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Per chi ha seguito il resoconto dell’andamento della campagna elettorale statunitense del 2016 curato da L’Intellettuale non dovrebbe risultare una sorpresa scoprire che fra George Soros, noto finanziere ungherese, e l’entourage di Donald Trump non corra buon sangue. Fra gli altri, ricordiamo l’articolo del 16 novembre da me firmato in cui veniva ricostruita la fitta rete di sostegno che l’imprenditore aveva realizzato per mobilitare i primi movimenti di protesta contro il presidente eletto Trump. Il casus belli dell’epoca fu l’annuncio di lavoro rivolto a chi volesse divenire “attivista a tempo pieno” per Washington CAN! – organizzazione lobbistica che, ricordiamolo, vanta 50 000 membri – tramite la piattaforma Craiglist. All’epoca non era una novità il fatto che George Soros fosse il sostenitore economico di iniziative politiche legate all’ambiente liberal americano. La grande novità di queste ultime settimane, invece, è quanto è stato riportato da Fox News il 15 marzo: a quanto pare il Segretario di Stato Rex Tillerson avrebbe ricevuto la richiesta, da parte di senatori repubblicani, di compiere indagini per verificare se soldi dei contribuenti siano stati adoperati per finanziare campagne politiche di Soros oltreoceano.

La lettera firmata dai senatori è stata recapitata martedì 14 e punta il dito contro la United States Agency for International Development (USAID): secondo quanto è riportato sul suo stesso sito, l’USAID è la principale agenzia governativa incaricata di “combattere la povertà globale e consentire alle società democratiche di realizzare il loro potenziale”. Fra i progetti promossi e riportati sulla piattaforma, vi è la protezione dei diritti umani, il rafforzamento della democrazia, la promozione della prosperità economica, il miglioramento della sostenibilità ambientale e dell’educazione, incidendo assieme al Dipartimento di Stato per un totale di 50.1 miliardi di dollari per l’anno 2017. A detta del senatore Mike Lee (Utah), fra i firmatari della lettera, l’agenzia avrebbe operato in maniera illegittima, parlando di 

“[…] report di diplomatici coinvolti in favoreggiamenti politici, fondi dell’USAID che supportano attivisti politici estremisti e talvolta violenti e il Governo degli Stati Uniti impegnato nel marginalizzare i moderati e i conservatori all’interno dei ruoli di leadership”. 

Il documento, che ha visto fra i suoi firmatari anche il senatore texano Ted Cruz, è stato preceduto da un’altra lettera recapitata a febbraio, in cui si chiedevano informazioni su possibili finanziamenti federali alle attività di George Soros in Macedonia. Quest’ultimo caso è particolarmente interessante, dal momento che ha portato alla nascita del movimento “Stop Operation Soros” o SOS: in base a quanto è reperibile sul sito del movimento, l’obiettivo è fermare l’influenza che il miliardario sta esercitando nel Paese attraverso il consolidato sistema di finanziamento di movimenti di protesta, come nel caso dei 50 gruppi coinvolti nella manifestazione delle donne contro Trump.

Del resto, l’impegno di Soros nell’Europa orientale è documentato sin dagli anni del blocco sovietico, contro cui operò tanto in Ungheria quanto nelle nazioni limitrofe. L’influenza del finanziere, però, non si è fermata con il crollo dell’URSS nel 1991: RT ci ricorda le proteste in Serbia del 2000, a seguito delle quali avvenne il rovesciamento di Slobodan Milosevic, che videro la partecipazione del network OTPOR! (Resistenza) – attivo dal 1998 al 2004 e dichiaratamente antagonista nei confronti delle autorità governative serbe – finanziato da Soros; la Rivoluzione delle Rose del 2003 in Georgia guidata dal network Kmara – finanziato da Soros e dall’USAID –, che vide la destituzione del Presidente Eduard Shevardnadze – ossia la fine del regime comunista – e l’adozione di un’agenda politica decisamente pro-occidentale e filo atlantista – andando a compromettere i rapporti con la Russia –; la Rivoluzione Arancione del 2004 in Ucraina, che vide la partecipazione di manifestanti preparati dall’International Renaissance Foundation – ONG ucraina fondata da George Soros e parte integrante della Open Society Foundations –; la Rivoluzione dei tulipani del 2005 in Kirghizistan, sollevata dalla Coalizione per la democrazia e la società civile, anch’essa sostenuta da Soros e dall’USAID

“Fermate l’operazione Soros”

