Il recente iperbolico scambio di minacce tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed il suo pari gradi iraniano Hassan Rouhani, nonostante l’evidente cattivo gusto, ha messo in luce un’assoluta verità: un potenziale nuovo conflitto contro l’Iran potrebbe davvero avere degli esiti devastanti non solo per la regione mediorientale ma per il mondo intero. Dal trionfo della Rivoluzione islamica in Iran ad oggi, i rapporti tra i due paesi, escludendo la breve vita dell’accordo sul nucleare JCPOA Joint Comprehensive Plan of Action (comunque mai del tutto rispettato dalla parte nordamericana sia sotto la passata amministrazione Obama quanto sotto l’attuale), non hanno mai conosciuto un reale allentamento della tensione.

Iran e Usa durante le trattative per la stipula del JCPOA

Iran e Usa durante le trattative per la stipula del JCPOA

La crisi degli ostaggi del 1979, a seguito della quale il pontefice Giovanni Paolo II inviò una richiesta di rilascio che l’Imam Khomeini respinse argomentando la sua risposta col fatto che il popolo iraniano si sarebbe aspettato dal messo del Cristo un ammonimento contro gli oppressori dei popoli e non solidarietà con essi, e la terrificante guerra di aggressione che l’Iraq di Saddam Hussein, su procura statunitense e saudita, mosse contro la neonata Repubblica islamica sono stati solo i primi episodi di una lunga serie di confronti più o meno diretti tra una nazione dalla storia e cultura millenarie e quel paradiso delle eterodossie escatologiche protestanti in cui, come affermato dal filosofo russo Aleksandr Dugin, i reietti si sono trasformati in creatori di norme pubbliche.

A ciò si aggiunga che tra l’imposizione di regimi sanzionatori su più gradi ed in diversi periodi e le ingerenze dirette negli affari interni iraniani (pesante strumentalizzazione delle proteste del cosiddetto Movimento Verde ed appoggio a diversi gruppi terroristici che mirano alla destabilizzazione del paese: primo fra tutti i Mojahedin-e Khalq con sedi in Francia e Albania), gli USA non hanno mai smesso di aspirare e sognare quel “regime change” che ora, con la nomina di Mike Pompeo a Segretario di Stato ma soprattutto di John R. Bolton a Consigliere per la sicurezza nazionale, sembra essere tornato di strettissima attualità.

John R. Bolton

John R. Bolton

Anche, e soprattutto, perché i timori per la presenza iraniana in Siria, considerata alla stregua di minaccia esistenziale per Israele, ha scatenato reazioni variamente isteriche tra la lobby sionista nordamericana e gli stessi vertici militari e politici israeliani. Si vedano a tal proposito la roboante quanto inattendibile presentazione di “prove inconfutabili” sulle violazioni iraniane del JCPOA da parte del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu o le dodici richieste, stilate da Mike Pompeo, che l’Iran dovrebbe soddisfare qualora intenda rinegoziare l’accordo con gli USA. Richieste tra le quali appare una quantomeno ridicola cessazione di aiuti ad al-Qaeda ed ai talebani afgani che dell’Iran sono sempre stati nemici giurati e che, al contrario, hanno spesso goduto dell’appoggio dell’intelligence nordamericana e sionista. I talebani, tra l’altro, hanno compiuto veri e propri massacri degli Hazara: la componente etnica sciita dell’Afghanistan.

Per ciò che concerne l’Italia (primo partner commerciale europeo dell’Iran), le nuove sanzioni imposte dagli USA a seguito dell’uscita unilaterale dal JCPOA andrebbero a danneggiarne l’economia ben più di quelle, comunque inutili, inflitte alla Russia e la cui rimozione è stata inserita (anche se al momento passata in secondo piano) nel programma del nuovo governo gialloverde. Lo scarso potere negoziale dei soggetti economici europei, posti di fronte alla scelta obbligata tra l’accesso (col rischio di sanzioni) al mercato iraniano o a quello “imposto” statunitense, e la subalternità culturale di cui molti governi continuano a soffrire nei confronti degli USA, nonostante la volontà di preservare il JCPOA, non lasciano presagire nulla che non vada oltre le consuete forme di schizofrenia masochistica dell’Europa.

Benjamin Netanyahu

Benjamin Netanyahu

Ora, da un punto di vista prettamente geopolitico, l’ossessione nordamericana nei confronti dell’Iran è più che giustificata. La Rivoluzione islamica ha rovesciato un regime che nei decenni precedenti, salvo la piccola parentesi del governo nazionalista di Mossadeq (non a caso rovesciato proprio da un’operazione congiunta anglo-americana), aveva fatto del suo totale allineamento agli Stati Uniti la sua unica forma di legittimazione internazionale e che, con la Turchia, rappresentava uno dei “pilastri” della geopolitica nordamericana in Medio Oriente. E la Rivoluzione ha anche impedito alle élite nordamericane di gestire direttamente enormi risorse energetiche. L’Iran, ad oggi, è il terzo paese al mondo in termini di risorse petrolifere ed il primo per quanto concerne le riserve di gas naturale. Appare dunque evidente come l’amministrazione Trump, varando la dottrina dell’Energy Dominance volta a raggiungere il dominio sul mercato globale dell’energia, non possa fare a meno di percepire l’Iran come un potenziale temibile concorrente ed allo stesso tempo come una “preda” per l’effettiva espansione e realizzazione del suddetto piano.

