Cronaca nera sensazionalistica e programmi televisivi d’inchiesta ci educano quotidianamente a sviluppare un raccapricciante gusto per il macabro. E con che morbosità si cerca il super cattivo, il capro espiatorio da lapidare senza troppe remore in una catarsi purificatrice collettiva: la sentenza capitale del boia social. Ma che accadrebbe se il mostro non fosse il terrificante pagliaccio che si nasconde nelle fogne, ma il dolce bimbetto che insegue goffamente la sua barchetta di carta, infagottato in quell’adorabile impermeabile giallo? Di primo acchito increduli, la tentazione potrebbe essere quella di ficcare frettolosamente la testa sotto la sabbia e negare tutto; ma non è la strada. Quello che dovremmo fare, invece, sarebbe fermarci e fare un serio e onesto esame di coscienza.

Quando sentiamo parlare di abusi sessuali perpetrati a danno di adolescenti, pre-adolescenti o addirittura bambini, i responsabili – non c’è da pensarci due volte – ce li figuriamo sempre come uomini e donne adulti, che siam soliti chiamare, talvolta anche impropriamente, pedofili. Eppure, al di là della nostra immaginazione, si profila anche uno scenario alternativo, in cui le vittime si tramutano, in modo apparentemente inspiegabile, in improbabili carnefici.

Thérèse rêvant di Balthus (1938), oggetto di feroci critiche perché ritenuto istigazione alla pedofilia

La professoressa Helen Masson, dell’Huddersfield University, nell’ormai lontano 2001 scriveva:

Questa è un’area di ricerca contrastante sia dal punto di vista teorico (delle politiche), che da quello pratico (dell’implementazione). Quello degli abusi sessuali commessi da minori su altri minori è infatti un fenomeno che, per sua natura, è di difficile riconoscimento e identificazione. Lo stigma e la vergogna, associati alla vittimizzazione, potrebbero infatti portare ad una sottostima dello stesso, rendendo difficile misurare con precisione l’effettiva portata del problema.

Ad oggi, tuttavia, abbiamo a disposizione statistiche aggiornate e autorevoli, che ci possono per lo meno dare un’idea della situazione in cui ci troviamo. Il principale studio britannico sul tema riporta un dato tanto sconcertante, quanto allarmante: circa un terzo degli abusi sessuali su minori è commesso da altri minori (S. Hackett, Children and young people harmful sexual behaviour, Research in practice, Dartington Hall, Totnes, 2014). Non solo: nel corso degli anni questo triste fenomeno ha visto una preoccupante impennata.

L’organizzazione benefica inglese Barnardo’s, impegnata sul fronte della tutela e della salvaguardia dei bambini, si è resa promotrice di un’indagine, nello scorso 2017, che ha coinvolto le forze dell’ordine di Gran Bretagna e Scozia, dalla quale è emerso che il numero di presunti reati di abusi sessuali su minori perpetrati da altri minori è cresciuto circa dell’80% dal 2013 al 2016, anno in cui si sono registrate più di 9000 denunce. Se consideriamo poi che non tutte le forze di polizia dispiegate nel Regno Unito hanno accettato di fornire i dati necessari all’inchiesta e che spesso casi di questo genere, di difficile inquadramento giuridico, passano sotto silenzio, è chiaro che la stima sopra presentata risulta il frutto di un’approssimazione per difetto.

L’amministratore delegato dell’associazione, Javed Khan, ha così commentato l’esito dell’indagine:

Lo scorso anno, Barnardo’s ha emesso una dichiarazione con la quale metteva in guardia circa il forte rischio che il crescente fenomeno di abusi sessuali commessi da minori su altri minori possa concretamente diventare uno scandalo capace di travolgere la nostra società nel prossimo futuro. Questi risultati sono solo un altro campanello d’allarme, che ci chiama a prendere consapevolezza dell’ampiezza del problema. Noi siamo profondamente preoccupati dal fatto che sempre più bambini abusino sessualmente di altri bambini. Sappiamo che i giovani carnefici sono spesso prima di tutto vittime, vittime che non hanno ricevuto il supporto necessario per superare il traumaSecondo le stime, un terzo degli abusi sessuali è commesso da minori. In un simile contesto, la riabilitazione delle vittime è oltremodo necessaria e determinante al fine di prevenire in futuro episodi di questo genere. L’implementazione dell’educazione sessuale e affettiva, impostata in modo diversificato a seconda delle diverse fasce d’età, costituirebbe senz’altro un aiuto per il minore a sapersi relazionare correttamente.

