Passeggiando per il Barrio Gotico, a Barcellona, si ha l’impressione di trovarsi nel bel mezzo di una scenografica ambientazione messa in piedi ad uso e consumo dei turisti. Zaini, cappellini bianchi, nord-europei ustionati e reflex a tracolla affollano le strade fino a sommergere la vita del quartiere. Tutte le attività commerciali, in ogni angolo, sembrano dedicate all’intrattenimento e al consumo di questa massa informe. Una massa che è aumentata esponenzialmente negli ultimi dieci anni, sfiorando nel 2016 quota 30 milioni di presenze, concentrate per la maggior parte in un distretto, quello di Ciutat Vella, che conta appena 100 mila abitanti. Dalle calles catalane alle calli di Venezia la situazione non cambia, se non in peggio. La fu Serenissima è ridotta da decenni, almeno in alcuni sestieri, ad un parco tematico con a tema sé stessa. La crescita insostenibile dei turisti in laguna ha spinto la città ad un declino demografico senza precedenti, sortendo, dati alla mano, effetti ben peggiori di qualsiasi epidemia di peste.

Evoluzione demografica di Venezia dal 1540 ad oggi

Evoluzione demografica di Venezia dal 1540 ad oggi

 

Se la fragilità e la bellezza di Venezia l’hanno resa il caso più urgente e paradigmatico del problema turistico, un destino simile si sta abbattendo su molte altre città, come Firenze, definite Patrimonio dell’Umanità per poi essere abbandonate nell’assenza di politiche tese a governare il fenomeno. La rudimentale dinamica del mercato rende impraticabile lo spazio urbano per ogni attività non legata al turismo. Gestire un esercizio commerciale pensato per gli abitanti, e non per la moltitudine di visitatori che si riversa nelle strade, diventa anti-economico e quindi insostenibile. Vivere in centro è troppo costoso – il mercato spinge a trasformare ogni abitazione un ricovero per turisti, oltre che logisticamente complicato: il solo percorrere la Rambla ogni giorno, o attraversare il Ponte di Rialto, mette a dura prova l’attaccamento identitario dei cittadini. Gli spazi sociali pensati per la vita di tutti i giorni arretrano, scompaiono, si trasformano in locali trendy o in variopinti bazar con le magliette di Messi. La ricchezza materiale aumenta, sempre più nelle mani di pochi, mentre i cittadini si estinguono abbandonando la città e trasferendosi in periferie anonime da dove, i più ricchi, potranno almeno godere delle rendite immobiliari del centro. Di fatto, la monocoltura turistica desertifica in pochi anni il tessuto sociale delle città che la sperimentano. Nel centro restano soltanto le spoglie imbalsamate di un millennio di storia stratificate nell’urbanistica, nei monumenti, nella cultura e nella tradizione dei popoli. Un modello di tassidermia socio-culturale che, oltre ad uccidere l’organismo civico, lascia sul campo molti dubbi in merito alla sua sostenibilità nel lungo periodo. Fra cent’anni, in un’epoca nuova, sarà ancora possibile utilizzare le carcasse imbalsamate delle nostre città per attrarre i turisti del futuro, o resteranno soltanto i rottami arrugginiti di un luna park abbandonato?

