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Mura scalfite da strazianti scritte, metallo arrugginito e cigolante di cancelli che delimitano il confine tra la vita e l’oblio, lucubri brande a ricordare atroci torture che persone – uomini e donne – hanno subito, legate per giorni a fissare il soffitto immersi nel proprio delirio, camere dalle sembianze di trincee, muri di cinta colorati di speranza da occhi spenti dai martiri degli elettroshock e dei cocktail farmacologici: ecco i manicomi criminali. Credere, però, che tale sistema di detenzione indichi una pagina ingiallita del passato della storia della civiltà, la stessa che ha istituito il crimine contro l’umanità, è un eufemismo dal quale vogliamo sottrarci, poiché questa pagina della nostra storia è ancora in corso d’opera. Ecco che ci troviamo ancora una volta, avvolti tra le braccia della violenza, a cercare di comprendere come un uomo possa decidere le sorti di un altro uomo. Primo Levi, probabilmente, direbbe: warum? Ma non ci troviamo più, forse, nel sistema assolutistico dei totalitarismi, i quali pretendevano di imporre a priori cos’è bene e cosa male. Eppure “non c’è un perché” qui, nella società del progresso, tecnologica, orientata al futuro e, al contempo, sadica e violenta.

“La nave dei folli” Bosch

“La nave dei folli” Bosch

Ci stiamo inoltrando nel mondo della follia o pazzia, degenerazione, malattia mentale e, ancora, di uomini: stolti, violenti, a volte assassini, altre suicidi. Quanti appellativi esistono per descrivere la “diversità” è a noi tutt’oggi ignaro. È certo, però, che bisogna imparare a distinguere, cercando di venir meno alla forma mentis che ci porta a stigmatizzare determinati soggetti con tali appellativi. A volte si parla di “stranezza”, altre di pericolosità, eppure è raro, anche negli ambienti accademici, trovare una comune e lineare definizione di follia. Secondo l’etimologia, la parola folle, che dovrebbe indicare un “pallone pieno di vento”, è stata fatta derivare dal termine fàtuus e rappresenta qualcuno con la “testa vuota”, piena di vento appunto. Discorso diverso va fatto per l’etimologia della parola pazzia, che indica il patire e, dunque, una condizione che, per forza di cose, viene dall’esterno: è imposta. Risulta inevitabile, alla luce della “storia della follia”, riprenderne le radici e vedere come, ancora una volta, la storia dell’umanità è sempre una storia dell’uomo contro l’uomo, dell’uomo contro sé stesso.  E, per svolgere tale arduo compito, partiamo da una rivoluzione, che può racchiudersi in poche righe:

«Il giudice dispone nei confronti dell’infermo di mente e del seminfermo di mente l’applicazione di una misura di sicurezza, anche in via provvisoria, diversa dal ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario o in una casa di cura e custodia»

Queste sono le parole della rivoluzione italiana nell’ambito della gestione “civile” e politica della malattia mentale: il cambiamento storico che, almeno formalmente, dovrebbe portare con sé la legge m.81 del 2014, per la cui attuazione abbiamo atteso anni e, potremmo dire, attendiamo tutt’ora. Difatti, essa ha deluso le attese di chi auspicava una reale “umanizzazione” delle istituzioni, un reale cambio di rotta a fronte di secoli di disumane torture. Quanto appena affermato potrebbe sembrare anacronistico ma, analizzando l’evoluzione dei manicomi criminali, ci renderemo conto di come, un piccolo cambiamento “letterario” di questo tipo, possa realmente segnare una svolta epica.

Inside Carceri – l’Opg di Aversa
Invero, la storia dei manicomi psichiatrici ha origine secoli addietro, questi rappresentavano allora solo un contenitore privo di regolamentazioni statali, volto a canalizzare l’asocialità del folle il favore dell’estetica civile. L’unica voce in tal campo era quella dello psichiatra che, sulla scia di Pinel, tendeva ad organizzare la struttura manicomiale sotto una sistematizzazione gerarchica che lo poneva al vertice, capo indiscusso di una “istituzione totale”. Proprio Pinel è stato il primo a “liberare” i malati dall’ospedale della Salpêtrière, con lo scopo di estirpare gli “anormali” che necessitavano di cura psichiatriche o, più generalmente, psichiche. Purtroppo, tali luoghi hanno avuto poco a che vedere con il concetto di cura, risultando più affini alle dinamiche di internamento forzato e coatto. Una prima regolamentazione, dovuta proprio alle condizioni disumane in cui riversavano tali soggetti, si ebbe nel 1904 con la legge n.36 in merito alle “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati”, con cui, su proposta di Giolitti, si affermava che la detenzione spettava agli alienati mentale e che questi, sotto autorizzazione dello psichiatra, potevano venire rilasciati, così da verificare la possibilità di un loro effettivo reinserimento sociale. Ma, a discapito di equivoci, se non lo si è potuto evincere da quanto affermato fino ad ora, il testo sottolinea a più riprese:

«Il direttore gode di piena autorità»

Pinel è considerato un innovatore della psichiatria per la nuova concezione che egli introdusse nei riguardi del "malato mentale".

Pinel è considerato un innovatore della psichiatria per la nuova concezione che egli introdusse nei riguardi del “malato mentale”.

Si è dovuti attendere fino agli anni ’60 e ’70 affinché, dopo numerose ed estenuanti lotte, si potesse avere un reale cambiamento, nonostante la storia abbia beffato nuovamente tale speranza. Dunque, abbiamo avuto prima la legge n. 132 del 1968, con cui il ministro Mariotti cercò di inserire tali strutture in una riforma che concerneva l’intero sistema ospedaliero nostrano, poi la legge n. 431 che, nello stesso anno, mirò a restituire i diritti civili e legislativi agli internati, introducendo anche la possibilità del ricovero volontario. Inoltre, mentre Engels sottolineava la necessità di una prospettiva bio-psico-sociale della salute, a fronte del modello bio-medico organicista dominante, Franco Basaglia cercherà, con la legge n.180 del 1978, di imporre la chiusura dei manicomi, dopo esserci riuscito con un’impresa eroica l’anno precedente a Trieste. Tali “innovazioni”, inoltre, sono concomitanti alla legge che, il 23 dicembre del 1978, istituì il Servizio Sanitario Nazionale.

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Estratto dalla trasmissione “acquario” in cui Maurizio Costanzo intervista Franco Basaglia. CLICCA PER VEDERE

La chiusura dei manicomi cosa ha comportato? L’istituzione di nuovi ospedali psichiatrici, gli O.P.G. – oggi SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) – definiti dallo psichiatra Piero Cipriano delle fabbriche della cura mentale. Per essere precisi, egli parla di manicomi “chimici”, sottomessi alle leggi della farmaceutica, evidenziando, in un’intervista di qualche anno fa per Repubblica, come:

Lʼ80% degli Spdc italiani – e sono circa 320 sparsi negli ospedali italiani – legano i pazienti all’interno di ospedali chiusi. L’ultimo censimento – e risale al 2007 – racconta ad esempio di come nel Lazio un paziente su dieci sia stato legato con tutti e quattro gli arti al letto. Con picchi in alcuni reparti dove la percentuale sale al 25% (un paziente su quattro) e il tempo di contenzione può prolungarsi anche oltre la settimana

Ecco le conseguenze di una legge che doveva essere rivoluzionaria ma, come spesso accade, è stata vittima di stratagemmi istituzionali che, a prescindere dal “giusto” e dall’”altro”, seguono la loro strada isolata ed indipendente. Oggi, dopo anni di attesa, siamo nel pieno dell’attuazione della legge n.81 del 2014 che, già nel 2013, indicava la chiusura degli O.P.G., mentre si è dovuti attendere il 2015 affinché vi fosse la sua “iniziale” attuazione. Eppure, nonostante le notevoli migliorie, c’è qualcosa che ancora non va e, per dimostrarlo, basti pensare che, dopo un anno dall’attuazione della riforma, gli O.P.G. contavano ancora circa un centinaio di pazienti. Ce lo ha detto anche la senatrice PD Emilia Grazia De Biasi che, in un’intervista a Dire, ha evidenziato il rischio a cui vanno incontro le R.E.M.S. – strutture sanitarie volte alla riabilitazione terapeutica istituite per superare la vergogna degli ospedali psichiatrici giudiziari – nel mutare nuovamente in O.P.G. e, quindi, basate sulla detenzione più che sulla cura. Lo stesso rischio è stato evidenziato anche dal capogruppo in commissione Sanità sempre del PD Nerina Dirindin.

R.E.M.S.

R.E.M.S.

Secondo Sigmund Freud l’essere umano è “costituzionalmente” aggressivo – pensiamo al neonato che, seppur sazio, morde il seno della madre – e, al fine del suo inserimento sociale, per amore e necessità dell’altro, viene meno a tale “sadismo primario”, trasformandolo in un’istanza super-egoica di tipo “civile”. Questo è il meccanismo, oggi arricchito dalla virtualità informatica, che la società umana adotta per coercizzare la natura dell’uomo libero. Cosa spinge a dar vita a tale “nave dei folli”? Qual è la necessità di isolare coattivamente gli alienanti? Secondo Foucault il folle ricorda a ciascuno la sua verità e possiamo aggiungere che tale verità è oggetto di un mascheramento che, alla luce della improduttiva coazione all’ordine e al bello impostaci, è utile all’eclissamento della nostra “natura”. Con questo, però, non vogliamo auspicare un ritorto al primitivo, ma nemmeno la tendenza morfogena che mira a disintegrare la soggettività umana.

Dobbiamo arrenderci al fatto che l’essere umano – tutti noi – è aggressivo nei confronti del mondo che lo ospita e, paradossalmente, anche contro sé stesso: lo dimostrano le misure di detenzione sino ad ora descritte. D’altro canto, non possiamo negare che la civiltà si sia eretta sullo stare insieme, sulla comunità, su quel “più di uno” che ha rappresentato e rappresenta la nostra forza. Dobbiamo allora imparare a ripensare e ripensarci come entità sociali, ognuno con la propria “natura” soggettiva e, al contempo, ognuno con il “bisogno” dell’altro, a prescindere da chi esso sia. Se la nostra identità individuale e collettiva si fonda sull’essere “uno” e, insieme, “più di uno”, non possiamo fare altro – in questa realtà che tende ad isolarci e, al contempo, uniformarci – che auspicare, con Derrida, la necessità di ripensare il Ci sin dal momento in cui si apre bocca.