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L’accurata descrizione che Marco Polo fece dell’area caucasica, identificata nella Grande Armenia storica, libera dai paraocchi della modernità e dell’ancora peggiore post-modernismo, e ricca di rimandi alla tradizione ed alla fede religiosa, ci mostra ancora una volta come esista una segreta influenza, sconosciuta agli analisti geopolitici e geoeconomici odierni, esercitata dalle scienze tradizionali sull’immaginario collettivo. Di fatto, come afferma il filosofo russo Aleksandr Dugin, esiste innegabilmente un «profondo impatto residuale degli archetipi della geografia sacra sedimentato nell’immaginario collettivo che determina la struttura stessa del pensiero geopolitico».

«Ancor vi dico che in questa Grande Erminia è l’Arca di Noè in su una grande montagna, ne le confine di mezzodie in verso il levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani, che sono iacopini e nestorini, delli quali diremo innanzi. Di verso tramontana confina con Giorgens, e in queste confine è una fontana ove surge tanto olio e in tanta abbondanza che cento navi se ne caricherebbero a la volta. Ma egli non è buono a mangiare, ma sì da ardere, e buono da rogna e d’altre cose; e vegnoro gli uomini molto da lunga per quest’olio; e per tutta quella contrada non s’arde altr’olio.» (Marco Polo, Il Milione)

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Marco Polo

Il Caucaso ha per millenni rappresentato una terra di confine; limite ultimo impossibile o quantomeno pericoloso da valicare. L’Arca di Noè, dopo quaranta giorni e quaranta notti, si incaglio sul Monte Ararat, dove si ritiene sia ancora oggi. Credenza religiosa, quella del diluvio e dell’arca, comune a quasi tutte le tradizioni religiose, e che mostra evidenti similitudini con l’Epopea di Gilgamesh: soggetto divino o divinizzato della tradizione sumera e di cui l’attuale popolazione curda dell’area del Vicino Oriente ritiene essere diretta erede. Si veda a tal proposito lo scritto del leader del PKK Abdullah Ocalan Gli Eredi di Gilgamesh. A dimostrare che neanche il pensiero marxista-leninista, seppur più tendente all’anarchismo, del leader curdo, è estraneo a rimandi alla tradizione religiosa dell’area. Ma il Caucaso è anche il luogo in cui Zeus incatenò e condannò ad atroci sofferenze Prometeo, creatore dell’uomo e colui che, rubandolo agli dei, fornì il fuoco all’uomo stesso, condannandolo però alla mortalità ed alla perdita del paradiso, della visione e della condivisione del divino. E proprio alle porte del Caspio, secondo la tradizione islamica, Alessandro Magno, il Bicorne, colui il cui potere si estendeva da Occidente ad Oriente, fece costruire una “sacra muraglia” (costruire confini e muri non è evidentemente prerogativa della sola modernità) contro le demoniache tribù del nord; le genti di Gog e Magog, identificate con gli abitanti delle steppe eurasiatiche. Queste stesse regioni, per lunghi anni, vennero considerate dai teologi cattolici medievali, come un’area geografica abitata dalle altrettanto demoniache tribù israelite disperse dopo la caduta di Babilonia.