La Rambla di Barcellona, un non-luogo assediato dai turisti

La Rambla di Barcellona, un non-luogo assediato dai turisti

L’esplosione del trasporto a basso costo e, più di recente, la diffusione epidemica di attività deregolamentate, su tutte la piattaforma Airbnb, hanno contribuito non poco ad accelerare questo processo iniziato con la globalizzazione. Dietro alla parola sharing si nasconde un universo vastissimo di concentrazione della ricchezza perpetuata attraverso elusione fiscale e deregolamentazione selvaggia. Prendendo ad esempio Firenze, l’incasso medio per gli oltre 8 mila utenti che hanno affittato nel 2016 utilizzando Airbnb è stato di circa 5.000 euro l’anno, mentre un soggetto è riuscito da solo ad incassare la bellezza di 700 mila euro. A Barcellona, il Comune stima che circa il 40% degli appartamenti affittati ad uso turistico non dispongano di regolare licenza. In questo contesto, le proprietà immobiliari e le attività commerciali gentrificate – dal paninaro a McDonald’s, dal sarto a Louis Vuitton – si concentrano sempre più nelle mani di pochi, impersonalissimi attori del capitalismo finanziario, la cui premura per gli universi altri dal profitto, come l’identità territoriale, è tristemente nota. Non sorprende, del resto, che queste desertificazioni civiche passino spesso inosservate da chi non le sperimenta direttamente. La qualità della vita, i modelli antropologici e l’identità sociale, non producendo direttamente reddito, non trovano posto nella narrazione economicistica della contemporaneità. È spesso inutile provare a spiegare che, pensando all’utilità pubblica del patrimonio storico, l’estinzione dei veneziani sarebbe una perdita più grave del crollo di San Marco. Il mantra utilitaristico della cultura come “petrolio” da estrarre, come risorsa meramente economica, è ormai ben radicato nell’ideologia dominante. In pochi sembrano ricordarsi della funzione civica, pubblica, emancipatrice ed educativa dei beni culturali per le comunità che li hanno prodotti e conservati nei secoli.

Venezia invasa dai turisti

Venezia invasa dai turisti

Eppure i cittadini esasperati, scesi in strada da Barcellona a Venezia, al grido di “mi non me ne vado” o “tourist go home” sembrano poter praticare un’estrema forma di resistenza. Nell’affrontare il problema, come in molti altri casi, solo la regolamentazione pubblica della follia amorale del mercato può fornire una risposta d’urgenza. La resistenza eroica dei cittadini rimasti, partigiani post-moderni dell’identità comunitaria, non basta. Serve la trasformazione di queste istanze in progetti politici concreti (come – probabilmente in ritardo – sta avvenendo a Barcellona, dove Ada Colau è stata eletta alla guida della città provenendo da un movimento anti-sfratti), e più ancora, come inderogabile punto d’arrivo, serve un argine alla concezione della società come asettico agglomerato di individui, della cultura come petrolio da estrarre per ricavarne profitto – rigorosamente per pochi, della comunità civile come retaggio sociale di un passato già estinto e, dall’altro lato, del viaggio come consumo superficiale di bellezza effimera o di divertimento edonico e grossolano.

Tourism kills the city (il turismo uccide la città). Una forma di protesta degli abitanti di Barcellona

Tourism kills the city (il turismo uccide la città). Una forma di protesta degli abitanti di Barcellona

 

La priorità è regolamentare il mercato e suoi effetti esterni in modo da renderlo, come da dettame costituzionale, subordinato all’utilità sociale. Se la soluzione del numero chiuso paventata per Venezia (ma inapplicabile ad altri contesti) può sembrare estrema, trasformando la città in una riserva indiana, molte altre politiche possono essere implementate da un’amministrazione consapevole del problema, con il coraggio di schierarsi dalla parte della comunità che rappresenta: regolare il transito delle grandi navi, contingentare il numero di licenze concesse per strutture ricettive e attività connesse al turismo, amministrare i prezzi nel mercato immobiliare e in alcuni servizi strategici, privilegiare la proprietà diffusa e contrastare i latifondi immobiliari – o commerciali – dei grandi oligopoli finanziari, ripartire sulla collettività – invece che su gestori privati – gli extra-profitti derivanti, incentivando e sussidiando le attività economiche a vocazione civica. Tutto questo non con lo scopo di eliminare il turismo come settore economico, ormai imprescindibile per la sussistenza economica di questi luoghi, ma per renderlo sostenibile, rispettoso, armoniosamente inserito nell’ecosistema civile.

La limitazione del libero mercato ha indubbiamente i suoi risvolti negativi per una generazione che, pur sperimentando una proletarizzazione crescente, con un volo a basso costo e uno stanzino sub-affittato su internet ha la possibilità di consumare – perché di questo si parla – la visita di una qualunque capitale europea. Se, come conseguenza, l’esperienza del viaggio tornerà ad essere costosa ed elitaria, potremmo forse riscoprire la bellezza atavica di quel borgo medioevale di provincia che, vivendo in Italia, ognuno di noi ha la fortuna di poter raggiungere in un’ora di strada, e magari, persino, capire finalmente che il problema della diseguaglianza può risolversi soltanto combattendo la diseguaglianza, non di certo liberalizzando l’accesso massivo e predatorio a risorse – ambientali, culturali o sociali – sempre più scarse, deturpate e morenti.