L’imprevedibile Arabia Saudita riserva un nuovo colpo di scena. Da sempre enigmatico, abile a muoversi sul filo delle ambiguità e del doppiogiochismo per poter condurre i propri interessi sul piano internazionale, il governo di Riyadh questa volta gioca a viso aperto e annuncia l’imminente rivoluzione del suo sistema economico attraverso una serie di provvedimenti che potrebbero, nel lungo termine, condizionare l’intero sistema globale, modificandone i rapporti di forza attraverso una serie di ripetute reazioni a catena. Il governo saudita ha infatti dato il via libera all’ambizioso piano Saudi Vision 2030, il cui scopo è convogliare massicci investimenti su diversi settori dell’economia tradizionalmente marginali rispetto al mastodontico compound petrolifero, riducendo progressivamente la dipendenza dell’Arabia Saudita dall’oro nero. Il principe Mohammed bin Salaman, secondo in linea di successione al trono, ha espresso con chiarezza gli obiettivi di lungo termine del piano: sfruttare le grandi risorse di materie prime sino ad ora scarsamente estratte come uranio, fosfati, oro, argento; rilanciare l’occupazione; aumentare dal 40% al 60% la partecipazione dei privati all’economia nazionale; aumentare il contributo aggregato del settore non petrolifero all’economia portandolo dagli attuali 44 a oltre 267 miliardi di dollari (1000 miliardi di riyal). Il regno wahabita mira a procacciare le risorse necessarie a avviare la sua rivoluzione economica quotando in Borsa il colosso petrolifero di Stato Saudi Aramco, che rappresenta con i suoi 11 milioni di barili estratti ogni giorno e i suoi 332 miliardi di dollari fatturati annualmente la più grande impresa petrolifera del pianeta, rendendo disponibile sul mercato il 5% delle sue azioni. L’obiettivo della casa di Saud è fare di Saudi Aramco una holding con organi di governance eletti e di utilizzare gli introiti provenienti dalla quotazione del colosso, il cui valore complessivo è stimato attorno tra i 2000 e i 2500 miliardi di dollari, per alimentare il fondo sovrano saudita rendendolo il più grande del mondo. Decuplicando la propria dotazione, come desiderato dal principe Salaman, quest’ultimo raggiungerebbe quota 2000 miliardi di dollari, doppiando il fondo sovrano norvegese che rappresenta al giorno d’oggi il massimo colosso della categoria. Il potere di fuoco nelle mani dei governanti di Riyadh, se tale operazione andasse a buon fine, sarebbe immenso e consentirebbe all’Arabia Saudita di portare a compimento gli altri progetti di Saudi Vision 2030, nonché di implementare massicce iniziative di acquisizione di società estere al fine di diversificare il portafoglio operativo, sul modello di quanto compiuto negli ultimi anni dai fondi sovrani di Emirati Arabi e Qatar.

 La decisione del governo saudita giunge come un fulmine a ciel sereno a pochi giorni dal completo fallimento del summit dell’OPEC di Doha, che non è riuscito ad appianare le divergenze tra i diversi paesi produttori di petrolio, e rappresenta una delle scelte più decisive e influenti mai compiuta da un governo in campo economico negli ultimi decenni. Tale mossa a sorpresa, infatti, è gravida di importantissime conseguenze in campo geopolitico e rappresenta la nemesi storica della condotta tenuta dai sauditi negli ultimi mesi. Il cambio di prospettiva del regime wahabita, infatti, è dovuto in primo luogo a questioni reddituali: il crollo dei prezzi sui mercati internazionali, infatti, mette a repentaglio la stabilità economica del regno, che già nel 2015 ha dovuto registrare un deficit senza precedenti di 87 miliardi di dollari, ma a sua volta è la conseguenza delle politiche indiscriminate portate avanti dall’Arabia Saudita, che non ha mai imposto tagli alla sua produzione al fine di portare, attraverso il crollo dei prezzi, al fallimento dei concorrenti americani attivi nel campo dello shale oil. L’attrito diplomatico e strategico con l’Iran ha portato a ulteriori turbolenze nei mercati petroliferi, dato che il ritorno della Repubblica Islamica sulla scena internazionale ha aumentato le sue prospettive geopolitiche, giustificando incrementi alla sua produzione che hanno generato gli attriti con Riyadh nell’ultima sessione dell’OPEC. Da qui la presa di coscienza dei sauditi: essi si stanno rendendo conto che in futuro il petrolio potrebbe non garantire una redditività degna di quella passata e, spinti dal loro senso degli affari rodato e dal cinismo che sempre li ha contraddistinti, non hanno esitato a progettare la riorganizzazione della struttura su cui il regno ha costruito le sue fortune negli ultimi decenni per avviare un sostanziale cambiamento sistemico. Decisione che potrebbe trasformarsi in un boomerang se l’Arabia Saudita non riuscirà a trovare un adeguato bilanciamento tra lo smarcamento dalla dipendenza petrolifera e la gestione dei suoi giacimenti di oro nero, che restano immensi: basti pensare che recenti rilievi di Saudi Aramco hanno attestato una disponibilità residua di almeno 71 miliardi di barili nel solo sito di Ghawar, il giacimento più grande del mondo, fonte del 6,25% della produzione mondiale di petrolio. È ragionevole pensare che la decisione sia stata ponderata considerando ipotetico uno scenario di relativa calma nel prezzo del greggio, che dovrebbe mantenersi a livelli decisamente ridotti per diversi anni; tuttavia, se l’Arabia Saudita decidesse in futuro di disinvestire parzialmente dal suo settore chiave e di ridurre la produzione, ciò si potrebbe riflettere a livello aggregato in una diminuzione sensibile dell’offerta complessiva e perciò in un aumento del prezzo di mercato, che quindi potrebbe violare i presupposti che hanno giustificato il lancio di Saudi Vision 2030.