Ancora oggi i processi di etnogenesi che hanno portato all’origine delle attuali popolazioni caucasiche rimangono in larga parte oscuri. Si è parlato di una sorta di “memoria indoeuropea” del Caucaso, osservando come queste popolazioni abbiano comunque vissuto a stretto contatto con quelle indoeuropee nel corso dei loro rispettivi processi di formazione etnoculturale. Ed alcuni storici ed antropologi come Thomas Gamkhelidze e Vjaceslav Ivanov hanno avanzato l’ipotesi che proprio l’area compresa tra l’Alta Mesopotamia e l’Anatolia sia stata in realtà la zona principale di irradiamento delle popolazioni indoeuropee. Tuttavia, il Caucaso, nonostante la sua posizione centrale, è sempre stato considerato una zona di confine dalle potenze imperiali che si sono succedute nell’area. E proprio la sua complessità geografica ha in qualche modo favorito l’isolamento dei suoi abitanti. Infatti, terra di confine dai contorni mitici ed allo stesso tempo snodo geostrategico cruciale, il Caucaso, per la sua intrinseca complessità etnica, geografica e culturale, ha sempre rappresentato una sorta di enigma per tutte quelle entità imperiali che nel corso della storia hanno cercato di dominarlo senza tuttavia mai comprenderlo del tutto. I geografi arabi lo definirono Djabal al-Alsun, ovvero “la montagna delle lingue”, sottolineando ancora una volta la molteplicità culturale che colpiva tutti i viaggiatori che percorrevano l’antica via della seta. La stessa conquista zarista, la cui dimensione imperiale, soprattutto nell’Ottocento, ebbe un inusitato afflato mistico, messianico e civilizzatore, concentrandosi essenzialmente sulla difesa della cristianità nell’area e sulle tre etnie principali (armeni, azeri e georgiani), e nonostante il suo intrinseco carattere multietnico e multi-religioso, non riuscì nel proposito di soggiogare totalmente ai proprio interessi le bellicose popolazioni dell’area. Obiettivo che solo l’Unione Sovietica, a seguito di grandi sacrifici e di una pesante repressione, riuscì a portare a compimento definitivo.

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La regione caucasica

Tuttavia, la violenza e le rivendicazioni territoriali, riemerse una volta crollato l’URSS, hanno dimostrato ancora una volta l’artificiosità di confini disegnati senza tenere conto dei processi evolutivi storici e geografici che le popolazioni dell’area caucasica, tanto nella parte settentrionale (di fatto la più complessa dal punto di vista della diversità etnico-religiosa) quanto nella parte meridionale, hanno affrontato nel corso dei secoli. E, di fatto, hanno dimostrato, ancora una volta, come l’adulteramento culturale imposto dalla modernità occidentale, e con precisi scopi geopolitici, risulti intrinsecamente pernicioso in aree geografiche che hanno vissuto larga parte della propria storia all’interno di contesti imperiali che contribuivano, in nome della stabilità, a non fomentare l’odio etnico e religioso. A titolo esplicativo si può prendere in considerazione la storia dell’Armenia: “il paese delle pietre urlanti” come lo definì il poeta Osip Mandel’stam. Il Regno di Armenia, sotto Tiridate III e grazie all’influsso del santo e teologo Gregorio l’Illuminatore, fu la prima entità statuale, seppur tributaria dell’Impero romano, a fare del cristianesimo la religione di Stato nel 301 dopo Cristo. E la stessa Chiesa apostolica armena sancì la sua separazione sia dall’Occidente che dall’Oriente bizantino non riconoscendo l’esito del Concilio di Calcedonia le cui tesi vennero rigettate dal Concilio di Dvin del 455 nel quale la posizione armena si allineò al miafisismo professato da Cirillo di Alessandria. I territori allora occupati dal Regno, orientato soprattutto sull’Anatolia e sull’area costiera del Caucaso nel Mar Nero, come quelli del Tema armeno sotto i bizantini, non corrispondevano in toto con gli attuali confini dello Stato armeno che solo in minima parte occupa i territori ancestralmente popolati dagli armeni. E paradossalmente, più dell’attuale Armenia, è proprio la regione contesa dell’Artsakh (nota con il nome turco di Karabakh – l’odierna enclave armena interna all’Azerbaigian), ad essere storicamente un’area geografica propriamente a maggioranza armena.

Questo fattore spiega in parte la difesa ad oltranza, quasi religiosa, che la popolazione armena dell’Artsakh, nel momento dell’implosione sovietica, ha opposto di fronte alla possibilità della sua assimilazione all’interno del territorio dello storicamente ostile Azerbaigian. E dimostra l’ancestrale attaccamento di un popolo, che si identifica in un comune destino storico, alla propria terra di origine: un sentimento difficilmente spiegabile in prosa ma ben narrato dalla poeticità della lingua armena e dai suoi meravigliosi letterati come Gregorio di Narek e Sayat Nova. Ed un sentimento che in epoca sovietica il regista Sergej Paradzanov fu abile a tradurre in immagini.

