di Antonio Lombardi

Seconda parte (qui la prima parte)

La costante tentazione di penetrare altre vagine è forse presente nella stragrande maggioranza dei maschi eterosessuali monogami, probabilmente per motivi subconsci che hanno a che fare con la memoria genetica, ma importa poco − quel che importa è invece che tale tentazione è il più delle volte alla base di quella che nel breve Pensa viene presentata esattamente per lo “schifo” che è: l’infedeltà. Il protagonista, nel bel mezzo di una “scappatella” con la giovane sorella di un’amica di sua moglie, viene improvvisamente folgorato da un’immagine che gli si presenta alla mente: «la mano della moglie si appoggia sulla piccola spalla del figlio in modo quasi paterno» (Wallace, 2010). Senza nemmeno volerlo, si genuflette per pregare e implorare un perdono che sa tanto d’impossibile, ma che in quanto richiesto redime il protagonista, riconsegnandolo alla sua umanità smarrita. Quel che talvolta fa specie, quando si leggono storie come questa, è sorprendersi a considerare che l’Occidente ha eretto un impero letterario e mass-mediatico (romanzi, fiction, programmi tv etc.) su quello che è uno dei più gravi abomini che un essere umano possa trovarsi a compiere in vita sua. Ne ha isolato solo l’astratto carattere eccitante, animale, relativo al momento della scoperta di un nuovo corpo da possedere, ma omette la abominevole svalutazione di tutto l’intreccio di sentimenti, gesti e parole che, assieme al nostro compagno (che è tale perché con lui abbiamo stipulato un patto di fiducia reciproca) sino ad allora siamo stati, annientandolo, annientandoci.

Ma l’annientamento, come già accennato, può realizzarsi anche nella “semplice” brutalità con cui un individuo può trovarsi a reificare la sensibilità altrui per assecondare la propria, e soddisfarla. È il caso della persona di cui si parla in una delle interviste, a cui «hanno fatto praticamente tutto quello che quattro tizi ti possono fare in fatto di violenza». Ma anche qui, a delitto compiuto, si fa innanzi una eventualità epifanica tanto apparentemente remota quanto possibilmente salvifica, quella della consapevolezza: «Scoprire che un altro essere umano, quei tizi, ti possono guardare stesa lì e considerarti nel modo più profondo e assoluto come una cosa, non una persona una cosa, una bambola di gomma o un tirassegno o un buco, semplicemente un buco dove ficcare una bottiglia di Jack Daniels talmente a fondo da farti scoppiare i reni … e se dopo dicesse che, per quanto assolutamente negativo, adesso almeno capiva che era possibile, che la gente ne è capace? […] e se lei dicesse che è come un rapido e costoso giretto su un versante della condizione umana di cui tutti parlano come se lo conoscessero ma in realtà manco se lo immaginano […]. E se tutto si riducesse al fatto che la sua visione del mondo si è ampliata? […] Che niente è automaticamente sacro» (Wallace, 2010). O il caso del protagonista di Non significa niente, che improvvisamente, all’età di diciannove anni, ricorda un episodio rimosso della sua infanzia in cui il padre, mentre lui stava tranquillamente guardando la televisione, «senza dire niente, tira fuori l’uccello e si mette come a menarselo sotto il mio naso» (Wallace, 2010). O ancora, il caso della “persona depressa”, protagonista dell’omonimo racconto in cui la prosa a un tempo arzigogolata e coerentissima di Wallace raggiunge uno dei suoi culmini stilistici, dipingendo un eccezionale affresco dello stato d’animo che interessa chi soffre di una forte depressione e del suo rapporto con il terapeuta e le persone che dovrebbero aiutare il depresso a “uscirne fuori” (il cosiddetto “Sistema di Sostegno”). Da uomo che ha conosciuto la depressione e sa perfettamente quale tremenda e insopportabile condizione possa costituire per un essere umano che abbia la sventura di incontrarla durante la sua vita, Wallace descrive magistralmente quel doloroso circolo che impone al depresso il bisogno spasmodico di comunicare agli altri, in maniera ostinata ed estenuante, il proprio incomunicabile malessere, e allo stesso tempo la vergogna per quello stesso malessere (il quale, non riuscendo ad esprimersi con chiarezza, sembra non esistere, essere “cosa da poco”) e per la sensazione di “essere un peso” per parenti, amici e conoscenti. A un certo punto del suo percorso, la persona depressa allude tra gli altri ad un episodio centrale per la percezione che essa ha iniziato ad avere di sé come essere inutile e deplorevole che guarda caso ha a che fare col modo in cui le persone spesso guardano ad altre persone come meri oggetti sessuali:

“Quanto poi all’idea di prendere ancora una volta il coraggio a due mani e avventurarsi nel mercato della carne emotivamente hobbesiano del “fatidico appuntamento” cercando ancora una volta di scovare e stabilire un qualsiasi rapporto sano, affettuoso, funzionale con gli uomini, che fosse una relazione fisicamente intima o anche solo una solida amicizia di sostegno − a quel punto dell’esternazione la persona depressa fece una vacua risata al telefono in cuffia che metteva davanti al computer dentro il suo cubicolo sul posto di lavoro e chiese se era davvero necessario, con un’amica che la conosceva bene quanto qualsiasi altro membro del Sistema di Sostegno con cui attualmente esternava, indagare sul perché la depressione intrattabile e i gravosissimi problemi di autostima e fiducia della persona depressa rendessero quell’idea un volo paradisiaco di fantasia e negazione icariche. Tanto per fare un esempio, la persona depressa esternò dalla sua postazione lavorativa, nel secondo semestre del terzo anno di università aveva vissuto un episodio traumatico in cui la persona depressa era seduta da sola sull’erba accanto a un gruppo di studenti maschi popolari e molto sicuri di sé al torneo universitario di lacrosse e aveva sentito distintamente uno di loro dire ridendo, di una studentessa che la persona depressa conosceva appena, che l’unica differenza sostanziale tra quella studentessa e un cesso era che il cesso non continua a starti pateticamente attaccato alle costole dopo che l’hai usato.”

E che dire del focomelico Johnny Moncherino, che rende il suo braccino deforme più brutto di quel che già è per provocare nelle donne che conosce una reazione talmente disgustata da indurle a sentirsi in colpa e successivamente concedersi per non giudicarsi delle persone spregevoli, con il risultato che «ho visto più fica io di una tazza del cesso»? O di Cucciolo Rabbioso, protagonista di La ragazza dai capelli strani (1989), racconto che dà il titolo a un’altra raccolta, forse la più celebre di Wallace: egli è il rampollo di una facoltosa famiglia americana che tuttavia si trova perfettamente a suo agio in compagnia di una banda di punkettoni strafatti di acido in vena delle azioni più sconsiderate; nulla sembra turbarlo o emozionarlo particolarmente, se non il fatto che i membri del suo gruppo spesso gli praticano del sesso orale, che lui apprezza particolarmente, e gli consentono di bruciare con un accendino alcune parti dei propri corpi. Alla fine, è lo stesso Cucciolo Rabbioso a “confessare” a un altro punk letteralmente scandalizzato dalla pacatezza d’animo con cui riesce ad approcciarsi ad ogni situazione, finanche la più terribile, che quando era poco più di un bambino il padre, dopo averlo sorpreso ad avere rapporti sessuali con la sorellina, gli aveva bruciato il pene con un accendino e che da quel giorno non riusciva ad eccitarsi se non quando bruciava parti del corpo di altre persone o quando gli veniva praticato del sesso orale, che in certo modo pare ricordargli la pomata che i medici gli avevano applicato sul pene bruciato. Ecco di nuovo il ruolo preponderante del pene: vera e propria metafora dello stesso essere umano e della sua fragilità; dell’animale che è sì razionale, ma pur sempre animale; della sintesi di naturale e spirituale; di basso e alto; di delicatezza e virilità; di flaccidità e turgore; della contrapposizione tra minzione e affettività che tuttavia, nel membro, rimangono indissolubilmente abbracciate. Ironia della natura, che Hegel nella Fenomenologia dello Spirito esprimeva scrivendo che si dà una «congiunzione di sublime e infimo che la natura esprime innocentemente nell’organismo vivente mediante la congiunzione dell’organo della sua suprema perfezione, quella della procreazione, e l’organo del pisciare» (Hegel, 1999). Ciò che accade al pene, a questa nostra piccola concentrata sensibilità infragambale, può ripercuotersi su tutta la nostra esistenza: è il caso, ad esempio, dei traumi infantili legati a episodi di pedofilia (o a traumi come quello di Cucciolo Rabbioso), ma basti pensare al fatto che escoriazioni e lesioni di vario genere sul pene destino generalmente una preoccupazione maggiore rispetto ad escoriazioni su altre parti del corpo.

