Nel totale disinteresse dei Media occidentali la guerra in Yemen è diventata un sanguinoso conflitto convenzionale, combattuto su diversi fronti. Le forze della Coalizione a guida saudita, dopo avere per mesi bombardato indiscriminatamente un Paese sovrano senza che nessuno all’Onu avesse qualcosa da eccepire, hanno invaso il territorio yemenita via terra e via mare. La fase terrestre – Operazione Golden Arrow -, iniziata lo scorso agosto con lo sbarco di Aden, segna un’escalation nei combattimenti e nel numero di vittime; con la differenza che ora finiscono nelle bare anche i soldati delle petromonarchie del Golfo. A differenza infatti della Siria, dove conducono una guerra per procura, nello Yemen gli eserciti di Qatar, Emirati Arabi, Kuwait e Arabia Saudita sperimentano per la prima volta sulla propria pelle cosa significhi combattere in un territorio ostile contro una popolazione esperta e provata da decenni di conflitti. Non basta la superiorità aerea e i migliori armamenti per piegare la resistenza dei ribelli Houthi e delle forze dell’esercito ancora fedele all’ex-presidente Saleh che hanno dovuto ritirarsi dal sud del Paese, ma tengono ancora saldamente il controllo su tutto il nord. Lo scopo principale della seconda fase di operazioni era riconquistare la città di Aden – primario interesse strategico di Riyadh, poiché il suo controllo è indispensabile per assicurarsi il transito verso il Mar Rosso e quindi il passaggio delle petroliere – che era quasi interamente caduta sotto i ribelli. Le due enclavi che ancora resistevano – il porto e le raffinerie – sono state rinforzate per fungere da testa di ponte per il successivo sbarco di forze meccanizzate, avvenuto nei primi d’agosto. L’attacco, avvenuto in seguito a 136 raid aerei e al cannoneggiamento della città da parte della flotta, è stato eseguito con mezzi da sbarco, d’assalto anfibio e l’appoggio della nave per il supporto logistico HSV-2 Swift della US Navy sotto bandiera dell’Arabia Saudita.

Ottenuto il controllo della città e dell’aeroporto, le forze della Coalizione hanno iniziato a spingersi a nord verso le province di Marib e al- Juf, incontrando una forte resistenza e subendo numerose perdite. Mine, armi anticarro e antiaeree hanno provocato la perdita di svariati carri armati Leclerk, elicotteri Apache, blindati e soldati. L’impasse delle forze saudite è stata superata solo quando contemporaneamente anche le milizie di al-Qaida hanno attaccato le postazioni di Ansarullah, con un tempismo che conferma le accuse che gli zayiditi rivolgono al presidente Hadi di foraggiare il terrorismo sunnita. La risposta dei ribelli e dell’esercito yemenita non si è fatta attendere: l’artiglieria ha iniziato a bombardare le basi e i concentramenti di truppe all’interno del territorio saudita, arrivando anche a occupare per alcuni giorni la base di Jalah; inoltre sono stati effettuati anche dei lanci di missili balistici che hanno colpito depositi di munizioni provocando la distruzione di 4 elicotteri Apache, una dozzina di altri veicoli e la morte di almeno 45 soldati di Abu Dhabi, 16 sauditi e 6 del Bahrein; a dimostrazione che l’operazione Tempesta Decisiva – ossia i raid aerei – che avrebbe assicurato la distruzione dell’arsenale missilistico dell’esercito yemenita non è andata a buon fine.

La Coalizione ha ora aperto un nuovo fronte a nord per cercare di far convergere le sue forze verso la capitale Sana’a, ma la resistenza delle roccaforti Houthi è ostinata e sembra non avere risentito delle migliaia di raid aerei compiuti da marzo a oggi; ogni ulteriore sforzo di addentrarsi all’interno del Paese accresce notevolmente l’attrito di guerra che le forze del Golfo devono pagare. Nel frattempo gli Stati Uniti portano da 20 a 45 i consiglieri militari e il presidente Hadi spinge gli indipendentisti del sud a rivoltarsi per spezzare nuovamente in due l’unità dello Stato. Ancora una volta si mostra come il predominio tecnologico da solo non garantisca la vittoria – specialmente quando s’inizia una guerra senza avere un obiettivo certo – e ribadisce l’ambiguità statunitense nel supportare la destabilizzazione in aree periferiche del globo; il tutto in sfregio al Diritto internazionale e nel complice silenzio della stampa occidentale. D’altronde difficilmente vedremo “migranti” yemeniti approdare sulle nostre coste in fuga dalla guerra o immagini della catastrofe umanitaria provocata dall’intervento saudita.