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Se per alcuni l’urto creativo prende forma da uno stato di animo malinconico, per altri la fonte della creazione è da rintracciare in un ascolto perpetuo al richiamo operato dall’inquietudine.

“Solo gli inquieti sanno come è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza”.

Quella della scrittrice e poetessa inglese Emily Brontë, si leva come una delle descrizioni più fedeli di tale stato di animo. Un sentimento che porta talora ad avvertirsi come creature incomplete, continuamente tese alla ricerca del potenzialmente irrealizzabile. Uno stato del corpo e della mente che si materializza in una balzana agitazione. Un anelare a quel tratteggio incompleto, che nell’artista afferra l’occasione per la messa in scena del personaggio principale: la forza creativa.
All’interno di una smania tutta televisiva dei cultori del genere e nell’attesa dei nuovi episodi della serie televisiva “Twin Peaks”, previsti per l’inizio del 2017, il ritratto dell’inquietudine nella pellicola è per intero nella figura del cineasta statunitense David Lynch. La sua è una macchina da presa che si fa strepitosa lente d’ingrandimento nei drammi esistenziali. Senza chiedere permesso, penetra all’interno dell’essere umano, approdando sin nei luoghi più oscuri e inviolati. Punti che osserva, taglia, seziona e restituisce in un’estetica dell’immagine che disegna la perfezione chirurgica. Tanto più oscuro è l’individuo o le forze che lo abitano, quanto più cristallina si affaccia l’immagine sul grande schermo. Il conflitto personale è solo un punto dal quale partire per fare di un dettaglio, un campo lunghissimo dove la creatura inciampa in morbosità, ossessioni e incubi.
L’associazione naturale accade nell’ambito dell’immagine con la fotografa newyorkese Diane Arbus. Dilatando tanto più l’accostamento, l’affermazione si scioglierebbe in un’ipotesi dell’assurdo: se Diane Arbus si fosse reincarnata in un regista, l’avrebbe fatto nella figura di David Lynch. Sono universi sotterranei quelli che definiscono, seppur in sfere relativamente diverse nel luogo e nello spazio, l’opera dei due personaggi. Fotografie e pellicole che gridano di creature deformate nel corpo e nella mente. La memoria s’incammina in un verso, la pellicola del 1980 che fa di Lynch, David Lynch: “The Elephan Man”. Un’opera maniacale nella deformazione fisica del protagonista, Joseph Merrick, non sguarnita da risvolti particolarmente emotivi.

“Io non sono un elefante! Io non sono un animale! Sono un essere, umano! Un uomo, un uomo!

La gente ha paura di quello che non riesce a capire.”

Il film tratta di una storia vera, Lynch si inserisce per conferire dignità al deforme e sottrarre decenza all’essere umano socialmente accettato. Spalanca gli occhi, lasciandoli aperti fino al possibile su una realtà vera che può farsi allegoria di molto quotidiano. Ricerca il confine immaginario di ciò che appare normale e concepibile, ma che realmente è solo il cruento che abita l’essere umano. Quel tratto di sadismo che si galvanizza nell’esposizione della sofferenza altrui. Ripugna più il deforme o mostrarlo per fini puramente interessati? Ancora, repelle esibire l’insano o considerarlo oggetto senza anima? Lynch, mediante una pellicola indimenticabile e toccante, risponde a domande senza tempo e soprattutto si schiera senza dubbio di sorta. Non resta sulla soglia, ma entra con veemenza in quel mondo, lo scardina e lo offre su una tela dalla quale il nostro sguardo non può sottrarsi. Poiché voltarsi da un’altra parte o rimanere sulla soglia non rende così diversi da coloro che esibiscono per puro atto cruento.

