Quello scritto da Thomas Fazi e William Mitchell per le edizioni Meltemi è un saggio che ripercorre la storia europea attraverso una lunga e puntuale disamina focalizzata anzitutto sugli aspetti fondamentali che hanno contrassegnato la lunga fase keynesiana (protrattasi grosso modo dalla fine degli anni ’40 alla fine degli anni ’80), nel corso della quale il cosiddetto “Occidente” ha conosciuto una forte crescita economica accompagnata da un poderoso sviluppo industriale. Nell’arco di questo trentennio, la piena occupazione – vale a dire l’integrazione massiccia della popolazione nella vita economica del Paese – era identificata unanimemente come l’obiettivo centrale da conseguire, anche a costo di mettere in secondo piano aspetti attualmente considerati centralissimi come la stabilità dei prezzi e la tutela della “libera concorrenza”.

Il meccanismo funzionò piuttosto bene finché la supremazia economica e geopolitica degli Stati Uniti, e quindi la loro relativa capacità regolatrice, rimase inscalfibile. Lo scenario cominciò a cambiare sensibilmente nel momento in cui la forte ripresa economica dell’Europa e del Giappone, rispetto alla quale gli stessi Stati Uniti avevano svolto un ruolo determinante, cominciò a tradursi in aspra competizione internazionale per la conquista di nuovi mercati. Il risultato fu il tripudio degli accordi di Bretton Woods (proclamato unilateralmente da Richard Nixon nell’agosto del 1971), in conseguenza del quale il dollaro si sganciò dall’oro per assumere un carattere eminentemente fiduciario. Senonché, la pesantissima svalutazione della moneta statunitense che ne derivò fu compensata dal rincaro esorbitante del petrolio determinato dai due shock petroliferi (1973 e 1979), i quali inaugurarono sia in Europa che negli Stati Uniti una condizione inedita di stagnazione economica combinata a disoccupazione e inflazione. L’impossibilità di riequilibrare la situazione attraverso l’aumento della spesa pubblica produsse l’effetto di aprire le prime crepe nell’edificio keynesiano.

Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale. Di Thomas Fazi e William Mitchell, Meltemi, 316 pagine, 20 euro.

Milton Friedman, il principale esponente della scuola monetarista, aspettava questo momento fin dal 1962, quando scrisse che

soltanto una crisi, sia reale che percepita, è in grado di produrre un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Io ritengo che debba essere questa la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa il politicamente inevitabile.

Il “cambiamento” promosso da Friedman, docente di economia presso l’Università di Chicago, consisteva nell’applicazione di un modello economico in base al quale l’attenzione generale non sarebbe più dovuta cadere sul lato della domanda ma su quello dell’offerta, e l’approccio generale sarebbe dovuto passare dal macroeconomico al microeconomico. Lo Stato si sarebbe pertanto dovuto limitare a mantenere i conti a posto, ad applicare tassi di interesse tesi a garantire la stabilità e a ridurre le imposte al fine di stimolare le aziende ad investire migliorando la qualità dei loro prodotti. Si sarebbe così favorita la concorrenza, e ciascuna società sarebbe stata costretta a comprimere i cosiddetti “costi fissi” per mantenersi competitiva sui mercati mondiali.

Le teorie di Friedman riuscirono a farsi prepotentemente strada anche grazie alla riformulazione dei vecchi rapporti di produzione, grazie al meticoloso lavoro di “ricomposizione” della forte conflittualità sociale che era scoppiata in tutto l’Occidente a partire dalla seconda metà degli anni ’60 svolto da un trio di politologi (Samuel Huntington, Michel Crozier, Joji Watanuki) ingaggiati appositamente per lo scopo dalla potentissima Commissione Trilaterale. A detta loro, come spiegano Fazi e Mitchell, la soluzione

passava non solo attraverso la riduzione del potere sindacale […], ma anche attraverso “un maggior grado di moderazione in democrazia” e una riduzione della partecipazione popolare alla vita politica, da ottenere attraverso la diffusione di “apatia” […]. Questo obiettivo fu raggiunto attraverso una progressiva “depoliticizzazione” del processo decisionale: ossia attraverso una separazione tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico, e una contestuale (auto)riduzione degli strumenti di intervento di carattere monetario e fiscale dei singoli Stati nazionali. In particolare, questo fu ottenuto: (i) riducendo sensibilmente il potere dei parlamenti rispetto a quello degli esecutivi (per esempio attraverso il passaggio da sistemi proporzionali a sistemi maggioritari) in nome di una non meglio definita “governabilità”; (ii) recidendo il legame tra autorità monetarie e autorità politiche, attraverso l’istituzionalizzazione del principio dell’indipendenza della banca centrale, al fine (neanche troppo nascosto) di asservire gli Stati alla cosiddetta “disciplina dei mercati” (giacché, per dirla brevemente, uno Stato che non controlla la propria banca centrale non è in grado di controllare i tassi di interesse); (iii) formalizzando il vincolo esterno attraverso la riadozione di cambi fissi (in Europa); (iv) infine, trasferendo sempre più prerogative a istituzioni e organismi sovranazionali come l’Unione europea (pp. 44, 45).