Sergej Paradzanov / The Color of Pomegranates – Sayat Nova – sottotitolato in inglese 

La lunga pax mongolica, oltre ad aver dato forma allo sviluppo commerciale dell’area, ebbe altresì il merito di limitare l’inevitabile scontro etnico e religioso tra le popolazioni autoctone della regione e la sempre più cospicua presenza turca e musulmana che raggiunse il suo apice intorno al XIV secolo con le invasioni delle confederazioni tribali turcomanne dei Kara Koyunlu (Montoni Neri) e soprattutto degli Ak Koyunlu (Montoni Bianchi); turchi Oghuz di cui gli odierni azeri si ritengono diretti discendenti. Tuttavia, da questo momento in poi, gli armeni, con l’esclusione proprio dell’Artsakh, che solo nel 1750 divenne a tutti gli effetti parte integrante di un khanato turco, iniziarono a vivere in condizione di sudditanza politica, nonostante le loro innate capacità commerciali favorirono lo sviluppo di una fiorente borghesia mercantile che, alla pari dei Fanarioti greci di Costantinopoli, costituì l’asse portante dell’economia ottomana.

E proprio la rivalità socio-economica, tanto all’interno dell’Anatolia quanto nel Caucaso, alla pari dell’antagonismo religioso e dei sentimenti nazionalistici, scatenò le violenze etniche e settarie che si risolsero nel progressivo sradicamento e sterminio della popolazione armena entro i confini dell’Impero ottomano, prima e durante la Prima Guerra Mondiale, e nella guerra armeno-tatara del 1905 all’interno della Russia zarista che dalla seconda metà dell’Ottocento divenne potenza egemone nel Caucaso a discapito tanto degli ottomani quanto della Persia. Un processo intrinsecamente legato alla colonizzazione turca e curda (proprio i gruppi paramilitari curdi, noti come basi bozuk, ebbero un ruolo primario, su spinta del potere ottomano centrale, nel genocidio armeno) dei territori storicamente popolati dagli armeni ma che solo nell’Ottocento, con l’irresponsabile diffusione da parte delle potenze europee di materiale propagandistico nazionalista, e col malcelato gioco geopolitico volto a sfaldare il “non civilizzato” Impero ottomano con la scusa della difesa della cristianità oppressa, raggiunse i suoi picchi di odio: un odio essenzialmente di classe ma ben mascherato da odio etnico e religioso, visto che la popolazione armena dell’Impero ottomano, nel momento dello scoppio del conflitto mondiale, ma anche nel corso delle precedenti guerre russo – turche, rimase in larga maggioranza fedele al Sultano.

L’odierna situazione di estrema instabilità che contraddistingue la regione caucasica è eredità e risultato di alcune infauste politiche attribuibili in larga parte alla Russia zarista più che alla politica delle nazionalità attuata dai bolscevichi che ha almeno avuto il merito di congelare la conflittualità latente. Si legga a tal proposito lo scritto di Stalin del 1913 Il marxismo e la questione nazionale; uno scritto utile per capire le prospettive ideologiche entro le quali il Vozd (capo supremo) operò le sue scelte politiche nei confronti non solo della regione caucasica ma anche dell’Asia Centrale. Di fatto, la politica staliniana delle nazionalità, volta alla precisa definizione del concetto di nazione come comunità storica e culturale, seppur responsabile dell’artificiosità dei confini delle odierne entità statuali dell’area, ebbe il merito di attenuare quelle tensioni etniche che il regime zarista, solitamente estraneo a tali subdole pratiche, nel momento della sua irreversibile decadenza, aveva invece esacerbato e fomentato pur di infrangere quelle forme di solidarietà di classe che si vennero a creare a causa dell’inusitato sviluppo industriale dovuto essenzialmente alla ricchezza della regione in termini di risorse naturali. Lo scontro violento e brutale tra armeni ed azeri del 1905, non a caso esploso in concomitanza con i moti rivoluzionari nella Russia interna, di fatto, rappresenta il preludio dell’odierno scenario conflittuale che contraddistingue i due paesi dal crollo dell’URSS in poi.

