di Fabio Falchi

È noto che Carl Schmitt legge la storia dell’Europa moderna alla luce dell’opposizione fra Landmächte e Seemächte, ossia tra potenze basate sul primato della funzione politica e potenze basate sul primato della funzione economica1. In effetti, anche se la modernità si caratterizza per una serie di “soluzioni di continuità” rispetto alla “tradizionale” civiltà europea, classica e cristiana – quali, ad esempio, la rivoluzione spaziale del XVI secolo, la Riforma, la scienza galileana, la rivoluzione inglese, l’Illuminismo, la rivoluzione francese e soprattutto la rivoluzione industriale – non solo è rilevante, dal punto di vista geopolitico, la (relativa) continuità fra le tre talassocrazie moderne (ossia, in ordine cronologico, quella olandese, quella inglese e quella americana), ma di somma importanza è pure comprendere che dopo la sconfitta della Germania nella Seconda guerra mondiale, alla grande talassocrazia d’oltreoceano si sarebbe opposta, non casualmente, un’altra potenza continentale, sia pure anch’essa non del tutto europea, ossia l’Unione Sovietica. Lo scontro tra potenze continentali e talassocrazie (a prescindere dalla natura ideologica dei conflitti del Novecento, un secolo di ferro e di fuoco, contrassegnato da aberrazioni e violenze di ogni genere) sembra allora essere anche indice di un modo di abitare la terra incompatibile con quello dell’homo oeconomicus e con l’american way of life. Ed proprio è la salvaguardia di questa “radice terranea”, antica quanto l’uomo stesso, che con ogni probabilità sarà la posta in gioco nel nostro secolo, in cui tutto procede così rapidamente al punto che il mondo occidentale di oggi pare totalmente diverso da quello di trent’anni fa, mentre è lo stesso mondo, con la differenza che dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica non vi è stato più alcun “katechon geopolitico” in grado di contrastarlo.

Invero, si deve riconoscere che con la sua sola presenza l’Unione Sovietica “frenava” il Wille zur Macht della “megamacchina” occidentale, tanto che, se il mercato sembrava definitivamente incastrato nelle istituzioni (politiche e sociali) del Welfare State europeo, lo si doveva anche certamente alla paura che la superpotenza sovietica incuteva agli “strateghi del capitale”. Eppure, che il modello del cosiddetto “socialismo reale” fosse in crisi lo si era compreso almeno dagli anni Settanta del secolo scorso. Benché la crescita del livello di vita nell’Urss dagli anni Quaranta agli anni Settanta fosse stata impressionante, il sistema distributivo e dei servizi era pessimo, di modo che questo miglioramento poté verificarsi grazie ad una “economia in nero” in continua crescita dalla fine degli anni Sessanta. Anche l’agricoltura si rivelò fallimentare e l’Urss dovette ricorrere al mercato mondale dei cereali per soddisfare il proprio fabbisogno2. Inoltre la struttura economica e politica dell’Urss rendeva difficile, anche se non impossibile, far fronte al problema posto dalle nuove tecnologie. Di conseguenza, la corsa al riarmo voluta da Reagan sottopose la già fragile e “rigida” struttura dell’economia sovietica a una pressione eccessiva, tanto più che il costoso apparato militare sovietico mostrava gravi segni di obsolescenza. Ma soprattutto il regime sovietico una volta assicurato un livello minimo a tutti, si dimostrò incapace di “egemonizzare” i ceti medi, di modo che «i quadri responsabili della produzione, della distribuzione e dei servizi alla cittadinanza avevano sempre meno simpatia per i ministri e per i puri dirigenti di partito, che erano loro superiori, ma le cui funzioni concrete non erano più chiare, a parte quella di arricchirsi, come molti di loro fecero nel periodo brežneviano, spesso in maniera assai sfacciata3».