L’espressione più frequentemente utilizzata negli studi per indicare il manifestarsi di un comportamento sessuale dannoso da parte di minori è quella di Harmful Sexual Behaviour (HSB) e la principale definizione che ne viene data è la seguente:

Si dà un HBS quando bambini e adolescenti – di età inferiore ai 18 anni – prendono parte a discussioni di natura sessuale o attività, che risultano essere inappropriate per la loro età o il loro stadio di sviluppo, spesso con il coinvolgimento di altri individui con cui hanno precedentemente instaurato un rapporto di fiducia, sui quali sono in grado di esercitare un certo potere in virtù dell’età, di una maggiore maturità emotiva, del sesso, della forza fisica o di un’intelligenza più sviluppata. Queste attività si declinano in uno spettro molto ampio, che va dall’utilizzo di un lessico sessualmente esplicito, all’esecuzione di un rapporto sessuale completo vero e proprio con altri bambini o adulti.

Harmful sexual behaviour framework. An evidence-informed operational framework for children and young people displaying harmful sexual behaviours, NSPCC in partnership with Research in practice, Durham University; p. 14

Il professor Simon Hackett, della Durham University, sottolinea che la nozione di HBS fa riferimento non solo alla transitività dell’agire violento, ma anche alle conseguenze dannose che provoca nello stesso soggetto che se ne è reso protagonista. Due terzi dei bambini e adolescenti che manifestano un comportamento sessuale dannoso è, infatti, a sua volta vittima di abusi fisici, psicologici o sessualiDagli studi del professore apprendiamo poi – senza stupirci troppo – che uno dei fattori indicati come critici per lo sviluppo di un HSB sia l’esposizione a materiale pornografico, con variazioni legate a fascia d’età, continuità di esposizione e natura specifica del contenuto.

Facciamo un esempio: se per un bambino in età pre-puberale può essere sufficiente la visione poco prolungata di un contenuto pornografico non violento per sviluppare un comportamento sessualmente deviante, lo stesso non può valere per un adolescente di 16 o 17 anni. L’ultimo caso che, per nostra conoscenza, sia stato riportato dalla stampa risale al 2017. Due bambini di soli 7 anni hanno abusato di una loro compagna di 6 in seguito alla visione di alcuni video pornografici dal proprio cellulare. E se la cosa ci stupisce in realtà non dovrebbe: i bambini sono straordinari imitatori di ciò che vedono, leggono o sentono e qualunque attività sessuale prematura è ricondotta sempre a due possibili cause: esperienza o esposizione (M. B. Castleman – T. DeRuvo, L’ultima droga. La pornografia su Internet e il suo impatto sulla mente, Utelibri, Bergamo, 2009). Se dunque nel caso dei più piccoli il rischio principale è quello di una sessualizzazione precoce e incontrollata, che, se non adeguatamente riassorbita con l’ausilio di un supporto psicoterapeutico, mostrerà verosimilmente i suoi drammatici effetti in età adolescenziale e poi adulta, per adolescenti e pre-adolescenti il discorso è diverso, per quanto non meno serio.

Una panoramica attendibile circa le esperienze con la pornografia online di ragazzi, maschi e femmine, dagli 11 ai 16 anni, provenienti dalle 4 nazioni del Regno Unito, la si ricava dai risultati del sondaggio più ampio sul tema che sia stato ad oggi realizzato; risultati che sono stati inseriti all’interno di un accurato report realizzato dalla Middlesex University, con il supporto della National Society for the Prevention of Cruelty to Children (NSPCC) e della Children’s Commissioner for England. I dati che qui ci interessa riferire concernono i rischi e i pericoli legati all’esposizione, volontaria o involontaria, a materiale pornografico. Tra i principali abbiamo senz’altro il rischio di emulazione e consistenti minoranze nel campione dei ragazzi più grandi, in particolare di sesso maschile, ha dichiarato che vorrebbe provare quanto visto nei video pornografici, il che comprende anche pratiche sessuali estreme come il rough-sex o attività illegali comprese sotto la denominazione di extreme pornography (es. azioni che potrebbero provocare danni ai seni o ai genitali).

Martellozzo et al., “I wasn’t sure it was normal to watch it…”. A quantitative and qualitative examination of the impact of online pornography on the values, attitudes, beliefs and behaviours of children and young people, Middlesex University, London, 2016; pp. 41-42

Inoltre, dal momento che spesso la visione di materiale pornografico si dà parallelamente alle prime esperienze affettive e sessuali, c’è un consistente rischio che si generino modelli psico-antropologici affettivi distorti, tanto più che un significativo numero di ragazzi nel campione di intervistati, soprattutto di sesso maschile, ha dimostrato di non essere consapevole della distonia tra realtà e pornografia e a quel punto “Ti viene messa pressione a fare cose con le quali tu non sei a tuo agio”, commenta una ragazza di 14 anni; tra queste magari anche il sexting, che consiste nello scambio telematico di immagini in cui i soggetti sono ritratti nudi o parzialmente nudi, con tutto ciò che ne può conseguire in termini di privacy e diffusione indebita. Un ragazzo di 14 anni aggiunge poi che:

I ragazzi diventano persone diverse e cominciano a pensare che sia giusto agire e comportarsi in quei modi. Anche il modo in cui parlano con gli altri cambia. Quando poi guardano una ragazza, probabilmente l’unica cosa a cui stanno pensando è quella, e non è sicuramente questo il modo in cui le donne dovrebbero essere guardate.