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Distribuzione delle etnie caucasiche

Nel momento unipolare successivo all’implosione dell’Unione Sovietica, il Caucaso è tornato prepotentemente protagonista della scena politica internazionale in quanto zona di frontiera in cui giganteschi interessi geostrategici contrastanti si intersecano con la latente conflittualità interna. La politica statunitense nell’area, da leggere all’interno del progetto di costruzione del “Grande Medio Oriente”, ovvero di un’area geografica totalmente subordinata all’interesse imperialistico nordamericano, era volta essenzialmente alla diversificazione dei fornitori di materie prime ed alla costruzione di infrastrutture che escludessero dal gioco geopolitico tanto l’indebolita Russia quanto l’Iran. Di fatto, l’evoluzione dello scontro geopolitico nel Caucaso, come afferma lo storico Aldo Ferrari, ha portato alla formazione di due assi di alleanze divergenti: l’asse “verticale” composto da Russia, Armenia ed Iran (estremamente ostile nonostante la comune fede sciita proprio al filo-occidentale Azerbaigian); e l’asse “orizzontale”, sostenuto dagli Stati Uniti e costituito da Azerbaigian, Georgia e Turchia. La mai del tutto debellata presenza gihadista nel Caucaso russo e l’attuale recrudescenza della crisi nel Nagorno Karabakh sono entrambi sintomi dell’inasprirsi dello scontro geopolitico nell’area del Levante che al momento vede soccombere la progettualità imperialistica nordamericana ed il progressivo deterioramento di quell’asse orizzontale di alleanza costituito essenzialmente sul mero interesse politico ed economico dei suoi diversi componenti.

Gli scontri tra armeni ed azeri iniziarono, tuttavia, ben prima del definitivo crollo dell’URSS. Già sul finire degli anni Ottanta, Baku lanciò dei veri e propri pogrom anti-armeni per contrastare le rivendicazioni dell’Alto Karabakh ad unirsi alla Repubblica Armena. Pogrom che solo una altrettanto brutale repressione delle truppe sovietiche riuscì a placare. Il plebiscito che sancì l’indipendenza armena nel settembre 1991 e l’elezione a presidente della Repubblica di Levon Ter Petrosian, già leader del Comitato Karabakh, ridiedero vigore alle rivendicazione degli armeni in territorio azero che, attraverso un altro plebiscito, sancirono l’indipendenza della regione col nome di Repubblica armena dell’Artsakh. Tale decisione trasformò lo scontro etnico in una guerra aperta che vide prevalere nettamente gli armeni, grazie all’appoggio russo e iraniano, che non solo hanno espulso gli azeri dell’enclave ma hanno addirittura conquistato diverse posizioni in territori a maggioranza azera occupando militarmente ben sette province/distretti nel territorio dell’Azerbaigian. Questa posizione, di fatto, dal momento del cessate il fuoco del 1994, e nonostante gli scontri a fuoco e le vittime dell’aprile 2016, è rimasta sostanzialmente invariata. E risulta abbastanza facile leggere la recrudescenza di tale conflitto come un tentativo per destabilizzare ulteriormente i rapporti e le posizioni russe e turche nel Caucaso nel momento in cui il conflitto siriano e l’abbattimento, proprio per mano turca, del caccia russo SU-24 stavano conducendo alla definitiva rottura diplomatica tra i due paesi. L’Armenia, una delle più sviluppate repubbliche in epoca sovietica, ha sofferto particolarmente della rottura delle relazioni economiche legate all’esistenza stessa dell’URSS.

