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Iran, una buona notizia per Putin

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Armando Del Bello

Iran, una buona notizia per Putin. Un Medio Oriente in fiamme è il miglior regalo possibile per le casse di Mosca. E il peggiore per Kiev.

All’inizio del conflitto ucraino, il Cremlino era convinto che gli acquirenti asiatici avrebbero compensato le perdite derivanti dalla riduzione dell’export di idrocarburi verso l’Europa.

Iran, la lunga guerra favorisce Putin
Iran, una buona notizia per Putin – lintellettualedissidente.it Ansafoto

Per convincere i principali importatori di petrolio russo, tra cui India e Cina, Mosca ha dovuto svendere il suo greggio, riducendo i margini di guadagno. Che non sono tuttavia mancati. Dall’inizio della guerra, la Russia ha incassato circa 1.026 miliardi di euro dalle esportazioni di combustibili fossili. La Cina resta il principale acquirente: tra l’inizio del conflitto e il 27 febbraio 2026 ha importato petrolio russo per  218,6 miliardi di euro, a cui si aggiungono 43,5 miliardi di carbone e 42,1 miliardi di gas. Anche l’India ha rafforzato in modo significativo gli acquisti da Mosca nello stesso periodo, con importazioni di greggio per circa 146,8 miliardi di euro, 18,8 miliardi di carbone e quasi 477 milioni di euro di gas. Oltre il 90 per cento del greggio russo viene spedito in Cina, in India e in Turchia con la “flotta ombra”, così chiamata perché le imbarcazioni sono prive dei sistemi di segnalazione della posizione e si rendono rintracciabili al monitoraggio internazionale. Si è venuto a determinare un flusso che ha attenuato l’impatto delle sanzioni occidentali e contribuito a sostenere la  Russia.

Ma la politica commerciale di Donald Trump ha spinto gli importatori storici a diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, puntando sul Medio Oriente. La Cina, per esempio, ha progressivamente attinto da altri importatori, distribuiti tra Medio Oriente, Africa e America Latina. E gli effetti sono stati evidenti. Le entrate russe derivanti da petrolio e gas  sono scese al minimo degli ultimi cinque anni nel 2025, a causa del calo dei prezzi del greggio e del calo delle esportazioni dovuto alle sanzioni. Ma ora la guerra in Iran cambia nuovamente lo scenario. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del commercio petrolifero globale, il prezzo del greggio potrebbe tornare rapidamente sopra la soglia dei 100 dollari al barile. Un’impennata  che finirebbe per rafforzare la posizione contrattuale di Putin e indebolire quella del cinese Xi Jinping e dell’indiano Narendra Modi. E per evitare un contraccolpo energetico potenzialmente destabilizzante, Pechino e Nuova Delhi potrebbero essere costrette a rivolgersi nuovamente a Mosca, tornando ad acquistare petrolio e gas russo a prezzi meno scontati rispetto al recente passato.

Molto dipenderà dalla durata della crisi nella regione. L’India, infatti, è il paese più vulnerabile allo crisi di approvvigionamento di petrolio che potrebbe derivare dal conflitto in Medio Oriente. La Russia era il suo principale fornitore di greggio. Ma il mese scorso, nell’ambito di un accordo commerciale raggiunto con Trump, Nuova Delhi ha iniziato a sostituire parte dei carichi russi con petrolio proveniente dal Golfo, riducendo le importazioni da Mosca. E c’è un’altra incognita, quella del gas naturale liquefatto. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha virtualmente tagliato fuori il Qatar, secondo esportatore mondiale di GNL. Ora la Russia, grazie ai colossi Gazprom e Novatek, potrebbe in breve tempo colmare il vuoto lasciato dalle aziende qatariote. Anche in questo scenario, i principali acquirenti di GNL del Qatar – come Cina e India – saranno costretti a comprare il gas russo a prezzi di mercato, eliminando quegli sconti forzati che avevano prosciugato i profitti di Mosca nel 2025.

Ci sono anche vantaggi tattici per Putin. Con l’impegno bellico statunitense in Medio Oriente, diminuiscono le armi che arrivano al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. I sistemi Patriot, gli unici in grado di abbattere i micidiali missili balistici russi Kinzhal, dipendono totalmente dalle forniture americane. Ma la guerra in Iran ha cambiato le priorità del Pentagono, che adesso dirotta i sistemi di difesa aerea verso i paesi del Golfo per proteggere le basi Usa e gli alleati regionali dalla pioggia di missili e droni Shahed dall’Iran. Le scorte americane non sono  infinite. E senza una copertura costante assicurata dai Patriot statunitensi, le infrastrutture energetiche ucraine – già duramente colpite nel 2025 – rischiano il collasso sotto i nuovi colpi russi.

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