinava, presto si sentì il suo respiro. Rieux si voltò, si mise al fianco dell’amico e nuotò con lo stesso ritmo. Tarrou procedeva con maggior forza di lui, e Rieux dovette affrettare l’andatura. Durante alcuni minuti procedettero con la stessa cadenza e con lo stesso vigore, solitari, lontani dal mondo, finalmente liberati dalla città e dalla peste. Rieux si fermò per primo, e tornarono lentamente sino a che entrarono in una corrente gelida. Senza dir nulla, tutt’e due precipitarono il movimento, frustati da quella sorpresa di mare. Rivestiti, andarono via senza aver pronunciato una parola; ma avevano lo stesso cuore, e il ricordo di quella notte gli era dolce.

“Avevano lo stesso cuore”: questi momenti, in cui il senso di fratellanza tra due uomini è così vivo, non bastano forse a giustificare il perché si deve dire sì alla vita, nonostante la sua apparente insensatezza? Questa sembra essere la domanda di Camus. E allora la morale non sarà fondata su uno scopo, sempre aleatorio e fumoso, proiettato nel futuro, rispetto al quale subordinare le nostre azioni, né da un fantomatico imperativo categorico tutto soggettivo, che spesso cela solo i nostri alibi, le nostre paure e le nostre nevrosi. Sarà fondata invece dal senso di comunione che riusciamo a costruire con l’altro, sui gesti e le azioni che quell’incontro ci suscita e ci suggerisce. Questo senso di comunione tra gli uomini è la più grande risposta positiva e costruttiva che la modernità abbia tentato per supplire alla mancanza di Dio, e per trovare una via d’uscita agli esiti più tragici e apocalittici dell’ateismo moderno. Fuori da questa ci sono solo rese che conducono di volta in volta all’apatia, al quietismo, all’edonismo o all’egoismo più spregiudicati. Si tratta di un tentativo apprezzabile, per certi versi eroico, di cui Camus fu uno dei precursori. Credendo egli che l’ateismo moderno fosse un orizzonte ineluttabile, tentò una via per salvare l’uomo, l’amore per la vita e la morale, senza ricorrere a Dio.

Ma siamo davvero sicuri che in quest’etica postmoderna, basata sull’incontro, Dio non abbia spazio, non rivesta un ruolo? Per Camus Dio era solo un altro nome, più magniloquente di altri, che si era dato in passato all’ideologia. Un altro nome, come comunismo e fascismo, un idolo astratto e disincarnato in nome del quale uccidere e morire. Ma a volte le questioni filosofiche più decisive sono solo equivoci sui termini. Quando incontro veramente un’altra persona, quando la faccio esistere, forse quello che mi stupisce, mi dà forza ed energia, mi fa essere felice, non è tanto quella persona in quanto tale (che come me sarà imperfetta, limitata, mortale, piena di difetti); quello che mi fa stare bene è aver constatato la possibilità di un incontro vero con un altro, di aver constatato l’esistenza di uno spazio, terzo rispetto a me e all’altro, nel quale io e lui ci siamo potuti incontrare.

Quando ho un incontro vero, quando amo veramente un amico o una donna, capisco che la vita vale la pena. Ma sarebbe assurdo basare tutta la vita su quell’amico o quella donna, che come me sono esseri preda dei vizi, degli errori, della sorte. Questo non sarebbe empatia, ma significherebbe far diventare l’altro oggetto della mia idolatria, credere che mi possa salvare, il che evidentemente non è.
Quello che salva è invece scoprire nell’altro l’esistenza di una realtà trascendente la mia piccola soggettività, che da sola non mi basta. Realtà che deve necessariamente esistere, perché l’incontro con l’altro possa avvenire. Quello che ci dà conforto dell’incontro con l’altro non è l’altro, ma è la scoperta di una vita fuori di noi, grande, sommamente reale, nella quale io e lui ci possiamo incontrare. Quello che mi salva non è l’altra persona in quanto tale, ma aver scoperto la nostra capacità di capirci, di identificarci l’uno con l’altro, di amarci. Non sappiamo se questo sia il senso profondo della religiosità in tutte le tradizioni del mondo, ma certamente lo è per la nostra: per i cattolici Dio non è un’astrazione, ma è relazione.

Camus credette di vedere, come abbiamo detto all’inizio, una contrapposizione tra una morale fondata su Dio, inteso come astrazione lontana, nascosta nel cielo, fumosa e muta, e quella fondata sull’altro; tra un senso della vita come ascensione verticale verso Dio e uno inteso come una collezione instancabile di esperienze, di istanti di felicità, senza attese né progetti futuri. Di fronte a questa scelta, egli optò per la seconda via. Ma quello che forse non comprese è che non esiste una contrapposizione.

Amare l’altro tenacemente, veramente, senza farne un oggetto di culto o del mio possesso, significa amare lo spazio di realtà indubitabile, intersoggettivo, che il nostro incontro dischiude. Significa amare lo squarcio su Dio che l’altro mi offre. Se non riusciamo a fare questo, dell’altro ci resterà sempre una nostra rappresentazione, un nostro modello, una copia sbiadita che costruiamo per noi. Se invece sappiamo cogliere ciò che un incontro vero con rivela, allora tutte le contrapposizioni sono risolte: la terra conduce al cielo, il prossimo conduce a Dio, e l’istante non offre l’amarezza della caducità, ma il gusto dolceamaro di un presentimento di eternità, la sensazione incrollabile che qualcosa di ciò che di bene e di bello abbiamo fatto nella vita, insieme ai nostri cari, si trova già in salvo, al riparo dal tempo e dalla morte.

Ma se questa fede si basa sulla capacità di scoprire ogni giorno, nella relazione con l’altro, uno squarcio di Dio, allora non si tratta di una fede sistematica, riposante, una volta per sempre al riparo da qualsiasi prova. Si tratta della fede pratica di Padre Paneloux, il gesuita del romanzo, che dopo aver visto un bambino morire agonizzante di peste sceglie di contrarre deliberatamente il morbo a sua volta e di non curarsi, per superare la stessa prova inflitta all’innocente. E’ una fede che ci deve indurre a un incontro vero con l’altro, ogni giorno, per quanto sia nelle nostre possibilità umane, e per quanto questo richieda spesso fatica, dolore, pazienza. Ad un certo punto nel libro Tarrou annota amaramente, nei suoi taccuini:

E alla fine d’ogni cosa, ci si accorge che nessuno è realmente capace di pensare a un altro, foss’anche nella peggiore delle sventure. Infatti, pensare realmente a qualcuno, è pensarci minuto per minuto, senza essere distratto da nulla, né dalle faccende domestiche, né dal volo di una mosca, né dalla cena né dal prurito. Ma ci sono sempre mosche e pruriti. Per questo la vita è difficile da vivere e loro lo sanno.

L’uomo fa fatica a pensare davvero oltre se stesso, ma se ogni tanto succede, se veramente a volte è davvero possibile – come ciascuno ha esperienza – che due persone si incontrino in uno spazio misterioso, oltre i propri egoismi, le proprie ambizioni, i propri interessi, allora forse è alla ricerca di questo spazio di comunione, questo spazio in cui si può riposare, che va votata la vita. Camus arrivò sin qui, e forse disse tutta la verità che può dire un uomo. Ma si dimenticò, o forse non volle, o non poté, chiamare con il suo nome questo senso misterioso che ogni incontro vero tra uomini effonde. Forse fu ateismo, ma ci piace credere che sia stato pudore.