Da una parte la criminalizzazione costante dell’immigrato, considerato incivile e accusato delle più immonde turpitudini, sempre pronto ad approfittare del “buonismo” locale, dall’altro i periodici riti di autoflagellazione al cospetto di potenze economiche straniere, giudicate come il modello da emulare per emendare la corruzione vista come endemica all’indole italiana. Così potrebbe essere riassunta in breve la comune rappresentazione dell’Italia in rapporto agli altri paesi.

Il sistema mediatico diffonde un’immagine ambivalente dello straniero. Per un verso egli è il disperato, senza arte né parte, privo di un codice etico e disposto a tutto, che attraversa il mare mettendo a repentaglio la propria vita pur di approdare sulle coste italiane solo per delinquere; vi è una persistente campagna mediatica che seleziona le notizia su base etnica, mettendo in risalto le cronache in cui l’immigrato compare come l’aggressore e l’italiano la vittima e oscurando quelle in cui avviene il contrario. Questa rappresentazione è penetrata nel senso comune, al punto che ogni notizia di cronaca di questo tipo suscita un forte impatto emotivo e pone il migrante sul banco degli imputati per la sua provenienza geografica. L’“etnicizzazione” della cronaca nera, che non coinvolge soltanto stranieri, ma talvolta anche minoranze autoctone, come i rom, esercita un filtro sulle notizie, cui la percezione ormai alterata del pubblico contribuisce a rinforzare. Quest’ultima, diventa un ulteriore meccanismo di selezione delle notizie, di costruzione di una iper-realtà virtuale e di esclusione di fatti (censurati  dai media o dalla psiche del destinatario) non funzionali a questa costruzione. Una simile rappresentazione genera una sedimentazione di impulsi virtuali che impattano in modo immediato sul pubblico impedendo una disamina lucida dei fatti e una interpretazione razionale della realtà sociale. Il terrorismo è concepito come esito dell’“islamizzazione”, ovvero del diffondersi di immigrati di religione musulmana, la criminalità come effetto del flusso migratorio, escludendo le dinamiche dei gruppi sociali, la disoccupazione e i bassi salari come risultato della concorrenza al ribasso dei lavoratori stranieri, escludendo ogni più complessa consapevolezza delle condizioni politiche ed economiche.

Per un altro verso, un complesso di inferiorità nei confronti di nazioni economicamente più forti, in particolare di quelle il cui modello economico si è imposto universalmente – ovvero gli Stati Uniti liberisti e la Germania mercantilista – esercita una analoga inibizione rispetto a qualsiasi tentativo di inquadrare la questione nazionale: il declino inarrestabile del nostro paese negli ultimi due decenni. Il malcostume nazionale, un’immoralità vista sempre come congenita, una tendenza alla corruzione, in particolare del ceto politico, sono queste le confessioni che l’italiano deve enunciare, pena la sua indicizzazione nel novero dei “peccatori” irredimibili e dei complici incalliti di questi mali. L’italiano deve purificarsi imitando popoli superiori, puliti e civili, forzando la cultura nazionale, adattandola e snaturandola pur di farla corrispondere ai criteri di “purezza” richiesti. Un tale moralismo pregiudica la facoltà di comprendere le vere cause. Impone l’autoflagellazione come catarsi collettiva, meccanismo di autoassoluzione individuale e di colpevolizzazione nazionale. Questo atteggiamento impedisce di capire i rapporti di forza internazionali che conducano alla situazione data, sostituisce alla critica sociale, economica e politica l’invettiva moralistica.

Razzismo e autorazzismo sono speculari perché entrambi scaricano le responsabilità dagli agenti socio-economici alle componenti etnico-culturali. Nell’un caso, però, la reazione è la prevaricazione, nell’altro la sottomissione. L’uno corrisponde a una mentalità da colonialista, l’altro da colonizzato. La figura dello schiavo cinese è visibile e funzionale mediaticamente. Non lo è la concorrenza globale di tutti i lavoratori, fisicamente a migliaia di chilometri di distanza ma che il mercato mette in competizione. L’“invasione” dell’Islam è immediatamente individuabile dagli chador, da cui giornali e televisioni non smettono mai di essere sedotti. L’invasione dei capitali stranieri e della finanza transnazionale, invece, è qualcosa di meno evidente, ma i cui effetti sono i più rilevanti. La pregiudiziale etnica e geografica permette di spostare lo sguardo dagli agenti economici a fattori estrinseci al ciclo produzione-consumo.

Similmente, le tangenti, l’evasione fiscale, gli sprechi, inducono un giudizio moralistico: questo giudizio viene associato poi a un “carattere” nazionale. La composizione sociale è oscurata, quindi diventa impossibile comprendere le complesse dinamiche della crisi. La guerra di classe dell’élite finanziaria contro lavoratori e i piccoli imprenditori, l’esproprio del patrimonio pubblico italiano da parte del capitale tedesco e di quello americano, sono concetti invisibili. I rapporti economici spariscono e sparisce con essi qualsiasi consapevolezza critica. Non resta a surrogarla che la predica moraleggiante in cui vincenti sono identificati con i “virtuosi”.

Razzismo e autorazzismo, dunque, sono visioni funzionali alle classi capitalistiche che possono scaricare il peso delle responsabilità sugli strati sociali inferiori, mascherando le dinamiche dei conflitti sociali.