Quando Laterza pubblicò nel 1975 la celebre e discussa Intervista sul Fascismo di Renzo De Felice il rifiuto e lo sdegno intellettuale dell’ortodossa intellighenzia di sinistra furono pressoché totali. A trent’anni di distanza da piazzale Loreto tentare una coraggiosa e seria analisi storica del Ventennio era ancora considerato un reato, un attentato alla memoria e ai miti della Resistenza. In tal senso era quasi naturale e logico che ad intervistare il grande biografo di Mussolini fosse un americano, Micheal Ledeen, immune per nascita dai vizi classici del clero professorale italiano del dopoguerra.

Il libro suscitò scontri, polemiche e accuse assai veementi, dimostrando che l’opera aveva colto nel segno, evidenziando finalmente le peculiarità indiscusse del Fascismo, descritto senza faziosità di parte e demonizzazioni postume. Quel coraggioso tentativo, dunque, riuscì a far breccia nel compatto muro dell’Accademia nostrana, aprendo la strada al faticoso e superbo lavoro del grande storico reatino. Quattro decenni dopo, nel decadente e decaduto panorama editoriale nazionale, un’altra opera-intervista è comparsa sugli scaffali delle librerie italiane, raccogliendo l’ideale eredità dell’intervista defeliciana: Riflessioni sul Fascismo italiano (Apice Libri editore).

I ruoli si scambiano rispetto al 1975, ed è un italiano –l’ottimo e preciso Antonio Messina- a sollecitare le lunghe ed esaustive risposte dell’intervistato, Anthony James Gregor, professore emerito dell’Università di Berkeley e noto studioso dell’ideologia e del ventennio fascista. Lungo le 158 pagine del dialogo, introdotto da un’esauriente nota di Alessandro Campi, il lettore conosce la visione dell’anziano (ma lucidissimo) statunitense percorrendo sentieri interpretativi mai battuti prima dalla vulgata tradizionale. Gregor, infatti, si comporta da politologo, e partendo dal dato storico evidenzia le fondamenta, i cardini dell’azione mussoliniana analizzandone gli effetti e le conseguenze sulla società e sulla trasformazione dello Stato: in questo senso per lui il Fascismo è rivoluzione, modernità, rivincita. Risulta d’altronde difficile affermare il contrario, poiché il Ventennio, seppur tra luci e ombre, riuscì a portare l’Italia nel XX secolo, sperimentando con audacia e volontà tentativi di coniugare modernità e tradizione, italianità e progresso, Lavoro e Capitale. Le tracce più ardite del progetto sociale (dalla Carta del Lavoro alla nazionalizzazione del settore bancario, dall’intervento dello Stato nel processo economico alla legislazione sociale) hanno fatto scuola e son state il fondamento del welfare italiano, anticipando nei fatti le realizzazioni delle democrazie keynesiane del Dopoguerra. Qui sta il valore del percorso espositivo sapientemente condotto da Messina, in grado dunque di offrire al lettore un interessante excursus sul “problema-fascismo” analizzato con molteplici chiavi di interpretazione.

Accanto a questo, però, occorre pur dire che Gregor cade durante l’esposizione nel vizio congenito dello scienziato sociale, manifestando un’eccessiva propensione alla concettualizzazione e all’astrazione: egli infatti rende il Fascismo un idealtipo, un paradigma metapolitico rintracciabile in esperienze storiche assai distanti e, a nostro giudizio, differenti. In questo senso emergono gli unici limiti di un lavoro comunque ben fatto e degno di attenzione, poiché la visione di Gregor, limitata al piano delle scienze sociali, manca di piena consapevolezza storica. Del pragmatismo mussoliniano -vera e unica linea guida della vita del rivoluzionario di Predappio- così come del situazionismo del Regime si parla poco, poiché tali variabili non permettono un’esatta messa a sistema del fenomeno. Il metodo scientifico applicato alle esperienze sociali, vera fissazione del mondo anglosassone, non riesce a piegare a sé la Storia, e tale difficoltà si legge in controluce nelle parti più legnose del libro.

Ciò nonostante opere come questa rappresentano un tentativo coraggioso di affrontare tematiche demonizzate e obliate, ancora raccontate ad uso e consumo della narrazione imperante. Seppur simili, usando la definizione di De Felice, a “grattacieli costruiti su palafitte” siffatte operazioni costituiscono un contributo altro e nuovo alla conoscenza del passato. Sforzo che, in Italia più che altrove, risulta necessario, vitale e obbligato.