In questa situazione l’intervento sovietico in Afghanistan si rivelò un errore catastrofico: l’Armata Rossa si impelagò in un confitto interminabile contro un movimento di guerriglia che poteva contare su numerosi “santuari” in Pakistan, sul sostegno degli Usa e su finanziamenti pressoché illimitati da parte dell’Arabia Saudita e di altri membri della comunità musulmana. Fu comunque la necessità di rimettere in moto l’economia e rinnovare l’apparato produttivo anche sotto il profilo tecnico-scientifico a giustificare inizialmente la perestrojka di Gorbaciov. Nondimeno, gli obiettivi di Gorbaciov erano ben diversi da quelli dei dirigenti cinesi che miravano a creare un settore economico privato e ad obbligare le imprese statali a tenere in considerazione criteri di efficienza e di merito, giacché era logico che la ristrutturazione dell’economia sovietica “combinandosi” con la separazione del partito dallo Stato e con la trasformazione in senso “pluralista” della società, non poteva non portare al crollo dello Stato socialista e all“esplosione” delle tensioni tra il “centro” (la Russia sostanzialmente) e la “periferia” (le altre repubbliche sovietiche). In altre parole, l’alternativa alla direzione strategica dell’economia da parte dello Stato non poteva che equivalere alla disgregazione dell’Unione Sovietica. E fu quello che accadde. Il 1° luglio del 1991 fu sciolto il Patto di Varsavia e l’8 dicembre dello stesso anno Russia, Bielorussia e Ucraina proclamarono lo scioglimento dell’Unione Sovietica, sancendo così il fallimento del tentativo di Gorbaciov di trasformare l’Urss in un repubblica federale simile agli Usa. D’altronde, nel 1988 si erano già formate organizzazioni nazionalistiche nei Paesi baltici e in Armenia, e nel 1989 vi era stato un “cambio di regime” pure in altri Paesi del “blocco sovietico” (il muro di Berlino cadde nel novembre 1989). In sostanza, l’Unione Sovietica “implose” non solo per l’inefficienza del sistema socio-economico e per gli schemi ideologici “incapacitanti” della sua classe dirigente, ma soprattutto per le scelte di Gorbaciov e del suo entourage.

Scomparso il “pericolo rosso”, ai gruppi dominanti occidentali si offriva la grande occasione di ridisegnare l’architettura geopolitica dell’intero pianeta in funzione dei propri interessi. Fondamentale in questo senso era però non perdere il controllo del continente europeo, mentre l’Heartland (il “cuore” dell’Eurasia con le sue immense ricchezze) poteva essere controllato dominando economicamente il grande spazio russo. Per ottenere questo, andava benissimo la politica di liberalizzazione e di privatizzazione promossa da Boris Eltsin (succeduto a Gorbaciov nel dicembre del 1991). La Russia conobbe allora il periodo peggiore della sua storia dalla fine della Seconda guerra mondiale: corruzione e criminalità si diffondevano ovunque, mentre i cosiddetti “oligarchi” facevano affari d’oro con i potentati economici occidentali, le casse dello Stato si svuotavano, il Pil calava drasticamente e i dipendenti pubblici rimanevano senza stipendio. Di conseguenza, mentre si verificava pure una gravissima crisi demografica, si allentava la presa di Mosca sulle ex repubbliche sovietiche e si aprivano nuovi “spazi geoeconomici” per i gruppi di potere statunitensi o, in generale, occidentali, ansiosi di esportare la “market democracy” anche in quelle terre lontane. Di fatto la Russia toccava il fondo, subendo pure una umiliante sconfitta in Cecenia, mentre gli Usa potevano ridefinire la Nato in chiave politico-strategica e, grazie all’azione di una miriade di “quinte colonne”, riuscivano ad evitare che l’Unione Europea diventasse un autentico polo geopolitico. Sicché, se la Russia non voleva essere fatta a pezzi dal mercato occidentale (nel 1998 ci fu pure il collasso finanziario del Paese), occorreva un drastico mutamento di rotta. Il che avvenne quando salì al potere Vladimir Putin, che in qualità di primo ministro aveva ripreso la guerra in Cecenia (nell’agosto del 1999).

