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Senso della possibilità è il modo in cui potremmo definire, con qualche strappo al rigore scientifico, la peculiare caratteristica evolutiva della specie umana. La selezione naturale darwiniana, basata sulla capacità di adattamento alle condizioni ambientali, si è rovesciata ad un certo punto dell’evoluzione trasformandosi in capacità di adattare a se stessi e alle proprie esigenze l’ambiente circostante. Non solo capacità tecnica nel manipolare il reale, ma anche e soprattutto capacità di immaginare e progettare un modo alternativo per cacciare, ripararsi dal freddo, organizzarsi in comunità. Trasponendo il discorso alla nostra epoca, nel modello occidentale della società di massa che ha elevato la collettività a soggetto della storia, sembra sempre più affermarsi una tendenza alla repressione sistematica di questo senso della possibilità innato. Né sono un esempio concreto gli interventi di riforma sul sistema scolastico degli ultimi governi italiani. L’inadeguata preparazione al lavoro fornita da scuole ed università è stata imputata come una delle massime responsabili della crisi occupazionale e della stagnazione economica generale. L’Intervento del Ministero dell’Istruzione ha posto rimedio a questo gravoso problema introducendo l’alternanza scuola-lavoro, recentemente rafforzata da un protocollo d’intesa firmato con sedici aziende internazionali, fra cui Zara e McDonald’s, che si faranno carico di parte dei tirocini. Si tratta di 200/400 ore obbligatorie di lavoro da svolgere durante le scuole superiori, dagli istituti professionali ai licei. Se l’introduzione di una formazione pratica e attiva non può che essere vista con favore, molti aspetti di questo intervento legislativo hanno suscitato più di una perplessità, in primis fra gli studenti stessi. Sfugge, ad esempio, la rilevanza formativa di un’esperienza lavorativa come commesso in un grande magazzino o cameriere in un fast food. Desta preoccupazione, fra le altre cose, la totale libertà delle aziende nel costruire il percorso di formazione. I responsabili della catena di abbigliamento Zara, dichiarano che:

Zara intende condividere con gli studenti la propria filosofia e i propri valori di riferimento, passione, impegno costante e attitudine al lavoro, quali importanti asset del percorso educativo”.

Per mansioni particolarmente dequalificate, pare che l’unico scopo dell’alternanza sia far vedere come funziona il mondo, abituare alle condizioni lavorative e alla logica della multinazionale. Lo spirito con cui si interviene sul sistema scolastico pare voler trasformare l’educazione pubblica in una succursale del sistema produttivo, in un’azienda che produce lavoratori dove alla figura del preside si sostituisce quella più attuale del manager. Senza dubbio, considerare la tecnica ed il “saper fare” come elementi avulsi dalla cultura sarebbe un errore imperdonabile per il sistema scolastico. Non si può negare che la formazione professionale in senso lato, ossia lo sviluppo della capacità di svolgere un’attività remunerativa, sia un elemento fondamentale nella formazione di una persona e vada perseguita anche con esperienze pratiche, sul campo. La violenza esercitata sullo studente sta però nel considerare questo tipo di formazione, ossia il “preparare al mercato del lavoro”, come obiettivo esclusivo del sistema educativo, sovraordinato a tutti gli altri possibili. Tanto più se la preparazione di cui si parla punta più ad un adattamento culturale che non all’apprendimento di competenze professionali vere e proprie. Questa logica folle emerge con forza quando, sempre più spesso, si cerca di giustificare l’insegnamento della cultura umanistica riconducendola a schemi produttivistici (“il latino apre la mente, insegna un metodo, serve ai medici e ai biologi”), o quando, con disarmante innocenza, si paragonano i voti conseguiti alla remunerazione monetaria di un ipotetico lavoro.

