Esattamente mezzo secolo fa, nel caldissimo 1968 le Edizioni Mediterranee pubblicarono un singolare volumetto. Mentre la “contestazione” infiammava le piazze della capitale, Giovanni Canonico decise di puntare su nomi diversi da quelli berciati dagli studenti negli atenei. L’anno prima, da un libraio di Piazza del Popolo – racconta Gianfranco de Turris, un nome che tornerà presto in questa storia – il titolare della casa editrice romana aveva ricevuto un paio di suggestioni di opere che avevano un loro mercato, il quale cresceva, in anni in cui a dominare erano la letteratura realistica, i romanzi impegnati, sociologia e psicologia. Sembrava che tutto l’engagement del mondo non fosse sufficiente a liquidare l’esigenza di una Weltanschauung spirituale (non spiritualista), alternativa a quell’ottimismo progressista che si sarebbe presto spento – soprattutto nei famosi “contestatori” di allora. In quelle conversazioni in Piazza del Popolo, continuava a tornare insistentemente un nome, un autore. Difficile capire dove vivesse. Al tempo non c’erano Facebook o Linkedin, e Canonico si rivolse agli elenchi telefonici: «Evola, Giulio. Corso Vittorio Emanuele 197. 562123». Non sapeva ancora che Mediterranee sarebbe diventata la principale casa editrice del filosofo.

evola

È il 1968, dicevamo. Per la casa editrice di via Flaminia esce il singolare volume di cui abbiamo detto: s’intitola Lo yoga della potenza, è dedicato ai Tantra, nella loro dimensione metafisica e soteriologica. La collana che lo ospita, fondata per l’occasione, è “Orizzonti dello Spirito”. Firmata dallo stesso Evola, l’opera è la nuova redazione de L’uomo come potenza (uscito nel 1926 per Atanòr, la casa editrice di Ciro Alvi) ed era apparsa nel 1949 per i tipi di Bocca. Al saggio sui Tantra seguiranno Il potere del serpente di Sir John Woodroffe, alias Arthur Avalon, e l’evoliana Metafisica del sesso (uscita in prima edizione nel 1958, sempre per Atanòr) nel 1969, studio all’interno del quale la sessualità non viene ridotta al suo stato biologico ma viene indagata come apertura alla trascendenza, attraverso un’impressionante mole di dati provenienti dall’antichità così come dalla modernità stessa. Nello stesso anno appare anche Magia Sexualis di Pascal Beverly Randolph (ripubblicata l’anno scorso, sempre da Mediterranee): Evola è parte in causa, dato che l’ha consegnata lui stesso all’editore, avendola ricevuta da un amico, il quale l’aveva salvata dalla Biblioteca di Firenze durante la tragica alluvione del 1967.

Il filosofo romano partecipò in misura sempre maggiore alle attività di Mediterranee, proponendo e/o traducendo testi (fu affidata a lui la direzione di “Orizzonti dello spirito”) e facendovi ristampare molte delle sue opere. Le quali, nell’arco di più di cinquant’anni di attività, erano disperse nei cataloghi di parecchie case editrici (tra cui Atanòr, Laterza, Hoepli, Ceschina, Armando, Volpe, Scheiwiller e Bocca) e perlopiù introvabili. Le Edizioni Mediterranee si sarebbero fatte carico in pratica della sua opera omnia. Per affrontare questo aspetto, tuttavia, occorre un salto temporale di un ventennio.

d7d4800a7e28b512b8e8848853df3de3

Nel 1994 viene ristampata Metafisica del sesso. Con significative variazioni. Anzitutto la mole del testo, superiore alla precedente: a impreziosirlo troviamo una prefazione di Fausto Antonini, insieme a una gran messe di appendici contenenti articoli evoliani che sviluppano le tesi dell’opera, dalle analisi sui Sabba alla dottrina dell’androgine nel misticismo cristiano, sino a incursioni nell’attualità, dall’analisi di fenomeni di costume nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta a considerazioni controcorrente sulla tanto discussa “legge Merlin”. In secondo luogo, la collana non è più “Orizzonti dello Spirito”, che tuttavia prosegue – ed è ancora attiva –, ma un’altra: “Opere di Julius Evola”. Interamente dedicata al filosofo romano, è diretta da Gianfranco de Turris, segretario della Fondazione J. Evola nonché già collaboratore della casa editrice, che ha all’attivo una “Biblioteca dei Misteri” da lui diretta sin dall’inizio degli anni Settanta. La collana inizia così. E la struttura di quel primo esperimento verrà in seguito perfezionata: introduzioni scritte da studiosi dell’opera di Evola ed esperti, apparati di note – bibliografiche e contenutistiche, per chiarire e illustrare quanto spesso trattato en passant –, apparati per contestualizzare le tesi evoliane e appendici di documenti e testimonianze atte a far luce sulle molteplici attività svolte dall’autore. Oltre a dettagliate Note del curatore, ovviamente.