Non è altresì da tralasciare il fatto che proprio l’Iran, in quanto pilastro del nuovo ordine multipolare e potenza egemone nel Medio Oriente, rappresenti una sorta di buco nero che minaccia il controllo statunitense di quel rimland eurasiatico che lo studioso di geopolitica Nicholas J. Spykman pose a fondamento del sistema egemonico nordamericano. Tuttavia, esistono altri fattori che, seppur propedeutici al disegno egemonico nordamericano, rimangono maggiormente legati alla retorica dello scontro tra civiltà ed alla percezione di un Islam non utilizzabile per i propri fini geopolitici come nemico da combattere e da annientare qualora possibile. Ed anche in questo senso, l’ossessione nordamericana per l’Iran appare più che giustificata.

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L’Iran odierno, seppur con evidenti difetti (comunque non estranei ad alcuna nazione al mondo), rappresenta l’antitesi per eccellenza di un modello di civiltà impostato sulle magnifiche e progressive sorti della modernità. La Rivoluzione khomeinista si è sviluppata come una riappropriazione della dimensione del sacro, come una restaurazione di quel filo diretto tra ordine fisico e metafisico che la modernità occidentale imposta dal regime dello Shah aveva quasi irrimediabilmente scisso. La Rivoluzione, intesa nel senso etimologicamente corretto del termine re-evolutio, ha dimostrato come il fenomeno della modernità non abbia alcuna connessione con la contemporaneità. La modernità è solo un modello di società, di civilizzazione o di visione del mondo che attraverso un processo di reversione del tempo e di riappropriazione del proprio “essere nel mondo” tradizionale può venire rovesciato.

Il colonialismo occidentale, nella prospettiva dell’Imam Khomeini, è stato capace di contraffare la realtà dell’Islam introducendo nei paesi musulmani leggi estranee e culture incompatibili con esso tanto da renderlo totalmente inautentico. La colonizzazione delle menti è il passo immediatamente successivo alla colonizzazione economica volta ad espropriare le risorse naturali ed a fare del territorio colonizzato un mercato per la vendita dei prodotti occidentali. Per questo motivo, secondo Khomeini, nel tempo che manca al verificarsi delle condizioni necessarie alla Parusia dell’Imam del tempo, non è possibile che la Legge islamica rimanga inutilizzata. Ma tale Legge deve rifarsi all’Islam autentico e non alla sua versione contraffatta dal colonialismo occidentale. L’Imam, ad esempio, non smise mai di definire il wahhabismo come l’Islam americano. La dottrina del velayat-e faqih (vicariato del giureconsulto) a fondamento dell’attuale sistema politico iraniano, per ammissione dello stesso Khomeini, non è il prodotto di una sua elaborazione teorica. Questa non è un qualcosa di nuovo, bensì, è al centro della questione del governo islamico sin dal principio. Khomeini si limitò solo ad una sua analisi più approfondita individuandone le radici nella tradizione islamica.

Ruhollah Khomeyni

Ruhollah Khomeyni

Il vicariato del giureconsulto è l’ordine di adempiere ad una consegna. L’assunzione degli obblighi di governo e dell’onere del comando da parte dei dottori della legge implica la realizzazione di un fine ben preciso: confermare la verità ed eliminare la menzogna. Secondo un ben noto hadith profetico i dottori della legge sono i depositari della fiducia dei profeti. E come ribadisce l’Imam nel suo discorso sul governo islamico:

il fine generale della missione profetica è la rettificazione dell’umanità nel quadro di una struttura sociale giusta e ordinatamente sviluppata, non conseguibile che attraverso la definizione di un governo in grado di eseguire la legge.

Un concetto presente a più riprese anche nelle sue opere più prettamente incentrate sull’irfan (gnosi) in cui al Nunzio divino ed archetipo fisso dell’Uomo Perfetto viene attribuito il compito di preservare i limiti stabiliti da Dio e impedire che si esca dai confini della moderazione. Un richiamo, quello alla misura, presente in modo rilevante anche nella cultura occidentale, tanto nell’antica Grecia quanto in epoca medievale. Si narra, ad esempio, che Federico II Hohenstaufen, interrogato dal leggendario Prete Gianni (figurazione del guenoniano “Re del Mondo”) circa quale fosse la migliore cosa al mondo, rispose: “la miglior cosa di questo mondo si è misura”.

È dunque lapalissiano come un logos filosofico-metafisico impostato interamente sul senso della misura e sulla virtù della moderazione non possa che scontrarsi necessariamente contro una visione del mondo fondata sulla dismisura (su quel “gigantismo” tanto stigmatizzato anche da Martin Heidegger) e sulla negazione di tutto ciò che è umano. L’uomo realizza se stesso attraverso il pensiero. Essere umani significa in primo luogo pensare ed indagare intorno al senso della verità. E qualora non si eserciti e non si sviluppi lo strumento dell’intelletto, l’uomo si trasforma in mera macchina e viene sacrificato sull’altare della tecnica. Il fatto che il pensiero occidentale abbia prodotto un simile atto artificioso determinando il suo stesso suicidio non significa che ogni altra civiltà/cultura debba fare lo stesso in nome della globalizzazione unipolare.

Phillip Maiwald

Phillip Maiwald

L’odio nei confronti dell’Iran deriva dal fatto che questo rappresenti un esempio concreto di resistenza, e sotto certi aspetti un’alternativa, a questo distruttivo e culturalmente razzista modello di civiltà. Ed il medesimo discorso vale anche per ciò che concerne il sionismo che ha importato tale modello nel Vicino Oriente scontrandosi apertamente col mondo islamico. A tal proposito, l’Imam fu particolarmente critico in primo luogo con i rabbini: “essi – affermò Khomeini – pur essendo i custodi della legge religiosa ebraica non hanno fatto nulla per impedire agli oppressori di pronunciare le loro parole peccaminose, diffondere menzogne, calunniare e distorcere la verità”.