Orgia, festa, ardore e sangue. L’Orsa Maggiore incastonata nell’Uroboro, il serpente che si morde la coda, simbolo di eternità e perfezione, e il drappo Quis contra nos?, chi contro di noi?, sul fondo rosso sangue: la bandiera della Reggenza Italiana del Carnaro, il coronamento statuario dell’Impresa di Fiume, avviata il 12 settembre 1919 con l’occupazione della città. Duemilaseicento Legionari e il loro Comandante. Per chi ancora pensi che fosse solo la vanitosa scampagnata di un poeta obnubilato dalla vanagloria, basti ricordarne l’epilogo: oltre cinquanta morti e duecento feriti, tutti italiani. Tra gli ultimi lo stesso poeta. Sette medaglie al valor militare, ferito in guerra, trascinatore di soldati e carismatico aviatore, noto in tutto il mondo come una vera star, quando le star potevano indossare stivali e kepì e compiere voli su Vienna.

Trasformare il cardo bolscevico in rosa d’Italia, Rosa d’Amore, questo l’obiettivo di Gabriele d’Annunzio: rendere Fiume, cittadina adriatica non molto significante, la Città di Vita, quel luogo rivoluzionario dove il rovesciamento sociale non conducesse al grigiore burocratico della dittatura sovietica bensì a una comunità libera e vitale, bella e eroica, dove anche il più umile degli scopini potesse sentirsi parte di una grande avventura di libertà. Non a caso Lenin, in polemica con i comunisti italiani, definì il Vate l’unico vero rivoluzionario in Italia, perché tale fu l’uomo che secondo Hemingway sarebbe stato il solo in grado di governare lo Stivale. Non lo governò mai tutto, un pezzetto però sì, quel lembo di terra tra l’Istria e la Croazia, cui diede una costituzione: la Carta del Carnaro, scritta per la verità dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e revisionata e promulgata da d’Annunzio. Realizzarono mezzo secolo prima il sogno dei sessantottini di portare la fantasia al potere, vi portarono gli artisti e i folli, i rivoluzionari e gli arditi, e gli effetti si videro tutti, sanciti nero su bianco in quello che fu il Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato libero di Fiume.

Reggenza_Italiana_del_Carnaro

Artisti al potere, in un’orgia politica che consegnò alla storia la prima vera costituzione rivoluzionaria rispetto ai canoni dell’ordinamento liberale o monarchico-parlamentare. Nei corsi di storia si ricorda la costituzione della Repubblica di Weimar, che fu la prima a sancire la sovranità popolare, i diritti sociali e dei gruppi, il benessere dei cittadini quale obiettivo dello Stato. Questa già concedeva ampie libertà e parve finanche eccessiva ma poco ha a che vedere con la Carta vergata da uno dei più scapigliati sindacalisti rivoluzionari d’Italia in uno Stato piccolo e ebbro di sé.

La Reggenza italiana del Carnaro è un governo schietto di popolo – res populi – che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo e per ordinamento le più larghe forme dell’autonomia,

si legge all’articolo 3, mentre l’articolo 4 sembrerebbe scritto da un’assemblea di radicali o socialisti e non invece dai tipi che ingiustamente sono ricordati come anticipatori del fascismo, lì dove si decreta che

la Reggenza riconosce e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione (…) cosicché dal gioco armonico delle diversità sia fatta sempre più vigorosa la vita comune.

Mentre nell’Italia bigotta di sottane e baffoni, camice nere e santini, neppure si parlava di diritto di voto alle donne, a Fiume queste già potevano votare e candidarsi, mentre la diversità veniva costituzionalmente intesa quale primo elemento di forza della comunità. Ovviamente tutte le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione erano garantite, come il diritto a viver bene godendo di istruzione primaria in scuole chiare e salubri, di educazione corporea in palestre aperte e fornite, di pensione e riposo, di minimo di salario bastevole a ben vivere. Era riconosciuto l’habeas corpus e per finire – questa è da leccarsi i baffi – la dilaniante querelle che tanto ha agitato l’Italia a Fiume era già risolta, poiché si garantiva

il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abusato potere.

Photo credit: Theculturetrip.com

Si dirà che sono solo parole. Può darsi, ma che parole! Nulla di paragonabile a qualunque altra costituzione moderna. Ci spiace per Benigni ma quella italiana non è la più bella del mondo, se nella Carta del Carnaro si sanciva:

Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nelle università dei Comuni giurati: la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà; l’uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.

Questa non può essere la Carta di uno stato che fece da incubazione del fascismo, è evidente. Sono principi libertari, di autodeterminazione di ciascun individuo che inventando e inventandosi ogni giorno rischiara la comunità con la propria virtù e il proprio lavoro, libero di esercitare se stesso. Il fine della comunità non è di rendere genericamente il mondo un posto migliore e il lavoro non è fondamento della repubblica, come recita il pure apprezzabile articolo 1 della nostra costituzione: qui il lavoro è strumento che nelle mani dell’uomo libero fa bello il mondo. Uno Stato che si fonda su tali premesse magari non andrà molto lontano (infatti la Reggenza ebbe vita brevissima, anche per ben altri motivi) ma ci sembra un gran posto in cui vivere.