Non è un caso, infatti, per venire al tema della inautenticità dei rapporti di intimità tra uomo e donna, che Jeni, la protagonista di Mondo adulto, non riesca a capacitarsi del «pisello sbucciato» del suo amato marito, che sa amarla e possederla come lei ha sempre desiderato, ma che tuttavia le lascia inconsapevolmente sempre il dubbio che, durante i loro rapporti, lei sbagli qualcosa, rendendosi responsabile, vuoi per un particolare modo di praticare il sesso orale, vuoi per il modo in cui ella si struscia contro di lui al momento dell’orgasmo, dell’infiammazione del suo membro. Anche qui, servirà un’epifania a farle capire che il marito è “semplicemente” affetto da masturbazione compulsiva, che egli pratica recandosi di nascosto nello stesso sexy shop in cui lei, tra mille timori e riserve, era andata per acquistare falli finti e film porno con cui esercitarsi nel sesso orale. È sottintesa, qui, una critica al modo in cui la pornografia e il mercato dei sex toys hanno radicalmente modificato le nostre vite affettive, al punto che non ci basta nemmeno più un partner che si prodighi in performance che mezzo secolo fa le mura di moltissime camere da letto non si sarebbero mai sognate di vedere, ma preferiamo stare soli coi nostri video e i nostri gingilli: non vogliamo compagni che, in ambito sessuale, si comportino similmente ai pornoattori (il che è già di per sé discutibile); vogliamo proprio i pornoattori, possibilmente da contemplare su uno schermo a brache calate nella nostra stanza buia. Qualora, invece, come per fortuna fanno ancora in tanti, continuassimo a prediligere la carne, non sarebbe difficile sorprenderci a comportarci come il prototipo di amante nei confronti dei quali un altro dei personaggi che popolano il variopinto e scabroso universo wallaciano mette subdolamente in guardia una sprovveduta malcapitata: nei numerosi rapporti occasionali che esso prototipo intrattiene, egli si dimentica completamente del proprio piacere, unico obiettivo dello zoticone di un tempo, che si limitava ad eiaculare disinteressandosi della partner – questo amatore new age, al contrario, è del tutto intenzionato a far godere al massimo grado la sua “preda”, cimentandosi in questa impresa con le più sofisticate tecniche masturbatorie di provenienza orientale e una vasta gamma di massaggi praticati avvalendosi di una conoscenza degna di un aggiornatissimo manuale di anatomia. La critica, qui, è invece alla retorica oggi sempre più in voga ruotante intorno all’ars amandi eall’orgasmo femminile: un tempo probabilmente trascurato, quest’ultimo oggi è divenuto, pur essendo qualcosa di più complesso e strutturato rispetto a quello maschile (o chissà forse proprio per questo), un che di preteso, al punto che il vero latin lover, desideroso solo di ingrassare il proprio ego e la propria autostima mutilata, non è più quello che seduce e possiede il maggior numero di femmine, bensì colui in grado di farle godere, anche a costo del proprio, di piacere. Insomma, proprio come un tempo, “si scopa”, ma in un modo in cui risulta ancora più patente l’assenza di affetto e volontà di regalarsi piacere reciproco: è una sorta di gara a chi sa erogare più godimento, allo scopo di dimostrare alla platea delle numerose donne sdraiate chi sia il “vero uomo”. Da questo punto di vista, Jeni rappresenta senz’altro un personaggio più “umano” rispetto all’ambiente in cui, suo malgrado, scopre improvvisamente di essere innestata e di cui il marito non è che una delle tante maschere che lo abitano: è una donna amorevole, ed è talmente contenta della propria intimità sessuale con il suo uomo, da desiderare per lui il medesimo gaudio toccato a lei, al punto da farsene una malattia e attribuire a se stessa la “colpa” di lui, che non riesce a vedere. Così, la scoperta epifanica, che segna il passaggio da Mondo adulto (I) a Mondo adulto (II), corrisponde per Jeni tanto alla sua crescita, all’abbandono definitivo della dimensione infantile, romantica e in certo senso “virginale”, quanto alla sua disumanizzazione; e alla fine la ritroviamo, appassionatasi anche lei all’autoerotismo, alle prese coi vibratori più tecnologicamente avanzati, ormai del tutto disincantata e abituata al disturbo del marito, nemmeno più avvertito come tale.