Significativo è allora che proprio la Russia di Putin si sia rivelata un ostacolo insuperabile per i centri di potere atlantisti, facendo fallire così il progetto americano di acquisire tramite i “mercati” il controllo del continente eurasiatico, tanto più necessario per gli Usa anche in vista dell’inevitabile confronto con la Cina, ascesa in questi anni al rango di grande potenza economica. Ma allora come evitare di chiedersi che cos’è veramente la Russia di Putin, che suscita così tanti timori in Occidente? A questa cruciale domanda cerca di rispondere il libro di Paolo Borgognone Capire la Russia4. Tra i meriti di quest’opera vi è indubbiamente quello di provare quanto sia falsa e tendenziosa l’immagine della Russia che viene diffusa dal circo mediatico al soldo degli oligarchi occidentali. Borgonone, infatti, riesce a descrivere con notevole acribia le diverse facce della Russia postsovietica, avvalendosi soprattutto delle analisi di Costanzo Preve e Diego Fusaro. Intrecciando il discorso geopolitico con quello di una critica determinata della attuale società capitalistica e della ideologia atlantista, Borgognone non solo mette in evidenza quanto sia ancora forte il legame di questo immenso Paese con la storia dell’Unione Sovietica, ma pure le notevoli differenze della Russia rispetto al mondo occidentale per quanto concerne il lessico politico. Infatti, la dicotomia destra/sinistra spiega poco o nulla di un Paese in cui essere antifascisti significa, innanzi tutto, lottare contro l’invasore, l’imperialismo e il razzismo, ossia difendere la propria terra, la propria indipendenza e la propria cultura (tanto è vero che sono proprio gli antifascisti “euro-atlantisti” ad essere considerati “fascisti” da molti russi). Ma, in particolare, Borgognone si concentra sulla figura di Putin che viene descritto come un politico realista e pragmatico, non ostile per principio né al mercato né al mondo occidentale, ma consapevole del ruolo insostituibile dello Stato in quanto cinghia di trasmissione tra il popolo russo e il “mercato globale”. Un Putin che non può essere un estremista nazionalista, dato che il suo patriottismo è decisamente antisciovinista. In realtà, Putin, oltre a “mediare” tra istanze differenti, se non opposte, ha dovuto prendere atto che la Russia solo per il fatto di esistere rappresenta un potenziale nemico per i “circoli atlantisti”, che in nessun modo sono disposti a veder nascere un nuovo polo geopolitico nel “cuore” dell’Eurasia, con cui sarebbero perlomeno costretti a dialogare su base paritaria. Insomma, se da un lato vi è l’“ombra liberale” di Putin, cioè la cricca degli oligarchi tendenzialmente filo-occidentali, dall’altro vi è il Putin strenuo difensore della storia e della cultura russa in larga misura inconciliabili con il liberalismo e la società di mercato occidentale.

Bene ha fatto pertanto Borgonone a prendere in esame non solo il comunismo patriottico di Gennadij Zjuganov, ma anche e soprattutto l’eurasiatismo di Aleksandr Dugin, cui Borgognone dedica ampio spazio, tanto che il capitolo su Dugin si configura come un saggio a sé stante, pur essendo perfettamente pertinente al tema trattato nel libro. Lo stesso Borgognone, del resto, non fa mistero di condividere una prospettiva socialista in chiave eurasiatista. Al riguardo però, sebbene l’eurasiatismo sia una corrente di pensiero tipicamente russa, non si dovrebbe dimenticare il tentativo di oltrepassare le frontiere dell’eurocentrismo da parte non solo dei difensori del cosiddetto “mondo della Tradizione” (ai quali Dugin si richiama espressamente) ma pure di orientalisti e studiosi delle religioni quali Mircea Eliade, Giuseppe Tucci, Henry Corbin e Toshihiko Izutsu, oltre che (per certi versi) da parte di pensatori e filosofi come Carl Gustav Jung, Martin Heidegger e Giorgio Colli (solo per fare qualche nome noto)5. L’eurasiatismo di Dugin, insomma, ha “intercettato” una precisa esigenza della cultura europea, ossia quella di favorire il dialogo tra diverse prospettive culturali, nella consapevolezza che l’Identità non la si può che cogliere attraverso la Differenza, e viceversa, dacché perlomeno fin da Platone si sa che “vedere” l’Uno nei molti significa cercare di portare alla luce la trama invisibile del visibile, ovverosia riferirsi a quello spazio interiore del mondo in cui affonda la nostra “radice terranea”.

Si badi che non si tratta affatto (come qualcuno potrebbe pensare, confondendo il realismo politico con un cinismo volgare) di ciance (pseudo)metafisiche, dal momento che è essenziale rendersi conto che la nozione di Eurasia denota una complessa realtà geografica ma al tempo stesso geofilosofica, geoculturale, metapolitica, geopolitica e geoeconomica, che non è nemmeno senza relazione con la questione dell’impero, come ritiene anche Borgognone, seguendo Dugin. Un impero inteso cioè come grande spazio (nel senso attribuito a questo sintagma da Carl Schmitt), in cui possono convivere genti diverse, ma unite da principi e valori comuni e in cui i confini non separano ma uniscono distinguendo, non essendovi posto per etnocentrismo, razzismo o xenofobia, giacché il potere si configura, in primo luogo, come difesa del bene comune e dei legami comunitari. L’impero perciò non solo è un tutto diverso dalle parti che lo compongono (di modo che, per certi versi, non può che essere superiore ad esse), ma è un grande spazio in cui i singoli individui, in virtù del senso di appartenenza ad un determinato gruppo sociale e culturale, si possono riconoscere reciprocamente come persone con determinati diritti e doveri. Nondimeno, una volta riconosciuta la differenza tra un grande spazio continentale e il cosiddetto “impero americano”, in quanto appunto quest’ultimo non è un autentico impero ma una talassocrazia che non riconosce alcun confine né altre “misure” oltre a quelle stabilite dalla propria “il-limitata” volontà di potenza, non è difficile obiettare a chi “sogna” di edificare un unico grande spazio eurasiatico che attualmente non vi sono le condizioni storiche per dar vita ad un impero che vada da Brest a Valdivostok, né vi potranno essere in un prossimo futuro. Tanto è vero che lo stesso Borgognone afferma: «Sono un sostenitore della geopolitica dei grandi spazi (o blocchi geopolitici continentali). Sulla scorta di quest’affermazione […] ritengo necessaria la formazione di alleanze eurasiatiche in funzione antiatlantista. Di queste alleanze dovrebbero far parte la Russia, la Bielorussia, le repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica, l’Iran. A questo blocco eurasiatico propriamente detto dovrebbe aggiungersi un secondo schieramento di forze geopolitiche a connotazione multipolare, ossia l’Europa, la Cina, il Pakistan e l’India»6. Una affermazione che conferma che l’essenza medesima dell’Eurasia è “polifonica”, che l’Eurasia cioè rappresenta già di per sé una potenziale alternativa multipolare capace di “frenare” la tracotanza del polo atlantico, in quanto possibile blocco di potenze continentali, le cui radici identitarie tanto più sono profonde tanto più si intrecciano tra di loro.