E’ altrettanto evidente che l’educazione scolastica non possa fornire conoscenze e capacità in ogni ambito della formazione personale, che si acquisiscono in contesti ed esperienze molteplici. Il delicato compito della politica è però scegliere cosa, nella scuola dell’obbligo, vada insegnato e cos’altro no. E’ qui che emerge il lato più oscuro dell’autodefinitasi buona” scuola renziana. Nonostante gli svariati interventi legislativi, a cominciare da quello Moro nel ‘58, la proposta di introdurre un insegnamento strutturato di educazione civica nella scuola secondaria è rimasta ad oggi un’irrealistica chimera. Chi frequenta i licei, ad esempio, non riceve alcuna formazione sui temi del diritto pubblico, pur vivendo in una democrazia che considera dovere civico l’esercizio del voto. Con la buona scuola della Giannini, imparare a prendere ordinazioni in un fast food è considerato dal legislatore più importante di una conoscenza minima delle norme costituzionali, pilastro fondamentale e paradigma coercitivo della nostra organizzazione sociale. Senza considerare le altre lacune abissali, dalla storia contemporanea alla geografia, lasciate sul campo dal sistema scolastico. Del resto, seguendo le esigenze del mercato, tanto meglio avere forza lavoro capace nelle sue mansioni ma contemporaneamente acritica nei confronti del sistema, disinteressata alle regole del gioco ma motivata ad impegnarsi nel giocare. E la formazione, gestita con logiche di mercato, è sempre più ridotta a mite ancella di quest’ultimo. Anche il mondo accademico non resta immune alla follia economicista. Nel modello dell’università-azienda, quello che conta sono i risultati di bilancio, il numero di iscritti e la spendibilità del titolo nel mercato del lavoro.

C’è chi, fra i commentatori liberali, sembra addirittura prendersela con la disarmante stupidità delle matricole italiane, incapaci di comportarsi seguendo la semplicissima legge della domanda e dell’offerta: ingegneri e manager sono più richiesti, quindi più pagati, quindi dovrebbero essercene molti di più. I laureati in filosofia vengono invece remunerati male sul mercato del lavoro, dovremmo quindi smettere di produrli per non sperperare capitale, monetario ed umano, largamente improduttivo. Il grande sconfitto da questa logica imperante è proprio il senso della possibilità, la consapevolezza critica della capacità umana di cambiare le condizioni di partenza. Lo scopo dell’educazione, in particolare pubblica, dovrebbe essere quello di fornire ai giovani gli strumenti concettuali per analizzare in modo critico la realtà, formando le capacità adeguate per poterla adattare alle proprie esigenze, sia nel mercato che fuori da esso, nella vita pubblica, civile, democratica. Formare cittadini e persone, oltre ché lavoratori. Il sistema educativo sembra invece sempre più unidimensionale, sapientemente organizzato per adattare i giovani al modello vigente, per istruirli a considerarlo come fattore esogeno, come dato di fatto incontrollabile dalla volontà collettiva. L’alternanza scuola-McDonald’s è un tassello molto importante di questo progetto educativo. Dietro la presunta neutralità politica della formazione, si nasconde l’adesione implicita del sistema scolastico al modello ed al pensiero dominante. Se questa è la concezione dello Stato riguardo al ruolo del cittadino, che lo configura e lo plasma come entità passiva in grado solo di subire la realtà, preparandolo per partecipare a quella impietosa competizione globale che è la società di mercato senza poterne in alcun modo intaccare le regole, continuare a parlare di democrazia diventa un vuoto esercizio di retorica. Del resto, se come diceva François de La Rochefoucauld l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù, non possiamo che accogliere con favore le parole con cui la ministra Giannini ha presentato la sua riforma:

Si tratta di superare il Novecento, senza perderne la forza, ritornare a una tradizione tutta italiana, tutta europea, che significa collegamento – a partire dalle botteghe rinascimentali – tra la parte teorica, il pensiero critico e la sua possibile applicazione. Quello che i greci chiamavano téchne e i latini chiamavano ars, che è diventato un po’ il punto qualificante del prodotto italiano, quando si parla soprattutto di manifattura”.

Ars e téchne sembrano nomi perfetti per i prossimi panini di McDonald’s.