E dietro a “quei modi” è spesso sottesa una logica di dominio da parte del sesso maschile su quello femminile; tanto che una ragazza, che di anni ne ha solamente 13, esprime in questi termini la sua preoccupazione:

Vedi quello che succede nel porno e ti preoccupi quanto meno delle relazioni tra le persone e tutto questo mi scoraggia ad avere una qualsiasi futura relazione perché sono fortemente dominate dall’uomo e non c’è nulla di romantico o che richiami alla fiducia, o che sia volto alla promozione di una buona relazione di coppia.

E infatti Ana Bridges, psicologa della Arkansas University, e il suo team di ricerca hanno messo in luce che l’88% delle scene dei video pornografici più popolari contengono aggressioni fisiche contro le protagoniste femminili, mentre il 48% comprende abusi verbali.

Lo stupro, di Edgar Degas (1868-1869)

Quindi se, dati alla mano, possiamo constatare il fatto che una porzione non trascurabile di adolescenti ricava dal porno la propria idea del ruolo maschile e femminile all’interno di una relazione sessuale, il nostro timore è che questa idea sia legata all’abuso, alla misoginia, alla violenza e al degrado. Quel che è peggio, è che non ci è dato sapere se questi modelli potranno cambiare nel tempo e con l’esperienza.

Dunque a Valentina Nappi, nota attrice pornografica, che, invitata a partecipare al TedX di Bari, ha candidamente rivolto al pubblico la domanda del secolo:

Perché un bambino non dovrebbe vedere un amplesso su uno schermo gigante, a Piccadilly Circus a Londra o a piazza del Popolo a Roma? In un mondo illuminista e ateo dove sarebbe il problema?

Rispondiamo che il problema ci sarebbe eccome, e non avrebbe nulla a che fare con tabù religiosi di sorta o stravaganti ideologie intellettualiste, come invece si vorrebbe insinuare. Oltretutto la verità è che non serve proiettare amplessi su uno schermo gigante e che vera sfida sarebbe il cercare, piuttosto, di liberarsene dal momento che, quotidianamente, il 34% degli utenti di internet viene esposto contro la propria volontà a contenuti pornografici attraverso banner pubblicitari e fastidiosi pop-up. E questa è solo una piccola fetta dell’esposizione involontaria.

Di fatto, l’accesso alla gran parte del materiale pornografico è libero e gratuito, senza filtri, per chiunque abbia la possibilità di collegarsi ad Internet. Basta davvero poco, uno smartphone nelle mani sbagliate, nel caso dei più piccoli.

Eppure, nel Regno Unito, circa il 25% dei bambini al di sotto dei 6 anni sono già in possesso di uno smartphone e ci passano in media 21 ore alla settimana. E per i più grandi, adolescenti e pre-adolescenti? Quello della responsabilizzazione è un percorso educativo lungo e impegnativo, e a vincere è la costanza. Nel caso della pornografia online sono due le tematiche fondamentali che vanno affrontate: in primo luogo quella di una sana e positiva educazione alla sessualità, che sia prima di tutto un’educazione all’affettività, alla relazionalità. La dimensione sessuale, per essere realizzata pienamente, necessita, data la sua importanza e significatività nella vita di ogni essere umano, di seguire e non di precedere una corrispettiva e graduale maturazione sul piano affettivo. In secondo luogo quella di un’educazione progressiva all’uso consapevole di Internet; non tanto perché i ragazzi non lo sappiano usare, da un punto di vista meramente tecnico, ma perché, essendo questo un vero e proprio ambiente, con le proprie regole e le proprie oscurità, imparino come comportarsi e quali possano essere i pericoli e le insidie che vi si nascondono.

Si tratta, in conclusione, di un’emergenza educativa molto seria, che richiede una presa di responsabilità prima di tutto da parte delle famiglie, che restano la principale linea di prevenzione nell’affrontare i problemi sociali che colpiscono i figli; secondariamente da parte della scuola e di tutti quegli ambienti – sportivi, culturali, religiosi – che bambini e ragazzi frequentano nella loro quotidianità.