Va da sé però che in una prospettiva geopolitica che privilegia i grandi spazi non è possibile non sollevare il problema del ruolo e della funzione dei singoli Stati nazionali, soprattutto se si considera che non è facile conciliare la difesa di un socialismo nazionale eurasiatista con la tesi secondo cui l’era degli Stati nazionali deve essere “superata”, anche perché si è convinti che lo Stato nazionale sia destinato ad essere un “soggetto (geo)politico” sempre più marginale. Vero che il rifiuto del narcisismo identitario coglie nel segno, così come coglie nel segno l’affermazione che «il liberal-nazionalismo fascista, in definitiva, non era che una versione ammantata di formalismo retorico patriottardo del liberalismo democratico-borghese»7. Ma non basta certo contrapporre “astrattamente” il patriottismo al nazionalismo per risolvere il problema dello Stato e della sovranità nazionale. Del resto, pur se non sono in discussione le critiche, sempre acute e ben ragionate, che Alain de Benoist (altro autore assai presente nel libro di Borgognone e al quale notoriamente è assai vicino anche Dugin) muove al liberalismo e all’individualismo, è inevitabile che si corra il rischio che l’individualismo, mutatis mutandis, cacciato dalla porta, rientri dalla finestra, qualora si pensi con il pensatore francese che il rapporto tra le comunità locali e lo Stato dovrebbe essere “regolato” mediante il principio di sussidiarietà (vale a dire che si dovrebbero delegare allo Stato solo quelle funzioni che le comunità locali non sono in grado di svolgere da sole).

Peraltro, è innegabile che sono proprio degli Stati (quali certamente sono, ad esempio, i Paesi membri dei Brics) che oggi resistono con un certo successo alla pre-potenza dei “circoli atlantisti” e che sono pur sempre degli Stati (ossia l’America e i suoi principali alleati, incluso Israele) gli attori geopolitici che elaborano la strategia del polo atlantico. Né i “mercati” sono indipendenti da questi centri di potere, pur essendo gli stessi “mercati” o, meglio, i gruppi che dominano i “mercati” parte costitutiva di tali centri di potere. Come ignorare, inoltre, che, al di là della critica (più che condivisibile) della genesi degli Stati nazionali, questi ultimi a loro volta hanno generato (non fosse altro che per eterogenesi dei fini) dei solidi legami comunitari? D’altra parte, se si vogliono davvero evitare gli “errori e gli orrori” del Novecento, per socialismo non si può ormai che intendere il controllo da parte dello Stato dei principali mezzi di produzione e dei settori strategici di un Paese (sia pure lasciando ampio spazio alle piccole e medie imprese). In altri termini, socialismo oggi significa primato della funzione pubblica, al fine di ridurre le diseguaglianze economiche (che in Occidente hanno raggiunto livelli impensabili e inaccettabili fino a pochi anni fa) e promuovere le condizioni di una vita migliore, anche sotto il profilo spirituale, battendosi contro la totale mercificazione della moneta, della terra e del lavoro, come insegna l’antropologia economica di Karl Polanyi. L’accento pertanto dovrebbe cadere più sul sostantivo (Stato) che sull’aggettivo (nazionale), onde ridefinire lo Stato nazionale (diventato uno “spazio” troppo piccolo per far fronte alle sfide geopolitiche del nostro tempo) in un’ottica eurasiatista e socialista. Ovverosia, è il rapporto tra i singoli Stati e il polo geopolitico di cui i singoli Stati possono fare parte che dovrebbe basarsi sul principio di sussidiarietà, lo Stato venendo a svolgere in questo caso una necessaria “funzione di cerniera” tra le comunità locali (e i singoli cittadini) e i grandi spazi eurasiatici8.

