Il pensiero di Camus rinforza  gli uomini, incita alle armi, promuove la fratellanza, serra i ranghi e prepara alla più grande delle battaglie, quella contro l’Assurdo. Albert Camus è stato un uomo poliedrico: filosofo, scrittore, drammaturgo, anarchico, ma c’è un filo rosso che lega tutte queste figure, prima di tutto egli è stato un uomo in Rivolta. Se l’Assurdo è il nemico giurato, la Rivolta è il vero fine dichiarato nel suo libro più completo: “L’Homme révolté”.

Albert Camus nasce il 7 novembre del 1913 a Mondovi in Algeria, secondogenito di una modesta famiglia di pieds-noirs stabilitasi in Algeria. Il padre Lucien è di origini alsaziane, mentre la madre Catherine Sintès, di origini spagnole. Dopo la morte del padre avvenuta nella battaglia delle Marne durante la prima guerra mondiale, Camus e la sua famiglia si trasferiscono ad Algeri dividendo l’abitazione con la nonna materna e uno zio. Nel 1930, anno di preparazione alla maturità, il suo professore di filosofia, Jean Grenier, gli suggerisce la lettura di “La Douleur” di Andrè de Richaud, opera che lo spingerà a diventare scrittore. Nel dicembre dello stesso anno si verifica il primo attacco di tubercolosi. Nel 1934 si iscrive al partito comunista, per poi essere espulso nel 1937 a causa del suo pensiero politico anticoloniale e per la questione musulmana. Nel 1936 conclude l’università di filosofia ad Algeri e nel 1940 si trasferirà a Parigi, a maggio dello stesso anno termina L’Etranger, e torna in Algeria a causa dell’offensiva tedesca. Nel ’42 viene pubblicato L’Etranger  e in ottobre esce Le Mythe de Sisyphe, la critica mostra grande interesse per le sue opere. Torna in Francia nello stesso anno e lavora nella redazione della rivista clandestina “Combat”. Ormai celebre, dopo la guerra, nel 1946 viaggio negli Stati Uniti scoprendo l’opera di Simone Weil e termina La Peste, che verrà pubblicato il 10 giugno del ’47, la quale sarà un enorme successo. Nel 1951 pubblica L’Homme révolté entrando in conflitto con Sartre. Nel 1957 gli viene conferito il Nobel per la letteratura, 3 anni dopo, il 4 gennaio del 1960 muore in un incidente stradale presso Villeneuve-la-Guyard.

Per comprendere in profondità il pensiero camusiano, in tutte le sue sfaccettature, dobbiamo prioritariamente focalizzarci su tre eventi importanti della sua vita che lo influenzeranno: la tubercolosi, l’Algeria e la guerra.

Colpito fin da giovanissimo dalla TBC, Camus  protesta contro questa ingiustizia priva di qualsiasi criterio e, riflettendo sui mali che affliggono l’umanità,  tuona il suo dissenso dinanzi al “brutale silenzio del mondo”. Nella solitudine della malattia il filosofo scorge il destino comune di tutti gli uomini, tormentati da mali comuni che altro non sono che inviti alla solidarietà: d’un tratto egli non si sente più solo. Il nemico si rivela ai suoi occhi: l’Assurdo. Entità difficile da descrivere anche per lo stesso scrittore, essa incorpora il non senso dell’esistenza, il vuoto sostanziale che spolpa ogni individuo, personificata da guerre, malattie, incomprensione, morte. Camus approda all’esistenzialismo umanista di Sartre dal quale però si allontana presto. “L’Étranger” e “La Peste” sono due esempi famosi di romanzi appartenenti al ciclo dell’Assurdo, nei quali lo scrittore mostra dapprima l’incongruenza che la vita può rappresentare e poi, come il male (e dunque l’Assurdo) simboleggiato dalla peste, può diffondersi repentinamente restando  sempre in agguato.

Altro elemento rilevante è l’Algeria, espressione del carattere mediterraneo che investe Camus e ogni sua riflessione. Il sole, la vita, il mare, le frontiere, ma soprattutto il senso della Misura influenzano l’uomo camusiano, che ha le sue radici nell’antichità, un mondo anonimo e senza tempo che ricorda i limiti dell’individuo e la forza che egli ha per sopportali. Inoltre, il rapporto controverso che il filosofo assume nei confronti della Francia lo porta ad un pensiero universale, infatti, anche se di cittadinanza francese, egli si sentirà sempre profondamente algerino e pertanto lotta contro le iniquità presenti nelle colonie francesi nord-africane. Da qui, la battaglia contro l’Assurdo (che presto si tramuta in  Rivolta) diventa sempre più internazionale, senza una latitudine e un confine ben preciso.

Infine vi è la guerra, manifestazione esemplificativa dell’Assurdo. Camus si allontana da ogni totalitarismo e quindi anche dal regime sovietico, qui si consuma la rottura con Sartre. Egli chiama a raccolta tutti gli uomini per mostrare loro come la vera assurdità è quella che rifiuta la possibilità di cambiare il mondo in meglio. Egli esorta a resistere contro qualsiasi male, palesa l’inconsistenza del pessimismo che svuota di linfa vitale gli uomini.

Giungiamo quindi alla fine del percorso camusiano che chiude il cerchio con la Rivolta. Se con il “Il mito di Sisifo” egli risponde al quesito del suicidio sia fisico che spirituale (speranza in Dio o nella ragione), che  non può essere risposta all’Assurdo poiché sarebbe, al contrario, sottomissione ad esso, con “L’uomo in rivolta” Camus pone l’accento sulla “sopportazione”. L’unico modo per lottare contro l’Assurdo della vita è protestare: l’uomo – schiavo che dice “no” dichiara contemporaneamente un “si”, nega la prevaricazione del padrone – Assurdo e  afferma una rappresentazione di sé della quale non può fare più a meno. Se tutto è messo in discussione, se il nichilismo ha inghiottito ogni cosa, l’unico grido di esistenza è la rivolta. Io esisto fin quando rivoltandomi lotto contro l’insensatezza della vita, l’unica cosa certa è la mia protesta. Rivolta che, per Camus, è sinonimo di Misura, la quale percorre il sentiero greco di equilibrio. Non una rivolta storica che nega il singolo per un progetto indefinito, non una rivolta metafisica che nega Dio e nel frattempo si sostituisce ad esso, bensì una rivolta dell’arte in perenne mutamento e lontana da ogni estremismo. E se l’Assurdo combacia con l’ingiustizia del mondo, Camus ci chiama alla lotta e al dovere.