Sono passati mesi da quando Alexis Tsipras ha vinto le elezioni e si è imposto come presidente del consiglio della Grecia a rischio Grexit. Non è certo stato un compito facile il suo. Prima la sfiducia totale dei creditori, poi un accerchiamento da parte dei potentati economici e politici europei, desiderosi di dare il colpo di grazie ai sussulti democratici ellenici, infine una politica di austerità leggermente mitigata da piccole pillole sociali o da concessioni nei cosiddetti diritti civili. Il tutto con la condanna, senza via di uscita, della spada di Damocle del commissariamento totale e della Troika, che, pur non formalmente al comando della Grecia, ne è il vero potere più o meno occulto che manovra le sue scelte politiche da anni. Insomma, anche i più ostinati e fieri seguaci della sinistra greca di Tsipras devono, per forza di cose, fare i conti con la realtà e dire apertamente che il sogno di un Atene culla della democrazia contro la tecnofinanza stia lentamente finendo per diventare un ennesimo, l’ennesimo, risveglio tragico del socialismo europeo del terzo millennio. Ed è ormai accertato e sotto gli occhi di tutti: Atene è di nuovo più nel baratro che fuori. Infiamma la protesta dei pensionati e degli agricoltori, gli scioperi si susseguono e la rivolta sociale, che la sinistra greca ha pensato di cavalcare, le si ritorce contro. Il governo di Tsipras, in queste settimane, si trova di fronte a una prova durissima e non è così remota la possibilità che (non) se ne esca con nuove elezioni. E mentre il governo si trova a dover far accettare al suo popolo una riforma delle pensioni molto pesante, tagli drastici, aumenti delle tasse anche agli agricoltori e privatizzazioni più o meno guidate dai creditori internazionali, la tragedia dei migranti esonda dalle coste dell’Egeo, facendo cadere di nuovo la scure dell’Europa sulla Grecia di Syriza.

L’Unione Europea si sta muovendo per punire la Grecia o per metterle ancora più pressione, chissà, forse, se dietro questa nuova mossa ci sia anche qui lo zampino di chi vuole piegare la Grecia definitivamente ai creditori. La proposta è stata una, cui Macedonia e altri Paesi dei Balcani e dell’Europa centrale e settentrionale hanno strizzato l’occhio: sospendere la Grecia da Schengen per qualche mese finché non migliorerà la gestione dei flussi migratori. Una mossa che, a detta dell’UE, sarebbe una sorta di punizione a tempo determinato per uno Stato insolvente sui controlli, devastato da migranti morti e da frontiere labili. Non si può certo dire che Atene abbia fatto molto per controllare e identificare le persone che sbarcano sulle sue coste, né che non abbia motivo per non bloccare i confini. Il motivo è concreto ed è molto semplice: la Grecia vive da anni una crisi sistemica dalle vie di uscita lontane e che passano dall’estremismo di destra e di sinistra, fino alle paludi mortali dell’Euro. Un Paese così, non può permettersi il lusso di una popolazione di migranti che solca continuamente l’Egeo e che dovrebbe stazionare nel territorio dello Stato, oltretutto senza alcuna volontà di stabilirsi e quindi di produrre in quel territorio.

Gli immigrati usano la Grecia come passaggio, Tsipras non può bloccare le frontiere rischiando che l’immigrazione incendi ancora di più le proteste e gonfi le fila di Alba Dorata, né può ulteriormente finanziare controlli, sicurezza e sistema sociale per un numero di immigrati che, secondo l’ONU solo dall’inizio di quest’anno ha raggiunto le 80mila persone. Cifre enormi per un Pese di nuovo sull’orlo del baratro e con gli ultimi dati che parlano di una nuova recessione in vista. Numeri che fanno credere che l’esperimento greco, il laboratorio del socialismo edulcorato in salsa europea, stia miseramente fallendo sotto la scure del debito, della mancanza di un sistema industriale e dallo Stato sociale al collasso. Un sistema sotto osservazione, cui, oggi, si aggiunge anche quell’esodo biblico dal Medio Oriente che fino a pochi mesi fa la aveva graziata.