Come ha scritto Emilio Gentile,

Fiume rappresentava per molti la prosecuzione del clima di festa, cioè di sospensione delle regole normali e di annullamento delle dimensioni usuali fra realtà e sogno, fra realismo e idealismo, fra arte e vita, fra letteratura e politica, fra rivoluzione e avventura.

In quest’aria sospesa tutto era lecito e il motto vietato vietare che fu dei più improbabili libertari all’amatriciana a Fiume si fece viva quotidianità, se è vero che perfino d’Annunzio dovette trattenere i suoi ufficiali, come riporta Comisso:

ho una cosa da dire a voi giovani. Ed è strano che proprio io ve la debba dire, io che ho subito così potentemente l’impero della giovinezza (…), voi sorpassate tutti i limiti.

Perché non c’erano limiti, la morale era stata abbattuta e i costumi erano liberissimi: la monogamia non era un dogma, mai si videro scene di gelosia; l’omosessualità sdoganata e diffusa, tanto che d’Annunzio (è sempre Comisso a darcene notizia) una volta commentò “guardate i miei legionari, se ne vanno a coppie, come la legione tebana”; le droghe erano legali e usate senza parsimonia, infatti il Vate lì fece conoscenza della cocaina; legale era il divorzio, mentre qualsiasi culto veniva ammesso e tutelato ma l’insegnamento religioso fermamente negato. Ciò che i sessantottini reclamavano in una scalcagnata quanto liberatoria contestazione, i fiumani lo ottennero (meglio, se lo presero!), mezzo secolo prima in quello che era tutto un altro mondo. Quando anche uno starnuto poteva fare scandalo, a Fiume si realizzò l’utopia libertaria di avanguardie artistiche e di valorosi combattenti, tutti inadatti alla vita borghese e alle sue regole stantie. L’intero campionario dei desideri, dell’eros e dell’estetica era a Fiume pane quotidiano garantito anche dalla costituzione, per cui lo Stato era

la volontà comune e lo sforzo comune del popolo verso un sempre più alto grado di materiale e spirituale valore.

Il valore spirituale frutto dell’esercizio svincolato della libertà e dell’arte fin nell’eccesso, nello Stato in cui la Musica è una istituzione religiosa e sociale, mentre il valore materiale viene generato dal lavoro, e anche su questo a Fiume si posero radicali stravolgimenti.

pinsdaddy-novantuno-anni-fa-fiume-passava-allitalia

Maffeo Pantaleoni, che fu ministro delle Finanze di Fiume, considerò la Carta incompatibile con ogni attività economica moderna poiché tratta i datori d’opera come malfattori da sorvegliare. Già, perché un certo socialismo è ben presente, in primis nell’articolo 9, dove si afferma che

lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali. (…) Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all’economia generale.

Perché tale principio si traducesse in pratica vennero create dieci Corporazioni, cui tutti i lavoratori erano obbligati a iscriversi, che tutelassero sindacalmente operai e dipendenti in grande maggioranza sui datori di lavoro in una sorta di parlamentarismo autonomo e interaziendale. Tra le altre cose, la Corporazione sceglie i propri consoli, “difende in ogni campo la sua propria classe e si sforza di accrescerne la dignità” e “consacra gli obblighi del mutuo soccorso”. Le Corporazioni fiumane erano ben diverse dalle corporazioni fasciste, strumento di irreggimentazione delle masse lavoratrici e di controllo organico dei processi produttivi. Quelle fiumane si ponevano davvero come strumento di risoluzione della lotta capitale-lavoro e come struttura in cui i lavoratori potessero prendere decisioni sulla loro stessa vita produttiva.

Non stupisce allora che molti iniziali estimatori dell’Impresa di Fiume, una volta che questa mostrò il suo vero volto rivoluzionario, socialista e libertario, se ne allontanarono disgustati e spaventati. Perché il prestigio di d’Annunzio e di altri importanti animatori dell’Impresa era indiscusso, perché la rabbia per la vittoria mutilata era un sentimento condiviso da molti, ma quasi nessuno poteva affermare, in cuor suo, di condividere l’avventura rivoluzionaria di uomini comandati da un poeta che voleva un comunismo senza dittatura. Un uomo definito fascista da tutti quelli che non lo hanno mai letto, ma che di sé diceva:

tutta la mia cultura è anarchica, e poiché in me è radicata la convinzione che, dopo quest’ultima guerra, la storia scioglierà un novello volo verso un audacissimo progresso (…), è mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse.