È probabilmente l’unico partito in Europa ad essere mutato così tanto in soli 16 anni, dalla svolta della Bolognina del ’91, che sancì la fine del PCI, alla creazione del Partito Democratico del 2007. Ma per comprendere l’origine di questo cambiamento bisogna risalire agli anni d’oro del PCI, quando quest’ultimo guadagnava consensi e sembrava destinato a divenire il primo partito italiano. Un primo slittamento ideologico si ebbe nel ’76, l’anno del massimo storico del PCI. In quest’anno cominciarono ad affacciarsi tra le fila del PCI posizioni liberali. Nel corso di un convegno del CESPE, centro studi vicino al partito comunista, si avanzò l’ipotesi che l’accettazione di una momentanea moderazione salariale avrebbe potuto essere utile per contrastare l’inflazione, tesi caldeggiata dalla corrente migliorista. Ma il ’76 è anche l’anno in cui si assistette a una netta virata da parte della segreteria berlingueriana per quel che riguarda la politica estera. Già da diversi anni avvenivano contatti tra alcuni dirigenti comunisti e diplomatici americani, ma ora veniva per la prima volta dato il consenso esplicito alla permanenza dell’Italia nella NATO, schierandosi quindi contro il blocco sovietico. Berlinguer cercava un riavvicinamento del suo partito agli americani, convinto che questo fosse l’unico modo per andare al governo. Già commentando il golpe cileno del ’73 il segretario riconosceva l’impossibilità di un governo monocolore comunista e la necessità di alleanze, anche in caso di raggiungimento della maggioranza assoluta dei voti. Si ponevano così le basi per il “compromesso storico” che avrebbe dovuto permettere al PCI di formare un governo con la Democrazia Cristiana. Ma gli americani, nonostante tutte queste concessioni, non erano per nulla propensi ad accettare una presenza comunista in un esecutivo italiano, e l’assassinio di Aldo Moro, che segnò l’allontanamento definitivo dei comunisti dalla maggioranza di governo, servì a provarlo.

Un gruppo di intellettuali, in particolare quelli ruotanti attorno al quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari, spingeva per un progressivo allontanamento del Partito Comunista dall’orbita sovietica, cosa impensabile invece durante la segreteria togliattiana, e la direzione di Berlinguer sembrava orientata proprio verso questo indirizzo. Gli anni ’80 infatti proseguirono coerentemente con questa strategia. Il progetto dell’eurocomunismo, una coalizione di tutti i partiti comunisti europei antisovietici, era fumoso e sconclusionato, ma servì a ribadire un’ulteriore distanziamento dall’URSS. Tuttavia, era sempre più evidente che questa trasformazione non bastava ad assicurare al PCI l’ingresso in un governo. Gli americani rimanevano sempre diffidenti nei confronti di un partito comunista. Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 fornì l’occasione per chiudere con la storia comunista. Era ormai giunto a capo del partito Achille Occhetto e nel ’91 si tenne il congresso di scioglimento del PCI. Una parte degli iscritti non avrebbe accettato la svolta, fondando il Partito di Rifondazione Comunista. La maggioranza, invece, andò a costituire il nuovo Partito Democratico della Sinistra. Le elezioni del ’94 sembravano dover segnare la vittoria scontata della coalizione “progressista”, ma l’esordio in politica di Silvio Berlusconi e del suo partito Forza Italia decretò la disfatta del blocco di centro-sinistra.

La “muta” della forza post-comunista non era ancora terminata. Con l’ascesa di Massimo D’Alema, si spostò ancora più verso posizioni liberali e liberiste: il governo Prodi, sorto nel ’96, avrebbe inaugurato un’imponente opera di privatizzazione delle industrie italiane a partecipazione statale. Nel frattempo il PDS era diventato DS e componente maggioritaria dell’aggregazione prodiana dell’Ulivo. Spariva del tutto la falce e martello dal simbolo, rimossa anche come cimelio storico, e si chiudeva definitivamente con la tradizione comunista. In politica estera proseguiva invece l’americanizzazione del partito, che culminò con la guerra alla Serbia nel ’99, quando il governo D’Alema concesse l’uso di postazioni italiane alla NATO.