Questa collana ha ospitato, nel 2014, un libro che mancava all’appello da decenni, anche se continuamente ristampato in edizioni pirata (e in pessime anastatiche). È Il cammino del cinabro, l’autobiografia spirituale e intellettuale del Barone (ne sta per uscire una nuova edizione aggiornata, sempre per Mediterranee), che descrive in presa diretta l’origine e la genesi delle sue opere, insieme ai retroscena storico-culturali e umani che le hanno rese possibili. Un’edizione (praticamente triplicata rispetto all’originale!) che ha richiesto gli sforzi congiunti di studiosi appartenenti a tre generazioni, per interpretare e sciogliere molte informazioni taciute oppure solamente accennate nel testo. Ma perché – obietteranno i mercenari della cultura, che valutano i libri un tanto al chilo – non ripubblicarlo così com’era, senza perdere tempo a lambiccarsi in note e appendici? Proprio perché la collana intende proporre edizioni “scientifiche” e curate, non limitandosi a ristampare opere ma contestualizzandole nell’epoca in cui furono scritte e nell’iter speculativo del loro autore, facendolo dialogare con gli studiosi del suo e – perché no? – del nostro tempo. Riservando a Evola, insomma, lo stesso trattamento che è – o dovrebbe essere – destinato ai classici del pensiero.

9788827223444_0_0_1440_75

Se partiamo da quest’opera, tra le ultime uscite, una ragione c’è, ed è evidente nell’introduzione alla sua prima edizione (Scheiwiller, Milano 1963):

Le pagine che mi accingo a scrivere hanno una qualche ragione d’essere nell’eventualità che un giorno l’opera da me svolta nel corso di oltre otto lustri sia fatta oggetto di una attenzione diversa da quella che, in genere, in Italia fino a questo momento le è stata concessa.

Una possibilità, continua l’autore, che

appare abbastanza problematica, dato lo stato attuale delle cose e il clima culturale e politico-sociale che si può prevedere anche per il futuro. Comunque, l’intento è di fornire una guida a chi, interessandosi retrospettivamente all’insieme dei miei scritti e della mia attività, volesse orientarsi e stabilire quel che in essa può avere un significato non soltanto personale e episodico.

Ebbene, grazie all’impegno più che ventennale di una casa editrice quell’eventualità si è infine realizzata. Non solo tutte le sue opere sono disponibili, non solo lo sono all’interno della stessa collana (dunque curate da un’unica mano, privilegio di cui non beneficiano molti altri autori, ancora considerati “di serie b”), ma godono appunto di edizioni scientifiche e accurate.

Qualcuno, di recente, proveniente da ambienti che si autodefiniscono militanti e che vorrebbero ridurre Evola al solo aspetto politico, ha criticato tale approccio, sostenendo che contestualizzare il suo pensiero equivalga a svilirlo, depotenziarlo, facendo agio sulla metatemporalità della Tradizione. Non ci metteremmo mai a negare questi principi, i fondamenti della Weltanschauung evoliana, ma legittimare in questo modo – come spesso accade – letture superficiali o imparziali, non suffragate dalla ricerca e sfocianti nell’attacchinaggio di manifesti quale via al Sacro, è altra cosa. Il pensiero del Barone non può essere appiattito a due o tre slogan (l’aneddotica delle sue reazioni innanzi ai militanti duri e puri è ricchissima…) ma richiede studio, approfondimento e, soprattutto, riletture e verifiche. Tutte attività che le tanto deprecate curatele incoraggiano.

Représentation_de_Julius_Evola

Ora, l’opera e il pensiero di Evola non sono statici ma, come in ogni visione del mondo che si rispetti, di volta in volta si calano in diversi ambiti, senza perciò perdersi o frammentarsi. Ma tra le opere filosofiche e artistiche giovanili e libri come Cavalcare la tigre il salto è abissale. Ecco perché le note del curatore iniziano sempre con una citazione del Cammino del cinabro, nella quale è il filosofo romano a chiarire la genesi di quanto il lettore ha tra le mani. Come lui stesso avrebbe voluto, insomma, se diamo credito alle righe sopracitate. Il che non implica, ovviamente, la possibilità di leggerle comparativamente e confrontare diverse fasi e periodi: per farlo, tuttavia, altre sono le pubblicazioni, altri i luoghi, dal periodico Studi Evoliani (inaugurato nel 1998 e giunto all’undicesimo fascicolo) ai Quaderni Evoliani (in tutto, più di cinquanta), sino ai vari convegni organizzati dalla Fondazione J. Evola.

Molti di questi studi, tra l’altro, sono usciti proprio per le Edizioni Mediterranee: è il caso delle Testimonianze su Evola, apparse nel 1973 per i suoi settantacinque anni (il filosofo morirà nel 1974, anno in cui, sempre per Mediterranee, esce il suo ultimo libro, Ricognizioni. Uomini e problemi, raccolta di articoli che spaziano dalla filosofia alla cultura, dalla politica a tematiche iniziatiche) e poi “raddoppiate” nel 1985. Per non parlare degli atti del convegno tenutosi qualche tempo fa a Roma e dedicato all’eredità di Julius Evola nei vari domini della cultura: dalla filosofia alla storia delle religioni, dall’arte alla politica. A questo convegno – finito sotto il fuoco incrociato dei conformisti di destra e sinistra, tra “cacce al fascista” e puerili “sono più evoliano io” – hanno partecipato dieci accademici italiani (Davide Bigalli, Claudio Bonvecchio, Giovanni Casadio, Mario Conetti, Vitaldo Conte, Massimo Donà, Fabio Marco Fabbri, Romano Gasparotti, Pietro Mander, Giuseppe Parlato): segno che forse qualcosa sta cambiando in questo Paese, ove oggi è possibile occuparsi di un protagonista della cultura novecentesca senza finire ostaggio di tic di pavloviana memoria. Ebbene, se ciò è accaduto, buona parte del merito va alle edizioni di cui stiamo parlando.

