Anche il mondo dell’editoria, come quello del giornalismo, è diventato un tempio di mercanti. Si stravolgono persino le tesi degli autori pur di trafficare libri e fare profitto. È il caso della casa editrice Piemme che poche settimane fa ha ri-editato L’uomo maschio, di cui era già editore, titolandolo questa volta Sii sottomesso. La virilità perduta che ci consegna all’Islam. Una mossa studiata a tavolino per affiancare in tutte le vetrine d’Italia questo “bestseller” scritto da Eric Zemmour nel 2005 (in Francia ha venduto oltre 100mila copie) al romanzo mal interpretato dall’intera vulgata giornalistica “Sottomissione” di Michel Houellebecq. Inserire la parola “Islam”, intesa come “islamizzazione”, nel sottotitolo non solo inserisce scorrettamente il pamphlet nella pubblicistica fallaciana dello “scontro di civiltà”, ma soprattutto devia la tesi globale manifestata dal giornalista francese.

L’uomo maschio è in realtà un trattato contro l’Occidente: femminilizzato e svirilizzato. “La società unanime sta domandando agli uomini di rivelare la femminilità che è in loro. Con sospetta, morbosa e stupefacente buona volontà gli uomini stanno facendo del loro meglio per mettere in atto questo programma ambizioso: diventare una donna come le altre. In sostanza per superare i propri istinti arcaici. La donna non è più un sesso, è un ideale”, scrive Zemmour. L’editorialista di Le Figaro identifica come responsabili di questa metamorfosi antropologica e societale l’alleanza post-sessantina tra femministe e lobby omosessuale con la complicità di multinazionali, definite “la quintessenza del capitalismo”, e mondo dello show-business il quale offre alle nuove generazioni modelli culturali profondamente degenerati, dai calciatori svirilizzati alle modelle anoressiche.

Il progressivo smantellamento di una società patriarcale ha prodotto una donna mascolinizzata e un uomo svrilizzato, dunque femminilizzato, perfettamente interscambiabili tra loro. Se prima infatti le rivendicazioni sull’uguaglianza dei sessi erano di carattere giuridico ed economico, di conseguenza ragionevoli e legittime, queste sono diventate di carattere antropologico. Sembrerebbe così disegnarsi all’orizzonte una figura nuova: l’essere umano unisex. Perché dove c’è convergenza delle identità sessuali c’è di conseguenza annullamento. Il maschile e il femminile si cancellano a vantaggio di un ibrido modello androgino in una società artificiale e post-umana. Lo stesso Alain De Benoist ne La femminilizzazione dell’Occidente aveva scritto in relazione al rapporto tra i sessi:  “la Modernità tende a sopprimere le differenze, di qualsiasi natura, a vantaggio di un modello omogeneo. Tale omogeneità risponde in primo luogo alle esigenze del capitale, cui occorre trasformare l’esistenza quotidiana in un immenso mercato, dove desideri e bisogni si somigliano”.

Il pamphletista Zemmour denuncia così l’uomo sottomesso all’ideologia dominante, il quale ha perso la sua autorità e autorevolezza all’interno del nucleo famigliare quanto in quello sociale. L’uomo ideale oggi? “Si depila. Fa incetta di prodotti di bellezza. Indossa gioielli. Crede fermamente ai valori femminili”, mentre la donna, ora integrata, più o meno, nel mercato del lavoro (forzato), cerca di emanciparsi anch’essa indossando i pantaloni e inseguendo il mito della donna in carriera, in stile Vanity Fair, senza però abbandonare il sentimentalismo di Sex and the City. Perché in fondo tutto ciò che è emotivo è propenso al consumo di notizie, immagini e prodotti. Il sesso femminile, nettamente più compulsivo di quello maschile come aveva fatto notare un secolo prima in Sesso e Carattere lo scrittore austriaco Otto Weininger, è di conseguenza più esposto alla civiltà dei consumi.

Torna a far scandalo tra le anime belle la ri-edizioni de “L’uomo maschio”. Ma le sue posizioni politicamente scorrette e “reazionarie” non avrebbero potuto avere successo in Francia se Zemmour non fosse un uomo raffinato e di vastissima cultura. Eric Zemmour è già stato definito Oltralpe come l’uomo del 2014 dopo l’uscita del suo ultimo saggio Le suicide français (Il suicidio francese) che ha venduto più di 400mila copie. L’editorialista di Le Figaro ricostruisce in cinquecento pagine la storia dell’egemonia politica sessantottina in un contesto che vede trionfare la globalizzazione e quindi la distruzione della cultura e dell’identità francese.