La questione della Macedonia è ben lungi dall’essere di dominio pubblico da poche settimane: su RT è disponibile un articolo datato il 19 gennaio in cui si riporta che, stando a quanto viene affermato da uno dei cofondatori di Stop Operation Soros, Cvetin Cilimanov, la Open Society Foundation minerebbe la sovranità macedone lavorando in parallelo con l’opposizione di centrosinistra dell’Unione Socialdemocratica di Macedonia e con gruppi d’interesse stranieri. Ulteriori conferme dell’impegno dell’USAID nel contesto macedone sono fornite dal suo sito internet, dove si afferma che fra il 2012 e il 2016 l’agenzia abbia offerto quasi 5 milioni di fondi per il “The Civil Society Project”, con l’obiettivo di migliorare il controllo dei cittadini sull’operato del Governo, anche attraverso la formazione di giovani attivisti. Inoltre, l’USAID ha recentemente avviato un nuovo Civic Engagement Projet in collaborazione con 4 organizzazioni, fra cui FOSM, per un costo approssimativo di circa 9 milioni e 500 000 dollari

Mentre le manovre politiche della finanza si dispiegano, occorre ricordare che attualmente in Macedonia non vi sia alcuna maggioranza di Governo uscita dalle elezioni del dicembre 2016, mentre il Primo Ministro Nikola Gruevski accusa gli Stati Uniti di promuovere un’alleanza fra l’Unione Socialdemocratica di Macedonia di Zoran Azev e l’Unione Democratica per l’Integrazione, di etnia albanese. In precedenza, il presidente Gjorge Ivanov ha posto il veto sulla coalizione fra socialdemocratici ed i partiti etnici albanesi, temendo che potessero “distruggere” il Paese, in quanto fra le condizioni poste dal movimento per partecipare al governo vi è l’inclusione dell’albanese come lingua ufficiale della Macedonia, richiesta redatta insieme ai Governi di Albania e Kosovo. L’interesse dei legislatori repubblicani non si ferma agli affari di Skopje: nella lettera indirizzata a Tillerson viene riportata la preoccupazione per l’Albania, all’interno di cui si osservano dinamiche simili a quelle macedoni legate soprattutto alla riforma della Giustizia in corso – oltre alle elezioni che si terranno nel 2017 – e che rappresenterebbe un potenziale rischio di destabilizzazione regionale a causa del suo ruolo nella NATO, come riporta la lettera stessa.

Qui trovate la lettera rivolta al Segretario di Stato Tillerson

Il 18 giugno, data delle elezioni generali, preoccupa dunque i senatori anche per via dei nuovi scandali di corruzione in Albania e per l’influenza esercitata dal crimine organizzato. Lo stesso Soros, nel 2011, scrisse all’allora Segretario di Stato Clinton offrendo il sostegno della propria fondazione per fornire un’analisi “indipendente” della situazione. Se però nel 2011 il magnate non correva alcun possibile rischio dall’amministrazione statunitense, l’attuale richiesta dei senatori repubblicani potrebbe risultare insidiosa qualora Rex Tillerson decida di compiere indagini in proposito, il tutto mentre la longa manus di Soros si estende su un ulteriore scandalo che ha colpito la squadra di Governo di Donald Trump: in base a quanto pubblicato dal Washington Post mercoledì 1 marzo, il Segretario alla Giustizia Session avrebbe mentito al Senato in occasione della sua conferma, non menzionando il fatto di aver avuto contatti con l’ambasciatore russo negli USA Sergey Kislyak l’anno scorso e contraddicendo quanto affermato durante l’occasione. Di fronte alla sede del Dipartimento di Giustizia USA ha manifestato un gruppo di attivisti di MoveOn.org, organizzazione supportata dallo stesso Soros.

Qualcosa, dunque, si sta muovendo nuovamente nel contesto americano: ancora una volta i capitali di un singolo finanziere sono in grado di condizionare in maniera determinante gli equilibri politici di una nazione che vede proprio nel forte legame fra denaro e politica un freno ingombrante per la propria democrazia. A cambiare, tuttavia, è l’attenzione rivolta nei confronti dell’immenso centro di potere costruito da George Soros: stavolta più occhi punteranno verso la sua direzione e tenteranno di sbirciare all’interno delle sue trame. L’occasione è importante e starà a Trump, a Tillerson e ai senatori repubblicani cogliere l’opportunità di fare finalmente chiarezza sulla vicenda, importante primo passo per scoprire la verità