ricognizioni-uomini-e-problemi

Il pensiero evoliano, si diceva, è multiforme e sempre cangiante, ma legato ad alcuni punti fermi. Un pensiero radicale e dinamico, che supera nella misura in cui radicalizza e risolve nella misura in cui supera. Qualche esempio? Quando, giovanissimo, Evola s’interessa di arte, sceglie quella moderna, anzi modernissima (come recita il titolo del suo saggio, inserito in appendice ai Saggi sull’idealismo magico), che porta all’ennesima potenza, sino alle sue ultime istanze, facendola trascendere in qualcosa d’altro. Radicalizzare il dadaismo e superare il dadaismo in quanto tale sono ai suoi occhi lo stesso. Quando si occupa di filosofia, analogamente, sceglie l’idealismo, il quale porta a compimento il cammino iniziato dalla filosofia moderna con Kant. Eppure, anche in questo caso, avverte che non è sufficiente farsi esegeta delle dottrine hegeliane – tra l’altro, nella loro declinazione gentiliana, la quale trascende lo spirito nella prassi – ma occorre muoversi ancora oltre. Da un lato, integrandole con l’energetismo di pensatori allora eretici e semisconosciuti come Nietzsche, Stirner, Weininger e Michelstaedter (superando il fuoco di sbarramento, tra gli altri, crociano), dall’altro, tramite la nozione novalisiana d’idealismo magico, facendo naufragare il gentilianesimo nei domini della realizzazione magica.

Per capire il suo pensiero, insomma, occorre considerare questa pluralità di aree d’interesse, le quali si avvicendano, senza soluzione di continuità: nell’una vengono risolte le antinomie (dunque, solo apparenti) dell’altra. Sono tutte tracce di un destino, di un daimon, è la scelta esplicitata nella sua autobiografia spirituale, allorché Evola descrisse la propria “equazione personale” utilizzando azione e trascendenza come ascissa e ordinata. L’azione: l’approfondimento, l’immettersi nelle correnti della modernità, non avendo timore di scommettere sul presente; la trascendenza: l’oltrepassamento, la necessità che queste incursioni avvengano al baluginio di un’ulteriorità, illuminate da punti di riferimento che si sottraggono al presente. Che poi è lo stesso significato del titolo di uno dei suoi ultimi libri, L’arco e la clava, raccolta di articoli assai eterogenei tra loro, dedicati all’attualità così come a tematiche “tradizionali”, stampato da Scheiwiller nel 1968 e riproposto nelle “Opere di Julius Evola” nel 1995, con un’introduzione del politologo Giorgio Galli. Ma L’arco e la clava era anche il titolo di una rubrica evoliana apparsa sulle colonne della rivista «La Torre» nel 1930. Ecco perché in appendice al volume di Mediterranee troviamo un saggio di Marco Rossi dedicato a quella rubrica. Non è raro assistere a queste resurrezioni – financo nominali – nella carriera intellettuale di Evola. Solo, è bene che qualcuno le sottolinei. Con curatele e approfondimenti opportuni, appunto.

Julius_Evola_1

Basti considerare le opere del periodo “filosofico”, cioè Saggi sull’idealismo magico (1925), Teoria dell’Individuo assoluto (1927) e Fenomenologia dell’Individuo assoluto (1930). I volumi sono stati ripubblicati nella collana delle “Opere” rispettivamente nel 2006, nel 1998 e nel 2007. Le introduzioni recano le prestigiose firme di filosofi come Franco Volpi (il quale, d’altra parte, nel suo Lexicon der philosophischen Werke, del 1988, poi pubblicato in edizione italiana nel 2000 da Bruno Mondadori con il titolo di Dizionario delle opere filosofiche, annoverò Evola, assieme a Croce e Gentile, tra i più importanti filosofi del Novecento italiano), Piero Di Vona e Massimo Donà. Gli argomenti affrontati in questi saggi sono vastissimi: la ricostruzione della ricezione di Evola in seno agli ambienti accademici; le radici filosofico-speculative e magiche dell’Individuo Assoluto; il confronto con autori come Max Stirner, Carlo Michelstaedter, Otto Braun, Octave Hamelin, Hermann Keyserling e, ovviamente, Giovanni Gentile (il cui rapporto con Evola e Ugo Spirito è analizzato anche nel saggio di Alessandro Giuli in appendice a Fenomenologia); una contestualizzazione dell’opera filosofica con riferimento ad articoli e conferenze, materiali che esulano dai volumi in questione; l’ascrizione dell’idealismo magico in seno a una filosofia della volontà con esiti soteriologici; infine, le fonti cui attinse l’opera di questo giovanissimo e precocissimo filosofo. Ad accompagnare queste introduzioni troviamo saggi e appendici, volti a confrontare le successive edizioni dei testi in vista di un’analisi della maturazione teoretica del loro autore, insieme a una ricostruzione delle polemiche che ne accompagnarono la pubblicazione.

La struttura di queste curatele è stata sostanzialmente mantenuta anche nell’ultimo lavoro “filosofico” evoliano uscito nella collana diretta da Gianfranco de Turris. È L’individuo e il divenire del mondo, originariamente pubblicato dalla Libreria di Scienze e di Lettere nel 1926. Uscito per Edizioni Mediterranee nel 2015, è preceduto da un saggio di Romano Gasparotti e contiene un’appendice di articoli tratti dalle riviste «Ultra», «Logos», «Atanòr», «Ignis» e «900», tutti dati alle stampe tra il 1924 e il 1927, che costituiscono il complemento delle tesi sviluppate ne L’individuo. In conclusione, un saggio di Luca Siniscalco, sinora il più esaustivo riguardante i rapporti tra il Barone e la Lega Teosofica Indipendente di Decio Calvari, legata a doppio filo agli scritti contenuti nel libro.

9788827225790_0_0_1424_75

Ora, come sanno bene gli esperti di Evola – e come, d’altra parte, ebbe a ribadire lui stesso in più occasioni – le opere appena citate non sono affatto semplici. Il loro linguaggio è molto “specialistico”, le tesi contenute sono difficilmente accessibili a chi non sia provvisto di un’ottima preparazione filosofica. Ma lo stesso discorso vale per gli esperti di filosofia e gli studiosi dell’idealismo tedesco e italiano: al di là del fatto che l’opera di Evola, in genere, non è facile, né merita approcci superficiali, le posizioni sostenute dal filosofo sono spesso di difficile comprensione se non accompagnate da un’adeguata contestualizzazione. Ecco il perché di questi saggi e approfondimenti. Infine, non è per perseverare in sterili polemiche (lo scrivente è persuaso che un certo modus operandi sia la migliore risposta a querelle che sono e restano giornalistiche, quand’anche ammantate di velleità culturali), ma forse queste parole dello stesso Evola, tratte da Il cammino del cinabro e regolarmente ignorate, possono mostrare quanto le operazioni critiche appena ricordate non gli sarebbero risultate per nulla sgradite:

Nel 1949, avendo del tempo libero, ho curato una nuova stesura della Teoria dell’Individuo Assoluto […]. La prima edizione dell’opera essendo da tempo esaurita e introvabile, una ristampa […] potrà avere un valore documentario e di testimonianza. Però, praticamente, questo stesso valore potrà forse risultare a ben pochi, se qualche esponente di quella “cultura”, da cui mi sono sempre più estraniato deliberatamente, non attirerà l’attenzione sul libro.

Un auspicio che alla fine si è realizzato, in barba a quei “militanti” che – nel 2018! – vorrebbero relegare il Barone al mondo delle conventicole e di fumosi scantinati.

Lo stesso metodo è stato adottato anche nelle riedizioni di opere “tradizionali” – termine, come noto, mutuato dall’opera guénoniana, da cui il Nostro, tuttavia, seppe garantirsi un’autonomia, mantenendo delle peculiarità che lo condussero a iniziali polemiche con il Maestro francese, con il quale, tuttavia, mantenne sempre un rapporto di collaborazione e stima reciproca.

evola_0

Un rapporto documentato da due autentici capolavori della cosiddetta Kulturcrisis: Rivolta contro il mondo moderno di Evola (uscito nel 1934 per Hoepli e inserito nel 1998 all’interno delle “Opere”) e La crisi del mondo moderno di René Guénon (pubblicato in francese nel 1927, tradotto da Evola nel 1937, sempre per Hoepli, e ristampato in edizione critica nel 2015 nella collana “Orizzonti dello Spirito”). Due testi gemelli – pur non privi di differenze che, d’altra parte, nessuno ha mai voluto eclissare – i quali affrontano la crisi della modernità secondo punti di vista diversi da quelli che andavano per la maggiore negli anni Venti e Trenta (rifiutando lo storicismo di un Dilthey così come l’organicismo di un Klages o uno Spengler, insieme all’occidentalismo estremo di un Massis) e che ricostruiscono l’avvento del mondo moderno a partire dai grandi cicli tradizionali, attraverso una complessa opera di archeologia simbolica che si spinge ben oltre le colonne d’Ercole della storiografia classica. Ebbene, entrambi gli studi conobbero la collaborazione di Evola e Guénon: basta non fermarsi ai testi ma consultare gli apparati inseriti all’interno dei due volumi.

Rivolta, ad esempio, oltre all’aurea introduzione di Claudio Risé, un ampio apparato di note e bibliografie relative ai singoli capitoli, in base agli argomenti trattati (e questo non solo per offrire spunti di approfondimento ai lettori, ma anche per mostrare come le dottrine esposte pionieristicamente da Evola abbiano conosciuto un seguito tra gli studiosi), contiene il saggio di Alessandro Grossato René Guénon e la revisione delle bozze di Rivolta. In queste pagine, Grossato documenta gli sforzi compiuti dal pensatore di Blois nell’aiutare l’amico italiano, che aveva deciso di cimentarsi in un’opera dall’ampio respiro come Rivolta correggendone le bozze, man mano che giungevano dalla tipografia. Ne La crisi del mondo moderno, invece, un saggio a cura dello scrivente (che chiede venia per l’autocitazione!) documenta la traduzione dell’opera guénoniana da parte di Evola, rispondendo a tutti coloro che accusarono il filosofo italiano di averne volutamente travisato il messaggio, piegandolo a fantasiosi “intenti politici”. Un saggio che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – mettere a tacere quelle dicerie che negli anni si sono accumulate intorno a questa operazione, ora smentite da un confronto tra le diverse versioni de La crisi. I due saggi – insieme a quello di Alberto Ventura, contenuto sempre in appendice – potrebbero aprire nuove vie di ricerca intorno a due tra i maggiori rappresentanti del pensiero tradizionale novecentesco.

René Guénon

René Guénon

Con la stessa impostazione sono state realizzate le edizioni critiche di altre opere “tradizionali” come La tradizione ermetica, dedicata all’alchimia e all’Arte Regia, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, ricognizione sulle “nuove spiritualità” del tempo, e Il mistero del Graal. La prima, pubblicata nel 1996 nelle “Opere”, è stata realizzata confrontando e uniformando le prime due edizioni, entrambe uscite per Laterza (rispettivamente nel gennaio 1931 e nel settembre 1948), ed è corredata da un saggio di Seyyed Hossein Nasr e una ricchissima bibliografia curata da Stefano Andreani, tra i più importanti studiosi italiani di alchimia, nonché direttore della collana pubblicata da Edizioni Mediterranee tutta dedicata all’arte ermetica, che ripropone i testi della tradizione insieme a studi e letteratura secondaria. Una bibliografia che dimostra quanto lo studio di Evola sia stato capitale nelle incursioni novecentesche sull’alchimia.

L’intento di questi apparati è mostrare soprattutto l’originalità delle idee evoliane sull’alchimia, che anticiparono molte delle analisi di studiosi come Carl Gustav Jung e Mircea Eliade (i quali, a titolo diverso, ne riconobbero l’importanza). Un’originalità che, ancora una volta, difficilmente apparirebbe senza le opportune contestualizzazioni. Sempre ex novo appare ne Il mistero del Graal (originariamente dato alle stampe da Laterza nel 1937, pubblicato nella collana di Mediterranee nel 1994 e, in una nuova edizione corretta, tre anni dopo) una bibliografia curata da Chiara Nejrotti, esperta e studiosa del fantastico, contenente i più importanti studi di medievistica dell’età contemporanea. A contestualizzare l’opera in seno alle varie correnti che hanno interpretato le vicende legate al Graal troviamo, in apertura, il denso saggio di Franco Cardini, tra i maggiori medievisti italiani.

9788827211595_0_0_700_75

Un altro aspetto che occorre considerare ripubblicando le opere evoliane sono le loro varie stesure: un interesse esclusivamente letterario, da «talpe cieche», come Nietzsche definiva i suoi (ex) colleghi filologi? Null’affatto: a variare spesso non sono soltanto le scelte stilistiche o linguistiche, ma le tesi stesse, che denotano il cambiamento del contesto storico durante il quale furono pubblicate, così come delle posizioni del loro autore. È per questa ragione che, in appendice all’edizione critica di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo (uscita nel 2008), troviamo un lungo saggio di Marco Iacona che ne ricostruisce l’iter editoriale, mettendo a confronto le tre versioni dello studio (Bocca, Torino 1932; Laterza, Bari 1949; Mediterranee, Roma 1971).

È una ricostruzione – parallela al saggio introduttivo di Hans Thomas Hakl, antico conoscitore dell’opera evoliana – delle circostanze che spinsero Evola a denunciare i pericoli insiti nello spiritualismo e nelle altre “fenditure nella Grande Muraglia” denunciate da Guénon negli anni Cinquanta, ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, ma già anticipate nei suoi studi Il teosofismo. Storia di una pseudoreligione (1921) ed Errore dello spiritismo (1923), tra le maggiori fonti ispiratrici di Maschera e volto (le altre, insieme agli studi che ne hanno continuato l’analisi, sono inserite in bibliografie collocate alla fine dei singoli capitoli). Vanno a completare la curatela le recensioni firmate da Armando Carlini, Emilio Servadio, Berto Ricci e René Guénon, insieme a un saggio di Stefano Arcella che chiarisce ulteriormente ascisse e ordinate dell’opera evoliana, utilissimo agli studiosi del pensatore ma anche a chi voglia indagare in modo alternativo il dilagare di fenomeni come new age, spiritualità fai-da-te et similia.

René Guénon

René Guénon

Per dovere di completezza, segnaliamo come tra le “Opere di Julius Evola” ne figurino due che non furono pubblicate in vita come libri a sé dall’autore ma che costituiscono un corpus autoconclusivo e gettano luce su alcuni caratteri fondamentali della sua “equazione personale”. È il caso, rispettivamente, di Meditazioni delle vette e Oriente e Occidente. Il primo, pubblicato l’anno della morte del filosofo dalle spezzine Edizioni del Tridente, raggiunge Mediterranee nel 2003, dopo svariate riedizioni. Meditazioni delle vette raccoglie gli articoli legati alle esperienze alpinistiche di Evola: risalgono agli anni Trenta, eccezion fatta per due, composti nel secondo dopoguerra, e da altri testi in precedenza trascurati. Oltre alla nota del curatore della prima edizione, Renato Del Ponte, il volume contiene un saggio di Luisa Bonesio dedicato alla visione spirituale e metafisica della montagna e dell’ascesa, in opposizione a quella moderna, la quale colonizza vette e valli con dispositivi tecnici, creando un ambiente sempre più familiare all’homo oeconomicus, all’abitante alienato delle metropoli. Come ulteriore testimonianza di quest’attività, cui Evola assegnò grande importanza, il volume è impreziosito da una serie di cartoline, proprietà della Fondazione, spedite al filosofo da amici e conoscenti oppure riportate da lui dai suoi luoghi di soggiorno alpini.

