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Brexit, l’esplodere dei flussi migratori, il perdurare della crisi economica e sociale nei Paesi Mediterranei, l’avanzata elettorale dei partiti xenofobi in Austria, Germania e Francia, la perdita di consenso dei partiti tradizionali: tutti episodi che stanno sconquassando l’Unione Europea, tanto da farne temere l’implosione. Confusa e assediata dal precipitare degli eventi, l’intellighenzia progressista reagisce chiamando a raccolta tutti gli europeisti – difensori degli ideali di pace, fratellanza, cosmopolitismo e prosperità incarnati dall’Unione – contro la nuova minaccia populista, sostenitrice di un’anacronistica e pericolosa sovranità nazionale. Non ci si accorge che il vero nemico delle forze progressiste, oggi, è proprio questo europeismo ideologico, che ha avuto un ruolo non secondario nell’allontanare i ceti popolari dai partiti socialisti per farli confluire nelle formazioni di destra o estrema destra. La matrice dell’Unione europea di oggi è il Trattato di Maastricht del 1992. E Maastricht non è affatto l’embrione di un’Europa politica e sociale, ma semmai un’involuzione di quel progetto. Ricostruire criticamente le tappe di quell’involuzione sarebbe servita ad evitare di compiere, da parte della sinistra culturale e politica europea, gli errori che la stanno condannando all’irrilevanza. È dagli anni Ottanta che il progetto europeo, dopo aver tentato con il Piano Werner la via dell’unione politica, viene incanalato su binari completamente diversi. Responsabile della svolta è la Commissione Europea guidata dal socialista francese Jacques Delors – oggi santino indiscusso della sinistra europea – che spingerà per la liberalizzazione totale dei movimenti dei capitali (Atto Unico europeo del 1987), e l’istituzione di una moneta unica europea, da cui discendeva la rinuncia alla sovranità monetaria e agli strumenti di gestione del ciclo economico da parte degli stati membri (Rapporto Delors, 1989). Tutto ciò si concretizzerà nel febbraio 1992 a Maastricht: nascono Unione Europea e Unione Monetaria e si formalizzano i vincoli sui deficit e il debito pubblico in rapporto al prodotto e i criteri di rientro dall’inflazione per i Paesi membri.

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Maastricht, 7 Febbraio 1992

La filosofia che informa il Trattato è quel liberalismo delle regole – ordoliberismo – che vede nei mercati liberi e concorrenziali, nella disciplina fiscale e nella stabilità monetaria gli unici strumenti in grado di promuovere crescita economica e occupazione. Si tratta di una filosofia economica e sociale che ha ispirato l’azione di governo dei conservatori tedeschi dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che tra gli anni Ottanta e Novanta viene fatta propria anche dai partiti socialisti e socialdemocratici europei, che prima di allora avevano sposato le tesi di J.M. Keynes sull’importanza del ruolo economico dello Stato non tanto sul piano delle fissazione delle regole del gioco, ma soprattutto come stabilizzatore della domanda aggregata e veicolo di redistribuzione egalitaria di reddito e ricchezza. Nell’agenda dei partiti socialisti europei (dal New Labour di Blair, all’Ulivo di Prodi, dalla SPD di Schroeder, al PS di Jospin e al PSOE di Zapatero), le politiche di sviluppo economico e giustizia sociale da perseguire in tandem con welfare ed investimenti pubblici vengono accantonate, per far spazio dall’assioma neoliberista secondo la quale liberare i mercati (del lavoro, del credito, della finanza) dai lacci e lacciuoli pubblici e ridurre spesa sociale e tassazione sulle imprese porta a maggior dinamismo economico e quindi aiuta anche chi abita i gradini inferiori della società. Proprie di questa visione sono l’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo ai danni di stato nazionale e comunità, l’enfasi data ai diritti civili in luogo di quelli sociali, l’idea di una scuola che deve prima di tutto formare “capitale umano”, cioè competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Alberto Bagnai sul tradimento della sinistra Italiana

Neanche la crisi del debito sovrano del 2011, con l’esplodere di disoccupazione e disuguaglianze nei paesi periferici, ha modificato l’agenda della sinistra europea. Al governo in Italia, Francia e Grecia, o stampella del governo conservatore in Germania, la sinistra ha scelto di rafforzare la stretta sui bilanci pubblici con il Fiscal Compact – introdotto nella Costituzione italiana nel 2012 – e attuato le riforme strutturali imposte da Commissione e Banca Centrale, in primis quella del lavoro. Mentre faceva macelleria sociale, ha continuato ad invocare “più Europa”, “Stati Uniti d’Europa” e altre formule prive di qualsiasi contenuto. Nel frattempo Il deficit di democrazia nelle istituzioni europee si aggravava, con un Consiglio europeo dominato dall’ideologia dell’austerity dei conservatori tedeschi, due organi “tecnici” non eletti, Commissione e Banca Centrale, che si intromettono nella scelte democratiche dei paesi membri prescrivendo le loro ricette neoliberiste, e con l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, di fatto condannato alla marginalità. Se questa è l’Europa reale, non c’è allora da stupirsi se i movimenti di estrema destra, che della battaglia contro questa Europa hanno sempre rivendicato il copyright, abbiano acquisito consensi, aiutati certo anche dalla crisi dei migranti. Oggi è assai difficile, da parte delle forze progressiste, recuperare il terreno perduto, non solo dal punto di vista politico ma soprattutto da quello culturale. Significherebbe mettere in discussione i dogmi di Maastricht – libera circolazione di capitali, autonomia della politica monetaria, pareggio di bilancio e moneta unica. Significherebbe rottamare, una volta per tutte, l’europeismo ideologico degli ultimi vent’anni e riconquistare spazi di sovranità nazionale, specie nella politica economica. Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle.