Tra pochissimi giorni vedrà la luce un piccolo ma illuminante libro di Gabriele Zuppa intitolato Platone democratico (Circolo Proudhon Edizioni, 2016), nelle cui dense pagine di teoresi stringente l’autore mostra come l’atavico travisamento interpretativo, per cui quello del grande filosofo greco sarebbe un pensiero intrinsecamente antidemocratico, sia dovuto alla essenziale incapacità della cultura postmoderna di comprendere cosa sia davvero questa cosa di cui ci riempiamo continuamente la bocca: la democrazia. Quel che ne vien fuori, e che davvero in pochi nel secolo scorso sono stati in grado di rappresentarsi adeguatamente (forse, a un simile livello di consapevolezza era pervenuto Giovanni Gentile), è che la democrazia, lungi dall’essere una forma di governo, una delle possibili configurazioni che una comunità politica può assumere, è la stessa dimensione originaria e intrascendibile entro cui si genera il confronto e la conseguente decisione a favore di questa o quella configurazione governativa, oltre che ovviamente a favore di tutte le disposizioni giuridiche susseguenti. Anche qualora non si riuscisse a riconoscerlo; e si provasse ad eludere dispoticamente ‒ e perciò violentemente ‒ il confronto, o a ridurlo il più possibile, essa dimensione sarebbe ciononostante riaffermata, se pure a un grado infimo: è sempre necessario un minimo di confronto con le parti coinvolte ‒ fosse pure il peggiore e più limitato ‒ per giungere a darsi questo piuttosto che quell’assetto politico.

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La comprensione postmoderna della democrazia che si è realizzata nelle istituzioni dell’Occidente è tanto lontana dall’essenza democratica quanto siamo stati finora lontani dalla comprensione di Platone

Lasciamo a quelle pagine (oggi più che mai urgenti, vista la condizione di confusione in cui versiamo circa i fondamenti giuridico-filosofici della convivenza politica) il compito della dimostrazione di quanto qui solo sinteticamente accennato; e al lettore l’onere e l’onore di verificarne il valore probativo. Quanto ci interesserebbe qui sottolineare è che, alla luce di una tale semplice ancorché potente acquisizione, che ci insegna che, come aveva già ben in chiaro Rousseau, non ogni forma di governo è adatta ad ogni paese (così è intitolato l’ottavo capitolo del terzo libro del Contratto sociale), a rigore, uno stato può essere monarchico e tuttavia più democratico di uno repubblicano, perché fondantesi su un più razionale confronto tra istituzioni e cittadini, secondo modalità che tengono conto delle caratteristiche e delle condizioni di quel popolo in quella precisa fase storica; che magari lo rendono più idoneo ad essere governato (e perciò a governarsi) monarchicamente, piuttosto che altrimenti. Fa specie oggi vedere come tale ragionamento, che è di una semplicità estrema, rimanga estraneo pressoché a chiunque. In questo ultimo strascico di campagna referendaria se ne sentono di ogni ‒ in televisione; sui social network; all’università, nelle assemblee studentesche: la riforma costituzionale sarebbe, a dire di alcuni, antidemocratica, perché, tra le altre cose, si risolverebbe in un forte accentramento dell’esecutivo che ridurrebbe la libertà di autodeterminazione dei cittadini e non permetterebbe loro di eleggere direttamente i senatori. È evidente che queste persone non sanno ciò di cui stanno parlando, dal momento che è proprio perché i cittadini sono chiamati a decidere sulle proporzioni rappresentative e sulla prassi attraverso cui deve esercitarsi il potere, che la democrazia si realizza. Per rimanere a un solo esempio, il fatto che si scelga di “accentrare”, magari, vien fatto per combattere l’immobilismo legislativo che ha caratterizzato la Repubblica per tanti anni, e così evitare conseguenze spiacevoli che nel peggiore dei casi si tramuterebbero in disordini sociali: non sarebbe, questa, una scelta “più democratica”, in quanto meglio realizzerebbe il bene della comunità, di quella che si limita a rifiutare la revisione costituzionale perché spaventata dall’“accentramento” e dai suoi esiti “autoritari”? Non converrebbe entrare nel merito dei vantaggi e degli svantaggi della Riforma? Non sarebbe, ciò, davvero più democratico?

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John Locke, che è non a caso considerato il padre del liberalismo classico e della teoria del governo limitato, di certo non vedeva nella presenza del monarca un rischio per l’esercizio del potere legislativo da parte degli organi preposti, vero e proprio sigillo istituzionale del diritto dei cittadini di autodeterminarsi mediante il consulto delle camere; ma altresì una garanzia della sua esecuzione. Ebbene, quella Inghilterra fu il primo stato europeo a darsi, nel 1689, una Costituzione; e tutt’oggi il Regno Unito rimane una monarchia: chi avrebbe il coraggio di spingersi a dire, special modo dopo la Brexit, che esso sia uno stato non democratico? Forme di governo e quantità di potere assegnata ai singoli organi, presi per sé, poco hanno a che vedere con la democraticità di un paese; che rimane anzi tanto più assicurata quanto più i cittadini sono in grado di consultarsi in proposito ed esprimere la propria preferenza. Lo stesso Rousseau si spingeva a dire che

«L’atto istitutivo del Governo non è affatto un contratto, ma una Legge; che i depositari del potere esecutivo non sono in alcun modo i padroni del popolo, ma i suoi funzionari; che il popolo può nominarli e destituirli quando vuole; che non si tratta assolutamente per loro di contrattare, ma di obbedire […]. Quando perciò avviene che il Popolo istituisce un Governo ereditario, sia monarchico all’interno di una famiglia, sia aristocratico all’interno di una classe di Cittadini, non è affatto un impegno che contrae; si tratta di una forma provvisoria che conferisce all’amministrazione, finché non voglia ordinarla altrimenti. È vero che questi cambiamenti sono sempre pericolosi e che non bisogna mai toccare il Governo stabilito se non quando diviene incompatibile con il bene pubblico. Ma tale prudenza è una massima di politica e non una regola di diritto […]» (Il contratto sociale, BUR, 2010)

Giungendo addirittura ad auspicare la convocazione di assemblee straordinarie periodiche in cui, proprio per evitare derive illiberali, il popolo fosse chiamato a pronunciarsi sulla particolare forma di governo vigente, per confermarla o viceversa modificarla. Nulla si può coattamente imporre; ché non esiste norma su cui la democrazia, unica categoria politica “irriformabile”, non possa e non debba esercitarsi; finanche quella apparentemente più importante e fondamentale. Paradossalmente, in quest’ottica, è proprio “la più bella di tutte”, la Costituzione italiana, a conservare, nell’ultimo suo articolo, il centotrentanovesimo, un residuo fortemente antidemocratico; quando impone senza possibilità di discussione che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Se è tanto bella e democratica una Costituzione che non permette il confronto sulla validità di certuni suoi principi; perché mai non dovrebbe esserlo una Riforma che invece vorrebbe istituirsi proprio sulla base di esso confronto?