Oriente e Occidente, invece, colleziona gli articoli pubblicati su «East and West», il periodico dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO), fondato da Giuseppe Tucci e Giovanni Gentile nel 1932. Originariamente intitolato «Asiatica», il bollettino esordì nel 1936: il primo contributo di Evola risale a quattro anni dopo. Assunse il nuovo nome nel 1950, e nel primo numero uscì un articolo di Evola. Al di là del loro indiscusso valore, l’insieme di questi articoli può consentire, come nota il curatore, di riflettere sul contraddittorio rapporto di Evola con accademie e accademici. Il filosofo romano, come noto, guardò sempre con un certo sarcasmo – quando non proprio diffidenza – la cultura universitaria, della quale denunciò i limiti e l’autoreferenzialità (e, d’altra parte, ad eccezione di rari casi, come dargli torto?), ma nemmeno mancò, nel corso della sua lunga carriera, di entrare in contatto con essa, nella persuasione di poter trovare nel mondo universitario un veicolo culturale. Un rapporto contraddittorio, dunque, che lo caratterizzò sin dalla giovinezza: così, ad esempio, se entrò in contatto con Croce e Gentile – e con il loro seguito filosofico – noto fu il suo rifiuto della cattedra che gli propose Bottai. Nondimeno, tenette spesso conferenze in varie università italiane (tra cui la Statale di Milano), pur disprezzando senza riserve il tipo umano del professore.

Giovanni Gentile

Giovanni Gentile

I saggi contenuti nella prestigiosa «East and West» coprono svariate aree, dal Tantrismo all’opera di René Guénon, dal Buddhismo allo Zen, dallo Yoga al problema dell’incontro religioso tra Oriente e Occidente. Rispetto alla prima edizione (La Queste, Milano 1984, a cura di Gianluca Nicoletti e Marco Pucciarini), dispone di svariati apparati: un saggio di Angelo Iacovella dedicato al rapporto tra Evola, l’IsMEO e Tucci, e due appendici, la prima contenente Basi spirituali dell’idea imperiale nipponica, l’articolo pubblicato su «Asiatica», e la seconda tre recensioni (di cui una doppia) composte da Evola sulle colonne del periodico tra il 1955 e il 1959. Un volume che non poteva mancare nella collana in questione, per affrontare una delle sfaccettature meno note di quella via del cinabro che fu la vita del Barone e che si pone accanto a Lo yoga della potenza, di cui abbiamo già detto, e La dottrina del risveglio. L’edizione del secondo studio, dedicato al buddhismo, uscita nel 1995, è stata approntata, ancora una volta, confrontando le precedenti (Laterza, Bari 1943; Scheiwiller, Milano 1965 e 1973). È da segnalare l’introduzione di Jean Varenne, tra i massimi sanscritisti del Novecento e autore di un saggio nel volume Le visionnaire foudroyé (Copernic, Paris 1977) dedicato a Evola, nonché lo studio conclusivo di Adolfo Morganti, che ricostruisce alcune delle polemiche prodotte negli anni dall’uscita del volume.

Nel corso della sua vita, Julius Evola fu tante cose, autore e artista, giornalista e traduttore. Ma fu anche curatore. Un aspetto spesso dimenticato, specie da certa critica, che lo dipinge come un provinciale, tutto chiuso nelle diatribe culturali del Belpaese, incapace di fare vera ricerca e saccheggiatore di fonti di seconda mano (le cui tesi avrebbe poi spacciato per sue). Ma non fu così, come testimoniato dai numerosissimi libri che tradusse, curò e promosse, con il suo nome o con l’ormai noto pseudonimo di Carlo d’Altavilla. Opere come Sesso e carattere di Otto Weininger (Bocca, Milano 1956), la già citata Crisi del mondo moderno di René Guénon, Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler (Longanesi, Milano 1957), di cui si occupò sin dal primo dopoguerra nonostante le note scomuniche crociane, insieme ai vari romanzi di Gustav Meyrink che tradusse per Bocca (1944-1949), sono dimostrazioni del suo respiro internazionale. Senza dimenticare l’antologia bachofeniana Le Madri e la virilità olimpica (Bocca, Milano 1949) e la sua versione de I Versi d’oro pitagorei (Atanòr, Roma 1959), entrambe ristampate negli “Orizzonti dello Spirito” nel 2010.

71fxfehtpUL

È in questo ambito che si colloca L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, pubblicato nel 1960 da Armando e inserito nelle “Opere” nel 1998. Evola, che conosceva il capolavoro jüngeriano sin dagli anni Trenta, voleva tradurlo in italiano. Scrisse così all’autore di Wilflingen, da cui non ottenne risposta – per ragioni oscure ma neanche troppo, se pensiamo alla sua situazione delicata nel secondo dopoguerra. Non riuscendo a ottenere i diritti di Der Arbeiter, ne realizzò una sintesi correlata da un gran numero di citazioni, che rimase l’unica versione dell’opera in circolazione prima della sua traduzione integrale, magistralmente realizzata tre decenni dopo da Quirino Principe. L’analisi evoliana è di una lucidità sorprendente, nel suo indagare i meriti, così come i limiti, dello studio – cosa che fece anche con le opere di Spengler e Weininger, non esaltandole acriticamente ma mettendone in luce i tratti legati a contingenze storiche particolari. Le disamine evoliane sono inserite in una curatela unica nel suo genere: il volume contiene una ricchissima introduzione di Marino Freschi, tra i pochi germanisti intellettualmente onesti del nostro Paese quando si parla di argomenti di questo tipo, la riproduzione anastatica della famosa lettera, datata «17.XI.1953», nella quale Evola chiese i diritti di traduzione allo scrittore, una bibliografia jüngeriana curata da Francesco Fiorentino, ma soprattutto un’appendice di testi evoliani dedicati al filosofo scritti fra il 1943 e il 1974.