Tuttavia, sono molti gli interrogativi sollevati dal libro di Borgognone (che, com’è ovvio, non è possibile riassumere in questa sede). Interrogativi decisivi per capire non solo la Russia di Putin ma lo stesso Occidente. Né di ciò ci si dovrebbe meravigliare, dato che la Russia postsovietica, per così dire, pare essere una sorta di specchio che riflette il vero volto dell’Occidente, ovvero un mondo dominato dai “mercati” e dalla macchina bellica statunitense (grazie anche al sostegno dell’intellighenzia postsessantottina, che, salvo rare eccezioni, svolge ormai il ruolo di portavoce della Nato e degli oligarchi di Wall Street, al punto da giustificare perfino la politica di quelle vere e proprie centrali terroristiche che sono le petromonarchie del Golfo Persico). Non a caso, lo spettro della guerra che si aggira di nuovo in Europa è uno spettro che non proviene da est bensì da oltreoceano. E le recenti vicende ucraine non lasciano dubbi al riguardo, a patto che non ci si lasci ingannare dalla favola del feroce e aggressivo “orso russo”, raccontata da quei media mainstream che non si scandalizzano se le bandiere dei “golpisti” di Kiev e di altri “gladiatori” filonazisti appoggiati dalla Nato oggi sventolano al confine con la Russia. Comunque sia, è degno nota il fatto che l’opera di Borgognone, basandosi su un’ampia e rigorosa documentazione, riesca a fare chiarezza pure su tali gravissime vicende. Non si esagera dunque se si afferma che Capire la Russia è un libro che deve essere assolutamente letto, qualora si voglia comprendere la presente fase storica, avendo a cuore la pace e il benessere delle diverse genti dell’Eurasia.

1 Vedi in particolare C. Schmitt, Terra e mare, Adelphi, Milano, 2002.

2 Ma si deve notare che questo fallimento dipese essenzialmente dalla particolare situazione dell’Urss, dacché ,ad esempio, una agricoltura fortemente collettivizzata come quella ungherese si dimostrò assai efficiente, tanto che negli anni Ottanta l’Ungheria esportava più prodotti agricoli della Francia, pur avendo una superficie coltivata che era circa un quarto di quella francese (vedi E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 2000, p. 449).

3 Ivi, p. 562.

4 P. Borgognone, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon, Francoforte sul Meno – Verona, 2015.

5 Su questo tema mi permetto di rimandare al mio scritto Lo spazio interiore del mondo. Geofilosofia dell’Eurasia, Anteo, Cavriago (RE), 2013. Per quanto concerne Dugin, la sua lettura “da destra” di Marx e “da sinistra” di Evola (e di Guénon) non può non lasciare perplesso un lettore occidentale. Ma si tratta pur sempre del tentativo di superare gli esiti nichilistici della modernità, guardando non al passato ma al futuro, dacché si considera il “tradizionale” come un orizzonte di senso e di valori perenni e quindi in grado di “orientare” anche un movimento politico di “sinistra” sotto l’aspetto sociale ed economico. È indubbio comunque che l’eurasiatismo di Dugin sia pienamente comprensibile solo nel contesto della tradizione culturale russa. Peraltro, Borgognone dimostra che Dugin, pur avendo interesse per un certo fascismo “eretico” o di “sinistra”, non solo condanna recisamente il regime fascista (e a maggior ragione quello nazista) come una forma di nazional-capitalismo, ma con parole molto nette rifiuta anche l’anticomunismo, il neofascismo “euro-atlantista” e ogni forma di razzismo.

6 Intervista sulla Russia a Paolo Borgognone, http://www.conflittiestrategie.it/intervista-sulla-russia-a-paolo-borgognone.

7 P. Borgognone, op. cit., p. 488.

8 A mio giudizio, per comprendere sia il ruolo dello Stato che la funzione strategica dell’“economico” nelle diverse fasi della società capitalistica occidentale, senza rimanere “intrappolati” nei soliti schemi concettuali economicistici del marxismo novecentesco, bisogna tenere presente anche il lavoro teorico di Gianfranco La Grassa, la cui importanza non era sfuggita a Costanzo Preve (nonostante le divergenze tra i due pensatori per quanto concerne l’interpretazione dell’opera di Marx).