Se invece la scelta risultasse vantaggiosa, la potenza finanziaria rappresentata dal rinvigorito fondo sovrano saudita porterebbe a un’espansione economica potenzialmente inarrestabile, che oltre a caratterizzare la ristrutturazione del sistema interno porterebbe con ogni probabilità all’acquisizione di ingenti partecipazioni in gruppi occidentali, incrementando l’influenza di Riyadh nel sistema interno dei paesi europei e nordamericani, trovando nuove maniere per esercitare pressione sui suoi tradizionali alleati occidentali. Alla casa di Saud servono continui afflussi di denaro per poter gestire la sua impegnativa politica estera, divenuta a partire da metà 2015 sempre più interventista e ulteriormente sovraccaricata dall’onerosa spedizione militare in Yemen, che rischia di trasformarsi in una disfatta militare, politica e, soprattutto, economica visti i costi sinora sopportati dal regime wahabita, assolutamente sproporzionati con gli obiettivi della missione, che prevedevano un ritorno del paese a uno status quo favorevole agli interessi di Riyadh. Difficili da prevedere sono invece gli impatti che Saudi Vision 2030 avrà sulla stessa concezione del petrolio come vettore principale delle strategie geopolitiche di potenze regionali e planetarie; l’Arabia Saudita ha da sempre funto come modello per i suoi vicini mediorientali, ed è stata vista come principale punto di riferimento dell’OPEC da parte degli Stati esterni al cartello. Il “grande gioco del petrolio”, come raccontato eloquentemente da un omonimo saggio di Benito Li Vigni, è entrato negli ultimi anni in una delle sue fasi più roventi, dato che la connessione globale delle diverse economie ha reso sempre più rilevante il ruolo del petrolio come strumento di potenza politica, che ha acquisito una rilevanza paragonabile alla sua utilità quale risorsa strategica. È difficile che la presa di posizione saudita possa, almeno nel medio periodo, modificare questo stato di cose; del resto, tra i paesi produttori il regno è sempre stato uno dei pochi a disporre esclusivamente dei benefici legati al possesso di giacimenti, risparmiandosi le turbolenze politiche interne, la destabilizzazione e il coinvolgimento in guerre sanguinose cui sono andate incontro nazioni come Libia, Iraq, Nigeria.

Tuttavia, nel lungo periodo la diversificazione del portafoglio potrebbe essere una strategia in grado di far scuola, portando anche altri paesi a seguire il modello saudita. È bene ricordare che i fondi sovrani siano, oltre che motori di massicci investimenti, anche le fondamenta dello stato sociale di cui beneficiano i cittadini degli stati che producono surplus dalla vendita di petrolio. La Norvegia, ad esempio, destina tutti i proventi delle sue estrazioni al progressivo incremento del fondo destinato alle pensioni, mentre l’Arabia Saudita ha da sempre concesso agevolazioni sensibili ai suoi cittadini, che beneficiando della ricchezza prodotta dal redditizio commercio hanno da sempre destato poche preoccupazioni ai loro governanti, chiudendo più di un occhio dinnanzi al sensibile incremento di violazioni e limitazioni dei diritti umani e sociali di base posti in essere dal regime wahabita. In particolar modo, dai benefici è completamente esclusa l’enorme massa dei lavoratori stranieri (principalmente indiani, nepalesi e pakistani), chiamati in massa a contribuire all’edificazione di quartieri principeschi, grattacieli, impianti sportivi e infrastrutture in cambio di paghe misere, sottoposti a turni massacranti e privi di qualsiasi assistenza o diritto di base. Una massa nascosta, informe e disgraziata che potrebbe accrescere ulteriormente i suoi componenti a seguito dell’avvio di nuovi progetti economici in Arabia Saudita e nei paesi confinanti. Come testimoniato dal caso scandaloso delle centinaia di operai morti durante la costruzione degli stadi destinati a ospitare i Mondiali di calcio del Qatar nel 2022, essi rappresentano gli sconfitti del perverso “grande gioco” di cui il petrolio e le risorse affini sono il motore e la posta in palio. Sebbene Saudi Vision 2030 potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione dal punto di vista economico e geopolitico, l’unica triste certezza nel contesto della penisola araba è che il popolo-ombra dei moderni schiavi conoscerà solo il volto oscuro del cambiamento, essendo destinato a fornire la manovalanza per lo sviluppo dei nuovi progetti e a doversi poi accontentare delle misere briciole lasciate dal banchetto dei fondi di investimento e degli altri potentati economici affini.