La difficile situazione economica venutasi a creare nel momento dell’indipendenza è stata ulteriormente aggravata da una posizione geopolitica non proprio vantaggiosa. Priva di sbocchi al mare e con le sue frontiere bloccate nella doppia morsa turca di Azerbaigian e Turchia, che la esclude da diverse prospettive di sviluppo economico e dal potenziale transito delle risorse energetiche dell’Asia Centrale (è in fase di ultimazione, ad esempio, la linea ferroviaria BTK – Baku, Tbilisi, Kars), la piccola Repubblica armena ha scelto di condurre una politica del “doppio binario”, ben consapevole dell’intrinseco legame culturale che la lega alla Russia, garante della sua sicurezza, senza però tralasciare una sostanziale apertura anche nei confronti dell’Occidente. La diaspora armena è in particolar modo molto attiva tanto negli USA quanto in Francia. Tuttavia, proprio questa apertura verso l’Occidente e la massiccia presenza di ONG occidentali sul territorio armeno, nel momento dell’adesione del paese all’Unione Economica Eurasiatica nel gennaio del 2015, ha indotto al quasi automatico tentativo di rivoluzione colorata, in puro stile Gene Sharp e George Soros, palesatosi col nome di Electric Yerevan: una protesta “popolare” (l’1% della popolazione che pretende di rappresentarne la maggioranza) scaturita dall’aumento della bolletta della corrente elettrica ma che in realtà mirava al ben più aggressivo obiettivo del cambio di regime. Ovviamente le accuse di dittatura nei confronti del “corrotto regime” del presidente Serz Sargsyan non si sono fatte attendere. Paradossalmente anche da parte della dinastia presidenziale azera degli Aliyev; già al centro di un caso che nel 2013 fece giurisprudenza nel campo dell’osservazione elettorale internazionale in quanto venne smascherato l’approccio politico e partigiano con il quale diverse organizzazioni internazionali ed ONG agirono in modo da presentare come libero e corretto un processo elettorale di fatto ampiamente caratterizzato da intimidazioni e violenze.

Non ottenuto l’obiettivo del cambio di regime con la protesta “pacifica” del movimento Electric Yerevan ovviamente hanno fatto la loro comparsa i gruppi paramilitari nazionalisti che accusano il governo armeno di un atteggiamento troppo morbido nei confronti della questione dell’Artsakh. Uno in particolare, il gruppo Parlamento Costituente, nel luglio 2016 ha assediato una stazione di polizia a Yerevan richiedendo il rilascio del suo leader, Jirair Seiflian; militante ultranazionalista, veterano del conflitto nel Karabakh, unitosi nel 2015 al gruppo di opposizione Nuova Armenia di Raffi Hovanisian, strettamente connesso con l’ambasciata statunitense e la Fondazione Soros. È chiaro che una nuova escalation dello scontro nell’Artsakh (l’Azerbaigian ha accusato gli armeni di aver violato il cessate il fuoco per ben trentacinque volte nel solo giorno del 25 gennaio), così come il favorire lo sviluppo di forme di “guerra ibrida” sul territorio armeno, rappresenti un preciso obiettivo geopolitico occidentale, e nordamericano in particolare, mirante a destabilizzare i recenti e notevoli passi in avanti della diplomazia russa che, oltre ad avere ristabilito normali relazioni diplomatiche con la Turchia, hanno favorito il riavvicinamento con l’Azerbaigian (è in fase di studio, ad esempio, un possibile corridoio energetico che colleghi il colosso energetico russo Gazprom al gasdotto turco-azero TAP, oltre al già famoso Turckish Stream).

Nonostante le reciproche accuse, i negoziati per una definitiva risoluzione del conflitto stanno conoscendo una rinnovata attività che non ha avuto precedenti in passato. E soprattutto il presidente azero Ilham Aliyev si è mostrato disponibile ad un compromesso purché la Repubblica dell’Artsakh restituisca almeno le regioni “occupate” a maggioranza azera. Appare evidente che la Russia dovrà giocare un ruolo estremamente cauto se vorrà mantenere buoni rapporti tanto con lo storico alleato armeno quanto con l’Azerbaigian. L’eventuale successo di un nuovo negoziato sancirebbe la rottura definitiva dell’asse orizzontale di alleanza il cui ultimo componente apertamente filo-occidentale e pro-NATO rimane la Georgia. La situazione resta comunque estremamente difficile da sbloccare in quanto si contrappongono due differenti principi giuridici internazionali: l’intangibilità delle frontiere (a favore dell’Azerbaigian) e il diritto all’autodeterminazione dei popoli (a favore degli armeni dell’Artsakh).