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Un frammento del film “The Elephant Man” in cui si vede John Hurt nei panni del deforme John Merrick

Se in “The Elephant Man” l’orripilante custodisce i connotati di un corpo, una voce, un’anima e un pubblico indignato, in un opera di qualche anno dopo è l’apparenza a farsi mostro senza spirito. “Blue Velvet”, pellicola del 1986, prende il nome da una sonata di Bobby Winton, cantata nel film da Isabella Rossellini all’interno dello Slow Club. L’opera è un viaggio nell’oscuro, dove il linguaggio rispetto ai precedenti, si rende più enigmatico. Lo sguardo, che nella narrazione si fa doppio, mediante il meccanismo del voyeurismo, è un’indagine sui drammi esistenziali. La ricerca è tutta sul campo dei conflitti personali, stipati in un ambiente buio e claustrofobico. La trama è secondaria poiché il regista di nuovo conduce al cospetto del male, non differenziandolo dal bene come accadde in “The Elephant Man”, ma nello specifico portandone un’immagine dove una faccia fluisce nell’altra. La donna si assottiglia in un oggetto di desiderio tale da portare finanche all’abuso e alla sottomissione. La cornice fuori dagli ambienti scuri è una cittadina qualunque che alimenta le ossessioni più della grande metropoli. La musica è una colonna sonora ripetuta all’infinito che segna anche l’inizio della collaborazione definitiva con Angelo Badalamenti. Nome legato a tutta la serie “Twin Peaks”, che nelle note contribuisce a decretarne il riconoscimento e il successo.

Tra “Wild at Heart”, “Lost Highway” e “Mulholland Drive”, l’inquieto Lynch inserisce una sospensione, uno sgravio, un alleggerimento: “The Straight Story – Una storia vera”. Accade realmente che un uomo, Alvin Straight (Richard Farnsworth), decida di ritrovare un legame interrotto con il fratello. Accade che per far questo, decreti di attraversare l’America a bordo di un tagliaerbe. Accade che un’opera tale, nello sguardo del regista, si distenda finalmente sui fotogrammi di uno stato di quiete. E accade che in un’allegoria tutta pittorica dal simbolismo de “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin, approdi finalmente alle atmosfere pacate di una tela di Evgeni Gordiets; surrealista russo distante dalla voracità della metropoli. Il tempo del film è quello della tartaruga o persino della lumaca: lento, dilatato e importante. Considerevole nella possibilità di fare un viaggio che porta l’individuo a ripercorrere i momenti imprescindibili della propria vita. La tensione è vigorosa nel fine: la riconciliazione. Riavvicinamento che si rende metafora dell’importanza del nucleo familiare. Nel lungo viaggio, l’incontro con la ragazza incinta, diviene marcatura potente del motivo fondante: la famiglia.

“Quando i miei figli erano piccoli, facevo un gioco con loro. Gli davo in mano un bastoncino, uno ciascuno e gli chiedevo di spezzarlo. Non era certo un’impresa difficile. Poi gli dicevo di legarli in un mazzetto e di cercare di romperlo, ma non ci riuscivano. Allora io gli dicevo: quel mazzetto, quello è la famiglia.”

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Un vecchio percorre l’America a bordo di un tagliaerbe per rivedere il fratello con cui non parla da anni

Ancora Angelo Badalamenti, dentro un film costruito sulla potente semplicità dei sentimenti, si fa cornice sonora dello spazio, del tempo e di quella lentezza che si innalza a valore inespugnabile. L’attore protagonista, Richard Farnsworth conquista una candidatura all’Oscar proprio per quello che figurerà il suo ultimo film prima del suicidio.

Superata la quiete di “Una storia vera”, il regista passa ancora per il filo nero di “Mulholland Drive” e “Inland Empire” per lasciare definitivamente la macchina del cinema, almeno quella dei lungometraggi. Artista che si completa anche nella pittura, nella fotografia, nella musica, nonché in una passione per la meditazione trascendentale, figura nella storia del cinema, quello d’autore, un regista singolare, una sorta di indagatore dell’incubo che trattiene le veci dello spettatore anche fuori dalla sala cinematografica.

“Il mio film è composto della materia di cui sono fatti gli incubi. Io ho paura di molte cose, ma soprattutto delle bocche e dei denti degli uomini…”