La Persia è patria di grandi condottieri. Il primo degno di nota fu Ciro il Grande, fondatore del primo grande impero persiano (dal golfo arabico sino alla Cilicia, compreso il regno di Babilonia), uomo ammirato anche dal Secondo Isaia («Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso», si legge in Isaia 45,1) e fautore di una politica di tolleranza (in Esdra 1,2: «Così dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio in Gerusalemme»). Più recente è l’esempio di Nadhr Qūlī, conosciuto come Nădir Shāh, sovrano di umili origini e comandante dalle indiscutibili capacità militari (tanto da meritare il soprannome di Napoleone di Persia). Ogni grande condottiero è a suo modo «spirito del mondo», appellativo che Hegel coniò in una lettera a Friedrich Niethammer in riferimento a quel Napoleone che «s’irradia per il mondo e lo domina». Oggi lo spirito del mondo sembra irradiarsi non da uno, ma da due uomini. Il primo è Igor Strelkov, ex-ufficiale russo passato alle cronache per l’ottima conduzione della guerra del Donbass, grazie alla quale si è guadagnato rispetto e ammirazione in patria. L’altro è un militare iraniano che tiene in pugno le sorti di una regione intera.

Il suo nome è Qassem Suleimani. Nacque l’11 marzo 1957 nella città di Qom (secondo il Dipartimento di Stato Usa) o nel villaggio di Rabord, vicino alle montagne afghane, nella provincia sud-orientale del Kerman (secondo le fonti persiane); si sa per certo che proviene da una famiglia di poveri contadini. La determinazione geografica dell’infanzia di Suleimani è importante: chi ha vissuto a contatto con il mondo agricolo non dimentica il debito dell’uomo verso la terra. A differenza di Qom, centro di scuole teologiche e città di pellegrinaggio, Rabord è un posto remoto e con una società organizzata in modo tribale. La conoscenza ottenuta vivendo a contatto con tale struttura sociale gli diede le capacità di coordinare in guerra le diverse tribù che popolano il Vicino Oriente. Sebbene non ci siano informazioni sulla famiglia di Qassem, il suo cognome lo riconduce alla tribù dei Suleimani, mossasi nel Kerman dalla provincia Fars nel Settecento. Poiché la famiglia di Qassam aveva un debito verso il governo, si può immaginare che i genitori non avessero proprie risorse fondiarie, ma lavorassero come dipendenti per la terra altrui. Una famiglia di umili origini, proprio come il condottiero Nădir Shāh.

Per ripagare il debito, finite le scuole primarie (1970) Suleimani cercò lavoro a Kerman, insieme ad un suo parente stretto di nome Ahmad Suleimani, morto nel 1984 durante la guerra tra Iran e Iraq. Dal 1975 Qassam lavorò come tecnico per la Kerman Water Organization. Dal 1976 subì l’influenza dei fermenti rivoluzionari attraverso le prediche che Hojjat al-Eslam Reza Kamyab (assassinato del 1981) recitava durante il Ramadan a Kerman. Secondo la ricostruzione delle fonti, Suleimani non ebbe un ruolo attivo durante la rivoluzione khomeinista che nel 1979 rovesciò la monarchia dello Scià Pahlavi instaurando la Repubblica islamica.

Salita al potere la Guida Suprema, l’Ayatollah Khomeini, Suleimani non esitò ad arruolarsi nel neonato Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (i Pasdaran), spinto dal desiderio di «servire la rivoluzione». Nei quarantacinque giorni di addestramento militare dimostrò quelle abilità che solo un giovane di provincia, lontano dalle mollezze delle città e abituato al lavoro può possedere a quella età; venne nominato istruttore e successivamente impiegato a Mahabad (in una zona di confine con Iraq e Turchia) nella repressione di gruppi separatisti curdi. Qui Suleimani mise in gioco le conoscenze delle dinamiche tribali apprese durante l’infanzia, affidando ad un gruppo di combattenti irregolari di Kerman la protezione della città. Durante la guerra con l’Iraq partecipò a numerose operazioni militari, coprendo gli anni dal 1981 al 1988 di successi. Tornato a Kerman, seguì l’ordine di combattere i traffici di droga in quella zona, una tra le più instabili dell’Iran a causa della forte presenza sunnita (nella quale rientrano i Beluci) e del narcotraffico.

Suleimani venne promosso Comandante della Brigata Gerusalemme (Quds Force, forza speciale dei Pasdaran che si occupa delle operazioni extraterritoriali), in un periodo di vulnerabilità della Repubblica islamica dell’Iran, la quale perdeva influenza in Afghanistan in seguito all’ascesa dei gruppi talebani. Nell’agosto del 1998, i talebani sunniti occuparono l’ambasciata dell’Iran a Mazari Sharif e uccisero un giornalista e nove diplomatici iraniani. Suleimani tentò una prova di forza, finanziando e coordinando le attività anti-talebane del Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan (Alleanza del Nord) del comandante Ahmad Massoūd (del quale L’Intellettuale Dissidente ha già pubblicato un ritratto https://www.lintellettualedissidente.it/homines/il-leone-del-panjshir-ahmad-shah-massoud/). Ancora una volta si dimostrarono utili a Suleimani le conoscenze dell’organizzazione sociale tribale, in questo caso in riferimento al territorio afghano.

Non possiamo non supporre che sia lo stretto legame tra Iran e i libanesi di Hezbollah, sia l’ottima conduzione della guerra civile da parte delle Forze armate siriane siano, almeno in parte, frutto del genio politico e militare di Qassem Suleimani. Alcune foto recenti lo hanno ritratto a supervisionare i campi di battaglia: era presente anche ad Amerli, la città sciita che tra agosto e settembre ha respinto l’apparentemente inarrestabile avanzata dell’Isis.

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Suleimani non è un generale polveroso e parruccone che passa il tempo dietro una carta geografica. Ha gli stivali sporchi di fango, perché è sempre presente in campo. Numerosi testimoni rimangono impressionati dalla sua calma presenza, incorniciata dalla divisa militare e dalla barba grigia. Allo stesso tempo è inafferrabile, fugace: compare e scompare, come fosse in un gioco per bambini. Leggenda narra che si permettesse di passeggiare senza guardie del corpo a Baghdad durante l’occupazione statunitense del Paese. Ha il dono dell’ubiquità questo anziano comandante. Ed è un realista, perché non ha disdegnato l’aiuto di forze non sciite come i curdi (contro i quali fu impiegato in passato) e l’aviazione statunitense (il grande nemico).  Ma contro l’Isis, il pericolo più grande dell’intera regione, c’è bisogno di un pizzico di realismo e di ottime doti strategiche (prima) e tattiche (poi). Il piccolo spirito del mondo è sui campi di battaglia.