Milton Friedman

Di fronte a questa “grande trasformazione”, il “peccato mortale” compiuto dalle sinistre non consistette nel male-interpretarne l’entità e il significato profondo,  ma nell’abbracciare entusiasticamente le tesi propugnate dalla Commissione Trilaterale secondo cui la “crisi della democrazia” fosse dovuta alle eccessive rivendicazioni dei cittadini e non alle eccessive disuguaglianze. Come risultato, nota l’economista canadese Michel Chossudovsky,

il “consenso” sulla riforma macroeconomica si è esteso a tutto l’arco politico. Le sorti della politica vengono trattate sui mercati delle obbligazioni americane ed europee, le opzioni di politica economica si presentano meccanicamente con gli stessi slogan stilizzati: “Dobbiamo ridurre il deficit, dobbiamo combattere l’inflazione, l’economia si riscalda: frenate!”. Negli Stati Uniti democratici e repubblicani collaborano, nell’Unione Europea i governi socialisti (per non parlare dei Verdi in Germania) sono diventati fautori di una “forte cura economica” […]. Socialdemocratici, nuovi laburisti ed ex comunisti sono diventati leali servitori dell’establishment finanziario. La loro retorica progressista e i loro collegamenti con il lavoro organizzato li hanno resi più “efficienti” nei tagli ai bilanci sociali e ai posti di lavoro. I socialdemocratici sono diventati intermediari politici più astuti e acquiescenti verso la grande finanza dei liberali e conservatori.

Di fatto, i principi neoliberisti introiettati dalle forze politiche socialiste e comuniste hanno trovato piena espressione proprio nei Trattati di Maastricht e Lisbona, su cui si regge l’architettura giuridico-economica dell’Unione Europea.

In Italia, il grimaldello grazie al quale fu possibile scardinare il modello economico keynesiano vigente dal secondo dopoguerra prende il nome di “vincolo esterno”, vale a dire il sistema di cambi fissi dapprima “flessibile” (con lo Sme) e successivamente sempre più rigido finalizzato a impedire al Paese di sfruttare la svalutazione monetaria come strumento di aggiustamento dei problemi generati dall’endemica “indisciplina fiscale”. Da quel momento in poi, il processo di cessione della sovranità monetaria è proseguito inesorabilmente, simultaneamente alla conformazione dell’Europa al modello tedesco grazie all’entrata in vigore dei Trattati e della moneta unica. L’idea originaria alla base del progetto “comunitario”, le cui radici vanno ricercate soprattutto in Francia, consisteva nel legare economicamente la Germania al resto dei Paesi europei con lo scopo di neutralizzarne il potenziale destabilizzante (ri)conquistato con la riunificazione. L’apparato dirigenziale tedesco intravide tuttavia la possibilità di rovesciare il senso del disegno francese, utilizzandolo come veicolo per acquisire competitività e imporre l’ordoliberismo su scala continentale. Secondo Fazi e Mitchell,

sarebbe ingenuo considerare la progressiva egemonizzazione tedesca dell’Europa cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni come il risultato “imprevisto” dell’architettura stessa dell’unione monetaria o, per questo, del “fondamentalismo economico” della Germania (per quanto il ruolo dell’ideologia non vada sottovalutato); piuttosto, essa andrebbe vista come il frutto di una precisa strategia da parte delle élite politiche ed economiche tedesche, in linea con una vocazione imperialista che ha radici molto profonde nel paese e che potremmo definire “strutturalmente congenita” alla nazione tedesca fin dalla sua nascita. In questo senso, possiamo ipotizzare che esista un filo rosso che lega l’attuale fase di egemonizzazione continentale con i precedenti tentativi di egemonizzazione nel corso del XIX e XX secolo (p. 207).

L’Unione Europea si è così trasformata in uno strumento di germanizzazione del vecchio continente, come effetti “mezzogiornificanti” sull’Italia e sul resto dell’Europa mediterranea. Gli autori dedicano un intero capitolo alla descrizione degli effetti devastanti generati dalla politica deflazionista imposta da Berlino tramite i due centri nevralgici della struttura comunitaria, vale a dire Banca Centrale Europea e Commissione Europea, giungendo alla conclusione che

la democratizzazione dello spazio europeo e la sua ricostruzione in chiave realmente solidaristica e paritaria – e non gerarchizzante, neocoloniale, come quella dell’eurozona – presuppone la ridemocratizzazione dei singoli Stati e persino “la ricostituzione di un senso forte del nostro interesse nazionale”. Solo in quest’ottica è possibile reimmaginare l’Europa come uno spazio di pace, di cooperazione e di democrazia, ma anche di rispetto della pluralità e della diversità delle varie comunità nazionali e dei vari sistemi economici e produttivi (p. 310).

In definitiva, quello (ben) scritto da Fazi e Mitchell si configura come un libro di cui si avvertiva fortemente l’utilità, perché in grado di restituire al tema della sovranità nazionale, intesa nella fattispecie come incardinamento territoriale della forma di governo democratica che l’Italia e gli altri Paesi europei si sono dati all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, il ruolo centrale che le spetta, smontando pezzo per pezzo i tanti miti e luoghi comuni propalati dalla narrativa dominante.