Qualche giorno fa si riuniva a Roma la Commissione Trilaterale, uno dei più influenti gruppi di pressione internazionali. Lo scopo della Trilaterale è quello di rimuovere tutti gli ostacoli alla continua internazionalizzazione dell’economia e di ridurre il potere degli stati nazionali. Il gruppo è stato persino accolto in Quirinale con parole di elogio dal presidente Mattarella.

Ciò che avviene a livello “istituzionale” non sembra molto diverso da quanto fanno le opposizioni, anche quelle che amano mostrare una facciata “battagliera”. Il deputato dei Cinque Stelle Di Maio si è recato a Londra per tranquillizzare l’Europa sulle intenzioni del suo partito. Già nell’incontro con gli ambasciatori europei aveva escluso l’uscita dell’Italia dall’euro, tema usato in passato dai Cinque Stelle a seconda delle contingenze e dei sondaggi (con Grillo che contraddiceva più volte se stesso). Di Maio si propone come il capo più europeista dei Cinque Stelle e non a caso ormai lanciato come candidato per la Presidenza del Consiglio. Non è da meno Salvini che vola in Israele profondendosi in parole di elogio per gli “invasori” dello Stato ebraico, dimenticando il processo di colonizzazione e di espropriazione della Palestina.

Qualsiasi politico italiano, soprattutto se aspira a importanti ruoli di governo, cerca di accreditarsi presso le potenze mondiali e il grande capitale. È tutto un rassicurare e un tranquillizzare i “moderati” (cioè i rappresentanti del capitale finanziario) che loro non sono così “estremisti” come vengono descritti, che non hanno intenzione di muovere guerra ai poteri economici e di rivendicare una reale sovranità, la quale invece può servire solo come “trampolino di lancio”, mezzo per attrarre un elettorato deluso, disincantato e sostanzialmente incapace di immaginare una società diversa.

Mentre stampa e televisione continuano a ignorare questi fatti, come se i Parlamenti e i Governi fossero ancora il luogo della decisione, Obama cerca di convincere Francia e Germania a “darsi una mossa” e a ratificare rapidamente e senza troppe pretese il TTIP, il Trattato Transatlantico che esautora gli stati e tutti gli enti pubblici di ciò che resta delle loro funzioni.

Il governo italiano ostenta un decisionismo che non possiede. Tutto il suo potere risiede nella comunicazione di decisioni già prese altrove. I Trattati europei lasciano ai governi (e in particolare al governo italiano verso cui la Germania mostra particolare attenzione) una discrezionalità minima, quasi nulla. Oltre ai Trattati (che sono il lato “ufficiale) vi sono tutta una serie di pressioni e di documenti dei vari “think thank” cui i governanti sono chiamati ad attenersi, se vogliono evitare una campagna stampa sfavorevole nel migliore dei casi e un golpe “morbido” nel peggiore (come quello che sostituì Berlusconi con Monti). Il debito pubblico è lo spauracchio da agitare come arma di ricatto qualora un esecutivo si mostri troppo “autonomo”.

I partiti di opposizione sono dei dispositivi elettorali che adoperano un “target” diverso da quello dei partiti di governo. Un ribellismo irriflessivo, un appello confuso e acritico al malcontento dell’opinione pubblica, polemiche su questioni specifiche, spesso secondarie e del tutto ininfluenti e un’accettazione di fondo, totale e senza riserve, del sistema di società imposto dal capitalismo flessibile.

Queste opposizioni mobilitano le opinioni pubbliche (cioè quel consenso indotto e manipolato dal meccanismo selettivo dell’informazione) su temi “di sfogo”, poco determinanti nelle dinamiche e nei conflitti della società, ma entro cui si canalizza la frustrazione generale. Poca importa che questi temi siano la casta famelica di parlamentari o torme di clandestini che gettano le città nel caos. La politica non decide più nulla, ma non perché, come vogliono far credere i cantori della “modernizzazione”, sia ingolfata dalla lentezza burocratica e dall’opportunismo dei rappresentanti (quest’ultimo, semmai, è soltanto un effetto e nemmeno il più grave) bensì perché la politica è privata di qualunque potere che è integralmente trasferito ad altri siti; i mercati, che gli stati devono adulare e corteggiare, e una tecno-burocrazia sovranazionale.