Dei doppioni del testo, delle ridondanze? Null’affatto, quanto piuttosto la testimonianza dell’acume evoliano nel trattare le dottrine jüngeriane. Pioniere nella ricezione della sua opera, il filosofo romano fu tra i pochissimi nell’Italia degli anni Trenta – assieme a studiosi come Delio Cantimori, Bonaventura Tecchi, Rodolfo Bottachiari e Cesare Cases – ad accorgersi del loro valore, letterario e metaletterario. Basti considerare l’articolo L’Operaio e le Scogliere di Marmo, apparso su «Bibliografia Fascista» nel 1943. Nel magnifico Sulle scogliere di marmo (1939) Jünger si occupa del volto notturno della tecnica, del mondo del lavoro e dell’elementare, che si sottraggono al giogo dell’Arbeiter, seminando morte e distruzione. Una consapevolezza cui lo scrittore tedesco giungerà proprio in quegli anni, ma che maturerà soprattutto nel secondo dopoguerra in capolavori come Oltre la linea, scritto con Martin Heidegger (1950), e Il trattato del ribelle (1951) – saggio, quest’ultimo, che Evola non apprezzò, così come mostrò un certo scetticismo anche nei confronti di Al muro del tempo (1959), che pure tradusse per Volpe nel 1965. All’inizio degli anni Quaranta, insomma, Evola aveva già colto un’ambiguità che lo stesso Jünger avrebbe tematizzato compiutamente anni dopo. Ebbene, se si fosse deciso di ripubblicare l’opera così com’era stata concepita, sarebbero emersi questi caratteri? Ovviamente no. Ed ecco le ragioni di queste appendici, d’interesse non solo per i lettori di Evola ma anche per quelli del Contemplatore Solitario.

9788827212127_0_0_2478_75

Giungiamo così alle opere del secondo dopoguerra, in particolare agli scritti “politici”. Il più importante è ovviamente Fascismo e Terzo Reich, pubblicato nella collana diretta da de Turris nel 2001. È la riedizione de Il fascismo. Saggio di un’analisi critica dal punto di vista della Destra (pubblicato da Giovanni Volpe nel 1964 e poi sei anni dopo, con un’aggiunta di Note sul Terzo Reich). Cosa raccoglie il volume? Una lunga introduzione di Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, e due appendici, collocate in fondo alle rispettive sezioni: la prima è una selezione di articoli dedicati al Regime, scritti tra il 1930 e il 1951, l’altra contiene analisi metapolitiche dedicate al nazionalsocialismo, risalenti agli anni 1933-1971. Analisi connotate spesso da toni durissimi. Evola, come tutti sanno o dovrebbero sapere, non era né fascista né antifascista, ma si rifaceva a principi che non si esaurivano nelle contingenze storiche. Al di là di destra e sinistra, insomma, fascismo e nazionalsocialismo vengono vagliati e criticati in relazione a idee tradizionali – è l’arco a orientare la clava, ricordate?

Ma queste osservazioni non restituiscono la portata del libro: a differenza di molti altri – i redenti, come li ha chiamati Mirella Serri – il Barone non sviluppò queste idee nel secondo dopoguerra, al riparo di un partito o schermato dalla redazione di un giornale, ma lo fece soprattutto sotto quei regimi. Anche nell’occhio del ciclone non rinunciò mai a garantirsi uno scarto da essi, e se da un lato cercò di correggerne il tiro in senso tradizionale, dall’altro non mancò di criticarne gli aspetti più esteriori. Un’attività documentata dalle appendici, appunto, dedicate ai fascismi (al plurale) europei, che rivelano la figura di un intellettuale libero e indipendente, il quale, al pari dell’Anarca di Jünger, anche quando è allineato con gli altri (ed Evola non lo fu mai) perora sempre la propria causa. Un libro, insomma, la cui lettura è caldamente raccomandata a chi continua a considerarlo sic et simpliciter “fascista”, per squalificarlo o farne un’iconcina da sezione, esiliarlo dal dibattito o ripeterne pappagallescamente le frasi roboanti.

Ernst Jünger

Ernst Jünger

Restando sul piano politico, sempre all’insegna della scientificità è la riedizione (praticamente quadruplicata!) di Imperialismo pagano (Atanòr, Todi-Roma 1928), dedicato ai rapporti tra l’idea di Impero e il cattolicesimo, riproposto nel 2004. Cosa contiene? In ordine di indice: la consueta Nota del Curatore, che chiarisce le circostanze della prima apparizione dell’opera, fortemente critica nei confronti delle aperture cattoliche del fascismo, e della nuova edizione; un saggio di Claudio Bonvecchio dedicato alla visione evoliana dell’Impero; il testo di Imperialismo Pagano e, a seguire, la traduzione della versione tedesca del libro, Heidnischer Imperialismus, del 1933, la quale presenta significative varianti rispetto all’originale; due appendici: la prima dedicata al celebre dissidio tra Arturo Reghini ed Evola; infine, un saggio del compianto Gian Franco Lami, nel quale il filosofo politico ripercorre le tappe del tormentato rapporto tra fascismo e cristianesimo che è lo sfondo ideale del libro in questione. A questo punto, chiediamoci, ancora una volta: era proprio necessario proporre un testo appunto quadruplicato?

