di Ermanno Durantini

 

Re Carlo tornava dalla guerra,

lo accoglie la sua terra

cingendolo d’allor

 

Al sol della calda primavera,

lampeggia l’armatura

 del Sire vincitor!

 

Così inizia Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, famosissima canzone di Fabrizio De Andrè del 1963. Una canzone dalle tonalità auliche e solenni, che suonano a scherzosa presa in giro una volta comparate con gli eventi narrati nella canzone. Il re dei Franchi Carlo Martello, di ritorno dalla vittoria ottenuta contro i mori a Poitiers nel 732, è infatti cantato mentre si intrattiene sessualmente con una giovane popolana, che poi gli presenta, inaspettatamente, il conto in denaro per la prestazione. Le orribili fattezze, la volgare rozzezza e la poco cavalleresca fuga finale tra i glicini e il sambuco concludono un quadro sicuramente poco idillico del re cristiano che fermò l’avanzata araba e islamica in Francia, ricacciandone le armate oltre i Pirenei.

La canzone è stata successivamente caricata fino all’eccesso di reconditi significati anti-militaristi e pacifisti da interpreti che pare non possano mai esimersi dall’incasellare, schematizzare e definire politicamente l’arte e la cultura, specialmente se propria di grandi artisti e poeti, a costo di andare oltre la voluntas auctoris. Intendiamoci, De Andrè non era assolutamente estraneo al mondo del pacifismo e dell’anti-militarismo che sarebbe di lìa poco evoluto nel movimentismo sessantottino, nella sottocultura hippie e nelle contestazioni contro la guerra in Vietnam. Detto questo, si dovrebbe evitare di esagerare gli accenti politici di questa canzone, magari stando ad arrovellarsi su quel “sangue del principe e del moro” che arrossa “il cimiero di identico color“, magari vedendoci chissà quali denunce della violenza brutale della guerra, o appassionate critiche della disuguaglianza sociale che il sangue cancella in un batter d’occhio. Si tratta, infatti, questa in particolare, di una canzone nata in un’atmosfera del tutto leggera e spensierata, come raccontato da Paolo Villaggio. Non ancora divenuto il famigerato inventore del grottesco personaggio di Fantozzi, protagonista di svariati film e libri divenuti delle vere e proprie pietre miliari della comicità italiana per il loro rappresentare l’identità profonda dell’Italia attraverso i suoi vizi, difetti e infamità, Paolo Villaggio è, infatti, l’autore del testo di questa canzone, così come de Il fannullone, che la affiancava nel disco a due sole tracce uscito nel 1963.

Con il suo fare sempre a metà tra il serio e il faceto, che non consente di comprendere facilmente quanto di reale e quanto di inventato ci sia nel suo racconto, Villaggio sostiene che la canzone sia nata in una giornata di pioggia, a Genova, nel 1962, in attesa del parto delle rispettive mogli. La musica sarebbe stata, ovviamente, di De Andrè, ma il testo interamente suo, il che non depone certo a favore delle interpretazioni più seriose, austere e vuotamente profonde di questa canzone. Questo non certo perché Villaggio sia persona priva di cultura, ingegno e inventiva; basti pensare alla sua pressoché unica abilità di essere allo stesso tempo inventore, scrittore, sceneggiatore e attore del personaggio che ha fatto la sua fortuna. Ma Villaggio, per quanto da sempre legato al mondo della sinistra, coi suoi libri e film ha ironizzato pesantemente sulle contraddizioni e i paradossi della società italiana del tempo senza troppo riguardo né per l’alta borghesia del Mega Direttore Galattico, né per la severa militanza di chi costringeva se stesso all’esperienza di visionare La corazzata Potemkin in infiniti e noiosissimi cineforum.

La violenza della guerra è un dato evidente a chiunque, ma la paternità di Villaggio spinge certamente a dare un’interpretazione più leggera e meno impegnata di una canzone che non per questo perde nulla del suo valore. Prendersi troppo sul serio, infatti, può essere uno dei peggiori difetti non solo di artisti e intellettuali, ma anche di politici e militari. Saper scherzare, del mondo, delle sue brutture e, ancora più difficile, di se stessi, non per forza toglie valore, onore e coraggio alla persona che èin grado di farlo. In fondo, persino in una canzone che lo dileggia come nessun trovatore o saltimbanco avrebbe mai osato in sua presenza, a Carlo Martello è dato atto del coraggio, dell’onore e del merito di una vittoria che impedì un’invasione araba che, parola di Paolo Villaggio, avrebbe cambiato per sempre la storia e l’identità europea.

Certamente, di Carlo Martello è delineato un quadro patetico che lo rende più vicino a un rozzo villico in astinenza sessuale che a un eroe e salvatore dell’Europa. Ma che cosa è alla fine una scappatella al termine di una guerra lunga e faticosa rispetto al valore dell’identità, della cultura e della stessa vita di interi popoli e città salvate dall’avanzata araba, fino ad allora mai fermata? Non rischiassimo di prenderci troppo sul serio pure noi, verrebbe quasi da pensare che, tra le pieghe del dileggio, si nasconda anche una lode e un attestato di riconoscimento, tardivo, a un vero e proprio padre dell’Europa.