“L’etica del lavoro è l’etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi”

Nel sogno illuminista la tecnologia e l’innovazione avrebbero affrancato l’uomo dalle fatiche del lavoro manuale, migliorato il suo tenore di vita e reso i consumi accessibili a tutti. Per il filosofo e scienziato B. Russell l’abbattimento dei tempi di lavoro impiegati per la produzione avrebbe permesso a ognuno di disporre del proprio tempo libero, impiegandolo nell’istruzione e nello sviluppo della propria persona. Già nei primi del Novecento, il filantropo, vincitore del premio Nobel per la letteratura e attivista per la pace, denunciava come si fosse dato vita a un artefatto culto dell’ “efficientismo”, forse un antico retaggio dell’etica calvinista, per il quale l’uomo attraverso una totale dedizione al lavoro aveva la sua possibilità di riscatto e di redenzione dal senso di colpa del peccato originario.

Più concretamente, un’eredità della struttura sociale del passato, nella quale all’ozio e all’inattività dei proprietari terrieri doveva per forza di cose corrispondere un’operosità e una laboriosità instancabili da parte della classe contadina, alla quale il tempo per “oziare” o riposare non solo non era concesso, ma rappresentava un elemento di biasimo e di vergogna sociale. Con la rivoluzione industriale, la struttura della società agricola basata sulla proprietà terriera è stata progressivamente destituita. Tuttavia, il concetto di “dovere”, quel principio etico su cui si è basata per millenni la coercizione delle classi dominanti e che ha indotto gli uomini a sacrificarsi per gli interessi dei propri padroni e non per sé, ha resistito ad ogni stravolgimento economico e sociale. La diffusione dei macchinari e l’evoluzione della tecnologia hanno consentito di abbattere i tempi di produzione in modo esponenziale. Osservando il fenomeno dell’impiego lavorativo nell’industria bellica, che distolse una grande fetta della popolazione dalle attività produttive abituali, Russell provò come il livello generale di benessere materiale non solo non diminuì, ma anzi aumentò. Con il progresso tecnologico, quindi, per assicurare il livello generale di produzione di un paese è dunque sufficiente sfruttare una parte della capacità lavorativa totale della società. Un esempio ai nostri giorni lo riscontriamo nella pubblica amministrazione dove, da quando a penne, calamai e macchine da scrivere si sono sostituiti i computer e i sistemi informativi, la mole di lavoro si è ridotta considerevolmente.

Ma purtroppo, il legame atavico con lo schiavismo e lo strumento del dovere non è stato spezzato, ma anzi si è rafforzato, alimentato dal culto di certe dottrine made in Usa, che hanno propagandato il mito del lavoro come riscatto sociale, allontanandolo da ogni legame col “buonsenso” necessario alla pianificazione produttiva nell’economia reale. Così, anziché lavorare tutti e meno, dedicando il tempo libero al sapere e all’istruzione, veri strumenti di liberazione dell’uomo dalla schiavitù, si è giunti al paradosso per cui alcuni lavorano troppo ed altri sono disoccupati privi di mezzi di sostentamento. Le recenti pubblicazioni della società di consulenza Roland Berger hanno svelato i progressi stupefacenti dei robot, già utilizzati in grande misura in svariati settori, tra cui la sanità, al posto della manodopera umana. Si stima che, nel giro di quattro anni, un automa costerà fino al 40% in meno di un essere umano, senza recriminazioni sindacali né previdenziali, con una perdita di oltre 1,5 milioni di posti di lavoro. Forse è giunto il momento di ripensare alla distribuzione del lavoro e rileggere Russell, prima che sia troppo tardi.