Con il nuovo millennio si aprì attorno ai DS un dibattito circa la formazione di un ulteriore partito che avrebbe dovuto riunire tutte le anime del centro-sinistra, con l’esclusione di Rifondazione. Ancora una volta il quotidiano La Repubblica salutò con favore questa prospettiva, ospitando dalle proprie colonne numerosi contributi a questo dibattito. Così, nel 2007, nacque il Partito Democratico, formato dall’unificazione dei DS e della Margherita ed elesse come primo segretario Walter Veltroni. Se il compito del PDS-DS era quello di chiudere definitivamente con la tradizione comunista, quello del PD fu di chiudere con la sinistra, dando origine a un partito totalmente americanizzato (che riprendeva anche nel nome il suo omologo statunitense). Ma nonostante gli entusiasmi iniziali, il PD veltroniano al suo esordio elettorale venne sconfitto dal centro-destra di Berlusconi. La guida di Veltroni sembrava contraddistinta dall’ulteriore allontanamento rispetto alla cosiddetta “sinistra radicale” e da un avvicinamento, o per lo meno una non interferenza, rispetto al centro-destra e a Berlusconi.

Le primarie del 2009 lanciarono alla guida Bersani, la cui direzione pareva improntata al timido tentativo di riagganciare parte dell’elettorato deluso, in particolare quello di sinistra. Inoltre, doveva servire a conservare un partito organizzato e strutturato tradizionalmente. Ma aldilà della retorica bersaniana il PD proseguì in realtà per la direzione intrapresa. Tradendo le attese di molti suoi elettori il PD di Bersani accettò di sostenere il governo Monti assieme a Berlusconi, dopo aver cantato vittoria per la fine del suo governo. Il PD era in prima fila come partito dell’austerità e del neoliberismo. Successivamente alla transizione lettiana l’affermazione di Renzi segnò una nuova mutazione. Dopo che il PD aveva smarrito qualsiasi contattato, anche se solo retorico e simbolico, con la tradizione di sinistra, venivano meno anche le velleità bersaniane e si affermava sempre più un nuovo concetto di politica. Quella del partito “liquido”. Ovvero pochi iscritti, grande presenza pubblicitaria su tutti i media (con particolare attenzione per la rete), linguaggio “pop” e nessun meccanismo interno di selezione della classe dirigente, la quale doveva venir scelta direttamente dal capo, sulla base delle doti telegeniche dei candidati e dell’affinità al leader. Questa tendenza, che già compariva con la nascita del PD, viene consacrata definitivamente da Renzi, che ne fa la base della propria direzione (o, per meglio dire, “leadership”, perché rigorosamente americana). Inoltre, qualsiasi contrapposizione, anche solo simbolica, rispetto alla destra veniva definitivamente abolita. Il Patto del Nazareno e la composizione del governo renziano con elementi del centro-destra, sancirono l’abbandono di qualsiasi differenza ideologica o simbolica.

Attualmente, il PD risulta l’esempio più calzante di partito post-moderno. Americanismo, europeismo, fiducia cieca nel mercato, twitter e social network, nessuna struttura burocratica, molta televisione e marketing elettorale. Il PD non è un partito, ma un’“azienda del consenso” a tutti gli effetti, il cui scopo non è dunque la trasformazione della società, ma il profitto: non quello monetario bensì misurato sulla base dei sondaggi e dei voti. Un’azienda che vive in una realtà virtuale costruita dai media. L’unica cosa “vecchia” che rimane ancora, forse, è quell’attaccamento nostalgico alla storia di questo partito (ammesso che possa essere ancora riconosciuta come sua storia) di una parte della “base”, di quegli elettori che continuano rassegnatamente a dare il loro consenso passivo per una sorta di “inerzia”, ma che ancora, in fondo, ricordano, quasi oniricamente, le bandiere rosse, la falce e il martello, i testi di Marx e Gramsci… sporadici reperti archeologici di quell’“ideologia” tanto odiata da Renzi e dalla schiera di politicanti post-moderni. Ma che senso ha la politica, verrebbe da chiedersi, senza ideologia?