Qualcuno ha scritto che combattere un’ombra sia semplicemente impossibile: l’unica cosa che possiamo fare è illuminarla. È solo attraverso le domande, le giuste domande, che possiamo davvero determinare chi siamo, dove siamo, quanto valiamo e soprattutto cosa vogliamo. Porsi delle domande però richiede tanto coraggio perché ognuna di esse presenta un prezzo che dobbiamo necessariamente pagare: accettare e sopportare la risposta al quesito stesso. Per quanto doloroso possa essere, tuttavia, è forse solo attraverso le domande che si possono individuare le responsabilità che ognuno di noi ha il dovere di assumersi. L’individuazione di una responsabilità è condizione essenziale per il conseguimento della crescita e dell’emancipazione di un individuo e quindi di un’intera comunità. Assumersi una responsabilità non basta: è una sana premessa, sissignore, ma ad essa dobbiamo scegliere se far seguire una desolante rassegnazione o un tentativo di riscatto. Il riscatto passa necessariamente attraverso la lotta. E allora possiamo cominciare con l’interrogarci su questo: se la condizione nella quale versano i giovani in Italia oggi si fosse verificata, ad esempio, una settantina d’anni fa, che cosa sarebbe accaduto? A voler guardare meno lontano, come avrebbero gestito la crisi che viviamo i giovani degli anni sessanta e settanta? Due quesiti sciocchi, penseranno alcuni: impossibile paragonare epoche tanto diverse e metterne a confronto i comportamenti sociali. Forse è così.

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A Valle Giulia, dinanzi alla facoltà di Architettura, il 1° marzo del 1968 si svolge uno degli scontri più duri fra studenti e poliziotti. Decine di studenti arrestati, ma per la prima volta i giovani anzichè scappare, sembrano prevalere.

Più che confrontare però i singoli eventi, si cerchi di riflettere sulle attitudini, sulle propensioni, sulla “religione civile”, su quella che una volta si chiamava “coscienza di classe”. Insomma, oggi viviamo un’epoca senza futuro: la disoccupazione giovanile costituisce un problema di dimensioni mastodontiche; non si pone in essere alcuna manifestazione di solidarietà intergenerazionale dal momento che qualsiasi intervento (dalle leggi in materia di lavoro e previdenza, alle ristrutturazioni aziendali) sembra orientato afar pagare comunque i giovani; la precarizzazione della vita in tutti i suoi aspetti rende impossibile qualsiasi tipo di progettualità professionale e familiare; lo svilimento e il prosciugamento degli investimenti su cultura e istruzione fanno sì che non ci sia alcun processo di arricchimento intellettuale o canale di espressione, anche artistica; non v’è alcun tipo di organizzazione o movimento in generale che sia in grado di risvegliare e rinvigorire la voglia dei giovani a, banalmente, partecipare al processo del divenire. Dinanzi a tutto questo, qual è la reazione? Non si vuole qui necessariamente fare la celebrazione del passato, dei soliti miti, e però vengono in mente i giovani partigiani descritti da Renata Viganò: affamati e assetati aspettavano per giorni e giorni il momento di agire e di morire. Non c’è solo la resistenza, con le sue infinite contraddizioni, ma anche i giovani che arrivavano ad essere così follemente inebriati da ammazzarsi per le strade durante gli anni di piombo, convinti di dover dare la vita, di dover combattere, perché un ideale trovasse realizzazione nel quotidiano di un paese che ancora faticava a definire la sua identità post bellica. Viene in mente quella dolcissima e malinconica canzone che fa:

“Quale silenzio ci confonderà / quale invisibile padrone / ci sentivamo invincibili / ci credevamo così. / Chi ci ha piegato le mani / chi ci ha tradito non so / come le macchine che vanno via / ombre e stagioni così”.

Possibile che sia tutta colpa del c.d. riflusso culturale degli anni ’80? Possibile che sia tutta colpa del ventennio berlusconiano e delle sue televisioni spazzatura? Possibile che sia tutta colpa delle tette e dei culi al vento, di “Non è la Rai”, di “Buona Domenica” di Costanzo e di “Uomini e donne” della De Filippi? Sarebbe tutto dannatamente troppo facile, troppo semplice, troppo comodo: è necessario tornare a puntare il faro su sé stessi, porsi domande, affrontarne le risposte, individuare e assumersi le emergenti responsabilità, crescere, emanciparsi e lottare. E chi siamo noi? Fa rabbia, ma aveva ragione Mentana il 10 aprile 2016 al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia: siamo quelli che sanno tenere nelle loro mani solo spritz e smartphone e che dovrebbero liberarsene almeno una per brandire un cartello di protesta. Dobbiamo dircelo, per quanto bruciante sia, perché altrimenti non ripartiremo mai.

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Edward Hopper – Sole del mattino 1952

Noi siamo la generazione dei selfie, delle labbra a culo di gallina, dei libri poggiati alla rovescia sulle cosce nude al mare. Noi siamo la generazione che se la fa sotto, che teme di ammettere le proprie fragilità, le proprie paure, e che deve necessariamente manifestare sicurezza e spavalderia. Noi siamo una generazione completamente “vuota”, ripiegata sulla sua stessa inedia, sulla sua stessa noia, sulla sua desolate anomia. Noi siamo la generazione che non sa nulla, che non ha letto nulla, ma che pretende di essere rock politik, fashion democrat, radical chic. Noi siamo la generazione che si crogiola in un finto e patetico decadentismo animato da figli di papà che non sanno fare nulla, non sanno conseguire nulla, che non sanno riconoscere nulla, che non hanno il coraggio di rincorrere, che non hanno il coraggio di lottare. Noi siamo una generazione spesso priva di umiltà, sensibilità, umanità, laddove esiste un solo idolo: il nostro io, il nostro cieco individualismo, il nostro cieco egoismo. Noi siamo la generazione che si commuove nel vedere foto di dolci gattini su facebook, me che resta indifferente dinanzi alla sofferenza e al sacrificio del prossimo. Noi siamo la generazione che paragona le persone a dei prodotti di fabbrica: dove tutti devono essere provvisti di determinate caratteristiche, da riscontrare con incredibile perizia sotto una spietata lente d’ingrandimento. Noi siamo la generazione che pretende sempre e comunque di avere una riposta, di avere un’opinione, che ha sostituito i libri con le citazioni di aforismi.it e che pretende di giudicare, puntare il dito. Noi siamo la generazione dell’esteriorità, dell’immediato, del percettivo. Noi siamo la generazione che va via, che si arrende, che sta in silenzio. Noi siamo la generazione che queste parole se le farà scivolare addosso, con un impermeabile sorriso.

Viviamo in un mondo che ci ha disegnato attorno una realtà fittizia e inesistente: nutriamo una sensazione, una percezione di infinità potenzialità laddove invece tutto è precario perché ritenuto insufficiente rispetto a quello che crediamo di poter ottenere. Dobbiamo essere social perché è fondamentale. Siamo circondati da persone, siamo in mezzo alla gente, ma sempre più impantanati in un soffocante senso di solitudine. Diciamocelo, ce lo dobbiamo dire perché forse non è ancora troppo tardi, forse siamo ancora in tempo per elaborare una risposta, quella stessa risposta che dovremo un giorno fornire alla storia. La storia della nostra vita, del nostro tempo, del nostro mondo ci chiamerà a rendere conto perché:

“nessuno ha mai commesso errore più grande di colui che non ha fatto nulla perché poteva fare troppo poco” (E. Burke).