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“La dissidenza è una diretta e naturale conseguenza della condizione di libertà e della sua conquista. Più si è liberi, più si è dissidenti, dal momento che, rappresentando un’identità – perché la libertà ha senso solo se connessa all’identità –, ci si rivolge a un principio che è alternativo, dissidente rispetto al mondo che ci circonda”. Con questa dichiarazione, dal sapore genuinamente jüngeriano, Raul Gabriel rivendica una filiazione teorica alla sua prospettiva artistica che lo colloca su un crinale inattuale, antimodernista, non sterilmente anticonformista, bensì ribelle, dissidente appunto. 

Un coinvolgimento artistico ed esistenziale, quello di Gabriel, che trova il suo culmine nella mostra The Glorious Nothing, progetto presentato dal 15 al 19 febbraio da Rivoli2 – Fondazione per l’Arte Contemporanea, all’interno dello spazio milanese del teatro PACTA (cliccare qui per ulteriori informazioni). L’esposizione presenta per la prima volta al pubblico i polistiroli lavorati dall’artista a Londra: solventi e slancio espressivo hanno inciso su questi materiali poveri la “gloria del nulla”, ovvero il sublime della decomposizione, il perturbante rimosso dal senso comune che segna sulla materia la sua invisibile presenza.

Gabriel, originario di Buenos Aires, vive tra Londra e Milano, dove porta avanti la poetica visuale sviluppata a partire dal 1998. Lo fa seguendo un percorso che, a partire dalla riflessione sul tema della corporeità, individua linguaggi e scritture artistiche mediante cui lasciar emergere il senso insito nelle increspature del reale. L’itinerario di questo “mistico della corporeità”, per usare una definizione del critico Paolo Bolpagni, si compone di mostre pittoriche personali e collettive, performance sinestetiche e interventi teorici in contesti universitari. Nella convinzione dell’importanza, all’interno del panorama controverso e talora desolante dell’arte contemporanea, di conquistare alcuni punti fermi per un’estetica che sappia parlare con il mondo del mondo.
È in questa prospettiva che il tema dell’unità di libertà e identità viene considerato da Gabriel come l’inverarsi dell’autenticità dell’esserci nel mondo, per dirla con Heidegger. In occasione della mostra milanese, abbiamo intervistato questo artista dissidente che non ha bisogno di sollecitazioni e interviene senza la necessità di una domanda.

Luca Siniscalco e Raul Gabriel nello studio dell'artista

Luca Siniscalco e Raul Gabriel nello studio dell’artista, durante l’intervista

“Il tema del vincolo è spesso oggetto di malintesi. Non esiste forma, né rappresentativa né esistenziale, esente da strutture che ne permettono l’esistenza. Non è una antinomia pronunciare insieme le parole “libertà” e “vincolo”. È piuttosto una condizione di esistenza di entrambi gli elementi. Il tentativo contrario, quello, cioè, di fondare un’idea della libertà come assenza di vincoli, è una contraddizione in termini: ogni forma esistente nell’universo ha dei puntelli di riferimento, fosse anche l’ente più originario.
Così, sotto un profilo estetico, la libertà si esercita nella creazione di un’opera tanto più quanto maggiori sono i vincoli formali che, al suo interno, indirizzano l’artista a rimanere radicato in una struttura. È in questo modo che si esercita la libertà artistica autentica”.

X-PTYCH synthetic paint on construction polystyrene 240x120x3 , Raul Gabriel

“X-PTYCH”, pittura sintetica su polistirolo, 240x120x3, Raul Gabriel

Date queste premesse, ritiene che l’arte abbia valore sociale? Persegue questo scopo con la sua opera?

A mio avviso l’arte si esplica in due fasi: la genesi dell’opera e la proiezione sociale della medesima. Quando nasce, l’arte è assolutamente priva di fini sociali. Sotto questo punto di vista, è simile alla filosofia e alla fede. Tutte e tre hanno fine in se stesse. Sono orgogliosamente inutili. Da qui deriva la libertà che le anima. Diversamente, l’arte diventa cronaca. Quando però, successivamente, l’arte si relaziona con l’ambiente in cui viene comunicata, acquisisce effetti sociali di rimando, scatenando una serie di intendimenti e fraintendimenti. Esemplificherei questa convinzione con un simbolo evangelico. Il celebre «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» non sancisce una separazione radicale fra due mondi che non si toccano, bensì la distinzione fra le priorità di questi mondi. Era Giuda, il traditore, – si badi bene – che vedeva nell’esperienza spirituale del Cristo un fine sociale.