I personaggi wallaciani – ciò che pensano, dicono e fanno − possono suscitare in noi due reazioni opposte: una iniziale, scandalizzata, che ci spinge subito a chiederci «Come si può anche solo pensare una cosa del genere?» e un’altra, che sovviene a mente più fredda, del tipo «Ma sì, il mondo è così brutto: in fondo l’ho sentito dire o addirittura – oh mio Dio! − lo ho pensato!». Così, quante volte ci sarà capitato di svalutare apertamente la bellezza del corpo in nome di valori più alti, per poi sorprenderci, ahinoi, a perseguire proprio quella a discapito di questi? È ciò che, portato alle sue estreme conseguenze, Wallace fa emergere in questa spiazzante intervista:

“Devo ammettere che era un ottimo motivo per sposarla, pensando che meglio di così non mi poteva andare visto che aveva un bel corpo anche dopo aver sfornato un figlio. Bellissime stupende gambe – aveva sfornato un figlio ma non era tutta sformata e venosa e floscia. Farà l’effetto di essere superficiale, ma è la verità. Avevo sempre avuto questo terrore incredibile di sposare una bella donna che poi ti sforna un figlio e si ritrova col corpo sformato ma tu devi continuare a farci sesso perché hai firmato di continuare a fare sesso con lei per tutta la vita. Farà un effetto orribile, ma nel suo caso lei era come garantita – il figlio non le aveva sformato il corpo, perciò sapevo che con lei potevo firmare a occhi chiusi e farci figli e cercare comunque di continuare a fare sesso. Fa un effetto superficiale? Dimmi che ne pensi. O la pura verità su questo genere di cose fa sempre un effetto superficiale, sai com’è, le vere ragioni di ognuno? Che ne pensi? Che effetto fa?”

«Le vere ragioni di ognuno»: eccolo, il postmoderno! Wallace sa che il suo tempo non riesce a trovare ragioni se non nel superficiale, perché, non sapendo se esista “dell’altro”, si limita a valorizzare ciò che si presenta nell’immediato, ciò che non richiede approfondimento e conoscenza: l’istinto, la pulsione, la fame, la brama di possesso, l’apparenza, l’odio che coglie in un momento di poca lucidità. La verità è una questione di superficie, quale che sia la superficie. Le due reazioni opposte alle situazioni a metà tra il caricaturale e il tristemente reale che testimoniano questo stato di cose ci dicono sempre del medesimo valore violentato, e proprio per questo affermato, illuminandolo d’una luce sacra nello stesso istante in cui viene profanato e immolato alla bestialità degli uomini schifosi! Succede un po’ ciò a cui il filosofo colombiano Gómez Dávila alludeva quando scriveva che «l’eroe e il codardo definiscono in maniera identica l’oggetto che percepiscono in maniera opposta» (Gómez Dávila, 2001): la inscalfibilità di ciò che è sacro non sta nell’impossibilità del suo misconoscimento, ma nel fatto che a questo misconoscimento il sacro resista e, anzi, sia in grado di manifestarsi anche laddove si tenti di oscurarlo. Quella di Wallace è, come ha detto la sua amica Zadie Smith, una «lode indiretta a ciò che è buono» in un mondo tanto folle da riuscire a negare persino il «valore supremo dell’amore» (Smith, 2008). Wallace, al pari di Nietzsche, è stato un particolare tipo di nichilista, perché proprio come Nietzsche ha avvertito e si è fatto carico di questo peso dell’insensatezza proveniente dall’annullamento di ogni prospettiva di senso; e forse se ne è fatto schiacciare: «nel mondo di Wallace non c’è gioia. Tutto avviene come se il fardello di questa schiacciante responsabilità – la responsabilità di sfuggire all’assenza di significato e all’immane fatica di vivere in un mondo senza Dio costruendo un significato nuovo e più felice proprio partendo dal nulla, letteralmente ex nihilo, come Dio fece all’inizio dei tempi – fosse troppo gravoso perché un essere umano riuscisse a portarlo» (Dreyfus, Kelly, 2012). David Foster Wallace si è impiccato il 12 settembre del 2008, dopo una vita quasi completamente passata a combattere la depressione, come a lasciare intendere che il nichilismo, quell’insensatezza che tanto lo logorava, lo avesse sconfitto e avesse trionfato; ma una cosa è certa: per il modo in cui ha inteso lo scopo della propria narrativa, può forse considerarsi uno degli intellettuali che più strenuamente ha combattuto contro la pervasiva mentalità nichilista occidentale.