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In questi giorni abbiamo assistito all’ulteriore conferma del fatto che l’Europa orientale, ad esclusione dei Paesi Balcanici, Montenegro e Serbia, i quali si vedono sempre più vicini al patto Atlantico, continui a preferire e a scegliere la Federazione Russa all’Unione Europea. Moldavia e Bulgaria hanno eletto i due candidati filorussi proposti dai rispettivi partiti socialisti. Rispettivamente: Igor Dodon, già Ministro dell’Economia dal 2006 al 2009 durante il governo di Zinadia Greceanii e il generale di divisione Rumen Radev, comandante in capo dell’Aeronautica Militare Bulgara fino al 2016. Questi ultimi hanno portato avanti forti critiche rispetto all’operato dell’occidente, di conseguenza delle politiche europee, nei confronti del Cremlino, come le sanzioni economiche che all’Italia nel giro di due anni hanno fatto registrare un costo opportunità di 7,5 miliardi di euro sulle esportazioni e l’intervento in Crimea. Nuovamente, come per il caso ucraino ed inglese, la retorica europeista filoamericana deve accettare la disfatta dei due suoi candidati: Maia Sandu – ex dirigente della Banca Mondiale – in Moldavia e Tsetska Tsacheva del partito governativo liberal-conservatore “Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria”.

“Oggi la democrazia in Bulgaria ha vinto sull’apatia e la paura”

Il nuovo presidente bulgaro ha deciso di indire un referendum per spodestare il governo filo-UE in modo da avvicinare ulteriormente Sofia a Mosca e probabilmente per uscire dall’Unione e dall’Alleanza Atlantica, nonostante ospiti quattro Joint Military Facilities americane costruite con l’accordo dell’aprile 2006 (le quali però battono bandiera bulgara). La Moldavia ha invece annullato il disastroso accordo commerciale siglato nel 2014 con l’Unione Europa, il quale ha avuto come effetto l’imposizione di limitazioni da parte della Federazione Russa sulle importazioni agricole moldave, per riuscire ad entrare nell’Unione doganale euroasiatica capeggiata da quest’ultima. La Moldavia si trova però in una situazione delicata, poiché l’Unione Europea – e in particolare la Romania – hanno finanziato con oltre 800 milioni di euro, dal 2010 al 2015, lo sviluppo economico del paese, il più povero del continente europeo. Date le nuove direttive estere di Chisinau è molto probabile che il suddetto finanziamento abbia vita breve. Per quanto riguarda la Bulgaria invece, lo sblocco del progetto “South Stream” – siglato nel 2007 con la Russia e sviluppato da una collaborazione tra Eni e Gazprom – potrebbe rappresentare una cospicua fonte di guadagno per la propria economia.

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Il South Stream interessa una grande rete di gasdotti per trasportare gas naturale dalla Russia all’Unione Europea passando attraverso il Mar Nero

L’Europa comincia quindi a “macchiarsi di rosso”, come direbbe McCharty, là dov’era invece sicura di trionfare: le ex repubbliche socialiste per l’appunto. Non si tratta solamente di una crisi delle zone ai confini del blocco europeo ma soprattutto di una crisi interna agli stessi paesi fondatori come Francia e Italia, nei quali i partiti euroscettici hanno registrato un’impennata di consensi, ovviamente scongiurata e non prevista dagli analisti, lo avreste mai detto? L’europeismo sta lentamente fallendo, o meglio, sta fallendo l’europeismo che abbiamo conosciuto fino ad oggi: quello soggiogato alla NATO, che ci costa 70 milioni al giorno, e alle politiche americane. Dovrebbe piuttosto ergersi una nuova idea di Europa, più umana e indipendente, più vicina a quella auspicata 50 anni fa dai padri dell’Unione che consideravano Russia e U.S.A. non dei padroni ma dei partner economici, avulsi dai meccanismi interni della politica dell’Unione.

“La Francia e la Gran Bretagna non saranno mai potenze comparabili agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica. E nemmeno la Germania. Per svolgere una funzione decisiva nel mondo hanno una sola possibilità: unirsi per fare l’Europa. L’Inghilterra non è ancora matura, ma l’affare Suez l’aiuterà a prepararsi. Non abbiamo tempo da perdere: l’Europa sarà la nostra vendetta”.

Konrad Adenauer.