GLORIOUS synthetic paint on construction polystyrene 240x120 , Raul Gabriel

The Glorius Nothing, pittura sintetica su polistirolo,240×120, Raul Gabriel

Questa tesi può essere rapportata pure alla sfera politica. Si potrebbe dire che l’arte ha una pregnanza metapolitica. Ossia: quando esercita la propria originaria funzione comunicativa e simbolica stabilisce un rapporto fra il fruitore e l’artista che, se significativo, determina in una prospettiva interiore la costruzione di un valore comunitario. A partire da questo tema, vorrei chiederle di presentare ai nostri lettori il significato del suo ultimo progetto, The Glorious Nothing. Il ciclo di opere testimonia la natura contraddittoria e antinomica dell’arte: vi è una dimensione visibile che sempre rimanda a una invisibile; un forte interesse per la corporeità – la fisicità della materia e la scrittura formale – e, nel contempo, un’atmosfera non corporea, di dissolvenza. Da un lato è presente una evidente dimensione iconica, anche se non figurativa, in cui il tratto della scrittura è essenziale, d’altra parte questa dimensione è ripetutamente negata.

Si tratta del tema di fondo della mia poetica: la scrittura, artistica, che si nega nel momento stesso in cui si compie. È una traduzione diretta della percezione stessa del mio corpo come qualcosa che c’è e, insieme, mi sfugge. Fondamentale è a mio avviso dar conto dell’esperienza di quella energia che procede stretta nella dialettica fra visibilità e nascondimento. Si crea così un movimento fondamentale. Il moto esiste solo dove vi è differenza di potenziale. Per cui, nell’arte, l’opera è viva quando cattura al suo interno questa vibrazione costante, priva di soluzione.

Un particolare della serie The Glorious Nothing, Raul Gabriel

Un particolare della serie The Glorious Nothing, Raul Gabriel

Questo tentativo di originalità espressiva, racchiusa tuttavia in uno stile formalmente riconoscibile e funzionale alla comunicazione, caratterizzato da costanti estetiche che lo rendono leggibile, pur nella sua ondivaga vibrazionalità, può condurci al tema del linguaggio, così caro al pensiero filosofico novecentesco. Molti autori, come Heidegger, hanno sottolineato la necessità di guardare alla sfera linguistica non come a una produzione strumentale e mimetica dell’uomo, bensì come a una dimensione originaria e aurorale, che precede l’esistenza stessa dell’umano. Noi «siamo» nel linguaggio: in quello delle nostre sintassi, ma pure in quello della natura e dell’arte.

Io voglio essere ancor più radicale. I segni stessi del linguaggio sono scrittura e corporeità. La corporeità non è una rappresentazione cristallizzata del reale, ma una continua metamorfosi. Pertanto ritengo che esista un valore del linguaggio e della sua articolazione, della parola, se non della lettera, che è antecedente al significato stesso della parola. Se dico “pesce”, mi figuro un dato animale, ma nella parola vi è un valore corporeo che precede il significato della parola stessa. Questo valore sta forse nel suono, nel motore, nella genesi stessa della parola. Io lo cerco nel segno artistico. Ognuno dei miei segni è iconico, ma ancor prima è corporeo, al di là di ogni finalità rappresentativa.
Lo insegna la fenomenologia: tutto, nell’esperienza, si dà mediante il corpo. Non vi è eccedenza rispetto alla corporeità, che include persino la trascendenza. Non si tratta di una teoria riduzionista, bensì “espansionista”: espande infatti la percezione comune del reale. La spiritualità è un elemento che già esiste nella corporeità, e questa è la condizione primaria della nostra possibilità di relazionarci ad essa.

My Own Garden, pittura sintetica su polistirolo, 73x96, Raul Gabriel

My Own Garden, pittura sintetica su polistirolo, 73×96, Raul Gabriel

Questa concezione allude a ogni opera d’arte come a un piccolo mondo in sé conchiuso, benché aperto all’alterità. Dotato com’è di un suo senso, linguaggio autonomo, di una sua compiutezza. L’opera è oggetto della visione dello spettatore, ma, nel contempo, è il soggetto che provoca la visione umana stessa, ne invoca l’intervento.

Certamente. L’opera è un piccolo mondo, un microcosmo, una cosmogonia, persino. È una incarnazione finale. Perché agisce come una gabbia che cattura il gesto e, quindi, tutto ciò che compone la vitalità. Ogni opera autentica sintetizza un significato. È la tensione all’unità, nella sua strutturale dinamica dell’incompletezza, che sfugge costantemente, ma, a tratti, incarna momenti di assoluta unità e verità – ovvero di genuinità dell’esistere. L’arte, come la poesia, può essere paragonata alla pietra filosofale. Riesce a trasformare il piombo in oro. Che non è soltanto il lucente minerale che apprezziamo nelle gioiellerie, bensì un oro simbolico: l’unità e la totalità dell’esistenza.