Anche in questo caso la risposta non può che essere affermativa: anzitutto si tratta di un libro scritto in un momento particolare, e senza la conoscenza di quel periodo, a ridosso dei Patti Lateranensi, il lettore non può capirne la portata. Ma, forse, il suo significato trascende la sua stessa collocazione nel corpus evoliano: nell’Anno Domini 2018, anche se ciò potrà dare fastidio a qualcuno, non vi è testo che, con un’opportuna curatela, non possa essere riproposto, come documento. Imperialismo pagano è anzitutto un esercizio storiografico, che molto avrebbe da insegnare ai ricercatori. E, ancora una volta, è la testimonianza di come Evola seppe confrontarsi con la politica del proprio tempo sempre alla luce di principi metapolitici. Gli stessi principi che fanno da sfondo ad altri due libri, scritti nello stesso periodo ma usciti, per ragioni squisitamente editoriali, a quasi un decennio di distanza. Stiamo parlando ovviamente de Gli uomini e le rovine (Edizioni dell’Ascia, Roma 1953) e Cavalcare la tigre (Scheiwiller, Milano 1961). Due opere diverse ma complementari: la prima è destinata a quegli uomini intenzionati a operare politicamente, fissando dei punti di riferimento atti a impedire azioni disordinate, se non addirittura dannose; la seconda, a chi intende operare su un piano esistenziale, spostando l’opposizione al mondo moderno sub specie interioritatis. Nessun arretramento o ripiegamento da precedenti posizioni “attive”, insomma, come spesso è stato scritto: siamo di fronte a due battaglie diverse – l’una esteriore, l’altra interiore – condotte in base agli stessi principi ma modulate su “equazioni personali” differenti.

Evola ur386

L’edizione del primo, uscita nelle “Opere di Julius Evola” nel 2001, è introdotta da un esaustivo saggio del politologo francese Alain de Benoist e corredata da vari scritti evoliani che affrontano questioni contingenti come il nazi-maoismo, la filosofia di Herbert Marcuse, insieme ovviamente al mito della “contestazione totale”. In appendice, le bozze della seconda edizione di Orientamenti, del 1950 (che, come noto, costituì il canovaccio de Gli uomini e le rovine), che Evola scelse di ristampare a fronte di numerose edizioni “pirata”. Un’edizione scientifica dell’opuscolo è stata invece pubblicata da Il Cerchio nel 2005, con saggi dedicati alla sua genesi e al suo impatto generazionale.

Cavalcare la tigre, invece, viene inserito tra le “Opere” nel 1995, introdotto da un saggio di Stefano Zecchi, che inquadra le tesi fondamentali dello studio – breviario per attraversare indenni il mondo moderno – all’interno di quella che definisce filosofia della responsabilità, soffermandosi sui vari momenti che caratterizzano il testo, con particolare attenzione alle fonti filosofiche utilizzate dall’autore. L’orizzonte dell’opera – a parere di chi scrive, tra le più mature e di un’(in)attualità sconcertante – è ulteriormente approfondito dall’autore stesso, che parla in prima persona nelle lunghe interviste riportate in appendice. Colloqui necessari per comprendere non solo il suo pensiero, ma anche il contesto all’interno del quale uscirono gli Orientamenti esistenziali per un’epoca della dissoluzione, per chiarirne la portata ed evitare equivoci interpretativi (spesso compiuti da amici e nemici).

71182hRE4LL

Insomma, a più di vent’anni dalla sua nascita, la collana ideata da Gianfranco de Turris non cessa di regalare agli studiosi autentici gioielli editoriali. Quali i nuovi progetti? Per un’inguaribile scaramanzia, il curatore non rilascia anticipazioni (e lo scrivente, altrettanto scaramantico, fa lo stesso), ma certo è – ci assicura e rassicura – che questo laboratorio non si fermerà e continuerà a produrre volumi di grande valore scientifico. Ne sono previsti almeno tre, comunque, uno dei quali sarà la nuova versione di Ricognizioni, ultimo testo evoliano presente ancora in “Orizzonti dello Spirito”.

Testi che continueranno, naturaliter, a scandalizzare da un lato i “duri e puri”, partigiani di “idee senza parole” in assenza di idee (e, spesso, in assoluta miseria di parole), e dall’altro le vestali del politicamente corretto, le quali, in base a pruriti ideologici celanti interessi materiali, materialissimi, censurano e riscrivono il passato. Ma ricevere attacchi dai bigotti di destra o sinistra, ci insegna sempre il curatore di quella collana che nel 1994 iniziò a svolgere il lavoro meritorio che oggi ci consente di leggere tutte le opere di Evola, è garanzia di qualità. Che si proceda, dunque. Nella sua infinita complessità e poliedricità, la figura di Julius Evola merita di essere annoverata tra i classici del pensiero novecentesco. E un classico richiede edizioni e curatele che siano alla sua altezza. Con buona pace dei conformisti.